Università “La Sapienza” Dipartimento di Sociologia e Comunicazione Dottorato in Scienze della Comunicazione e delle Relazioni Pubbliche




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5.5 L’usable accessibility


Il contesto attuale si sta però indirizzando verso un approccio integrato, che consideri le varie metodologie in maniera sinergica, per cui i modelli che l’usabilità mette a disposizione (in primis lo studio dell’utente) si rivelano decisivi anche per l’accessibilità; reciprocamente, l’attenzione per i disabili che l’accessibilità promuove, garantisce ricadute positive anche per altre categorie di utenti e per altri ambienti d’uso. Vi è cioè una “contaminazione tra le tecniche delle due discipline”48 e un proficuo e vicendevole rafforzamento.

La stesse definizione di accessibilità che dà l’ISO nella TS/16071 in termini di “usabilità di un servizio/prodotto –in questo caso un sito web- da parte di una determinata categoria di utenti”, tende a porre l’accento sulle affinità e le vicinanze tra i due approcci.

In tal senso valga come esempio, il contributo di alcuni ricercatori del CNR di Pisa, Fabio Paternò e Barbara Leporini, i quali propongono un approccio integrato che consideri “l’usabilità nel contesto dei siti accessibili per gli utenti disabili”. I due studiosi sostengono infatti che, anche quando i siti sono tecnicamente accessibili (cioè perfettamente rispondenti con gli standard tecnici per l’accessibilità), essi possono essere difficili da usare per gli stessi utenti disabili. Questo significa che “l’accessibilità tecnica è un prerequisito dell’usabilità”, ma per realizzare siti veramente fruibili è necessario integrare gli aspetti tecnici con quelli di efficacia ed efficienza legati all’usabilità. 49
Tale sinergia emerge chiaramente anche nel Regolamento di attuazione della legge Stanca che prevede, in maniera paritaria, tra gli approcci valutativi, “sia la verifica tecnica dell’accessibilità, operata da esperti, sia la verifica soggettiva, condotta sui singoli servizi tramite l’intervento del soggetto destinatario, anche disabile, sulla scorta di valutazioni empiriche”.

In particolare, nell’ottica della centralità dell’utenza e del contesto d’uso, il documento redatto dalla Segreteria Tecnica del CNIPA sulla “metodologia per la valutazione”, considera i disabili come una delle diverse tipologie di utenti, e l’uso delle specifiche tecnologie assistive, come uno dei possibili contesti uso da valutare.


La valutazione centrata sull’utente diviene quindi un aspetto centrale dove il concetto di qualità è considerato in maniera articolata e multiforme e gli aspetti tecnici, semantici e cognitivi sono tutti propedeutici a finalità comuni.
Si può, a tale proposito, riprendere il concetto proposto da Shawn Lawton Henry, ricercatrice del MIT, che parla di usable accessibility, evidenziando proprio come, con una connotazione più ampia del termine accessibilità (non semplicemente di tipo tecnico), sia possibile proporre un approccio integrato e sinergico, in cui l’attenzione per i disabili, il rigore sul codice, faccia corpo con l’analisi degli scenari di utilizzo e la profilazione dei diversi utenti50.
L’approccio proposto è quindi di tipo integrato, combinando metodologie tecniche con modelli valutativi basati su profili e scenari di utenti e finalizzando il tutto alla qualità della comunicazione web.

In questo contesto le metodologie sono non un punto di arrivo, per demarcare delle differenze, ma delle funzioni al servizio di un obiettivo comune di qualità, ossia di pertinenza e rispondenza delle informazioni e dei servizi in rete alle attese e alle aspettative dell’utente.




6. Accesso universale e alfabetizzazione sociale: la vera soglia delle nuove tecnologie della comunicazione


La questione del digital divide, ovvero la frattura esistente tra chi ha accesso ad internet e chi no, è oggi molto discussa per le nuove potenziali disuguaglianze nell’accesso e nell’utilizzo che la nuova tecnologia porta con sé. Se questa riguarda infatti in prima battuta i disabili, presenta, come si è visto, confini molto più ampi e difficili da segnare.

Una ricerca RUR-Censis sulla democrazia in rete individua 4 tipi persistenti di divide, ossia di divario digitale: generazionale, culturale (cioè basato sul titolo di studio), di genere ed occupazionale. Quest’ultimo si caratterizza come quello con maggiore incidenza, sia nei comportamenti che nei consumi tecnologici, definendo quindi, tra i gruppi maggiormente a rischio quello delle casalinghe e dei pensionati, ossia soggetti trasversali (almeno in parte) agli altri raggruppamenti51.


Nel mondo sono seicento milioni le persone che navigano, esattamente lo stesso numero di persone che compongono “l’elite degli agiati”.

Paolo Zocchi, nel suo libro “Internet la democrazia possibile”, da un lato pone in evidenza la distanza digitale che separa il nord dal sud del mondo, dall’altro, sottolinea come il digital divide sia anche un problema all’interno dei Paesi occidentali.


Nel rapporto 2004 Economist, IBM, The 2004 e-readiness rankings, che misura la “salute” di internet e la capacità dei governi di trarre vantaggio dalla rete basandosi, più che sul numero di navigatori o di ore navigate, sulla capacità da parte di consumatori e imprese di utilizzare internet a fini economici, l’Italia figura, nella graduatoria europea, al 14° posto, davanti solo a Grecia e Portogallo, e al 23° in quella mondiale.

Considerando poi lo score italiano in base alle categorie metodologiche considerate nel corso dell’indagine52 emergono altre due specificazioni abbastanza importanti:

-un basso livello di sviluppo e diffusione di infrastrutture tecnologiche (es. banda larga);

-una bassa percentuale nell’adozione degli strumenti e dei servizi innovativi da parte di cittadini ed imprese53.

Ne conseguono due riflessioni: la prima più legata al problema dell’arretratezza, o meglio del ritardo tecnologico, l’altra più complessa e maggiormente connessa alla sfera sociale. Zocchi nel precisare tale scoglio parla di “alfabetizzazione sociale”, ovvero la propensione delle persone alla ricerca di conoscenza.

Impegnarsi quindi per arginare il divario digitale non significa semplicemente agire per diffondere il progresso tecnico, ma fornire opportunità di sviluppo umano e culturale a chi non ne dispone, significa ancora esportare modelli innovativi di partecipazione democratica.


In un articolo per Telema, Rodotà sottolinea come, nella gestione delle nuove tecnologie all’interno dell’amministrazione pubblica, sia “indispensabile andare oltre il miglioramento della qualità dei servizi, dando peso crescente alla creazione di una “cittadinanza attiva”, attraverso forme molteplici di intervento dei cittadini. (..)”54.
L’utilizzo della rete spesso si ferma alla ricezione/invio della posta elettronica. Questo vuol dire che la diffusione di un nuovo strumento di comunicazione non necessariamente porta con sé una logica di fruizione avanzata e coerente con le nuove possibilità, ma suggerisce piuttosto l’adozione di abitudini d’uso molto tradizionali, che ne sottodimensionano le potenzialità.

C’è poi tutta una massa di giovani tecnologicamente avanzati che usano internet per scopi prettamente ludico-comunicativi, quali mail, sms, mms e per scaricare servizi di intrattenimento per il cellulare. Si tratta dei tecno-ludens e dei tecno-videns segmentati nel 1° Rapporto sull’innovazione e le tecnologie digitali in Italia del Centro Studi del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie che costituiscono circa il 40% della popolazione italiana55.


Un altro aspetto riguarda l’interazione che gli utenti hanno con i siti, che può definirsi di tipo prettamente unidirezionale56. L’utilizzo che si fa della rete, è soprattutto, e quasi esclusivamente, legato alla ricerca di informazioni. Anche in termini di “desiderata”, gli utenti chiedono alla pubblica amministrazione soprattutto informazioni e servizi piuttosto che strumenti ed opportunità di partecipazione e di condivisione delle decisioni.

Come anche giustamente avanzato nel 1° Rapporto sull’Innovazione, nell’analisi sulla diffusione della nuove tecnologie quali strumenti di accesso e partecipazione, è necessario ribaltare l’approccio previsionale: non ragionare semplicemente in termini di progettazione tecnica, perché il successo di una nuova tecnologia è da ricondurre semmai ad una forte motivazione nella domanda. E’ necessario cioè chiedersi se c’è un uso attivo, da parte degli utenti, delle tecnologie messe a disposizione e se tali tecnologie acquisiscono “un loro valore in relazione alle esigenze e ai modelli di vita dei soggetti sociali”57.


Il digital divide, dunque, particolarmente nei Paesi sviluppati, è principalmente una deficienza di bisogni comunicativi.

Se tali bisogni non vengono attivati, grosse fette della popolazione rimarranno escluse, non magari per problemi economici, ma semplicemente perché quei servizi non corrispondono alla loro visione del mondo e perché quelle tecnologie non risultano a loro utili o significative. In questi casi la domanda di cittadinanza digitale non può basarsi su facili automatismi secondo cui l’offerta di servizi genera spontaneamente una domanda di servizi avanzati ed evoluti, ma necessita di una profonda comprensione delle esigenze di tutti gli attori coinvolti58.



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