Università “La Sapienza” Dipartimento di Sociologia e Comunicazione Dottorato in Scienze della Comunicazione e delle Relazioni Pubbliche




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2.1 Il concetto di utenza debole


Nel tentativo di rendere ancora più esplicito il concetto di accessibilità occorre analizzare brevemente quali sono le problematiche di accesso alle tecnologie web da parte delle varie categorie di persone disabili, considerando anche le soluzioni possibili.
L’uso comune del concetto di disabilità risale alle definizioni internazionali contenute nella Classificazione delle menomazioni, disabilità e handicap (ICIDH), adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1980, per cui con “disabilità” si definisce “qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano”. Secondo la definizione dell’OMS “la disabilità è la riduzione o perdita di una capacità funzionale o dell’attività conseguente a una menomazione, sia di tipo anatomico, psicologico o fisiologico”.
Durante gli anni novanta si afferma un approccio che porta al superamento del “modello medico della disabilità” e della conseguente relazione tra malattia, menomazione ed handicap. La disabilità comincia ad essere letta in un contesto che non è più esclusivamente tecnico ma anche sociale e quindi influenzato da fattori ambientali e personali. Il modello che ne consegue è detto ICF - International Classific of Functioning disability and health, e si basa su un’idea di disabilità non più legata solo alla malattia ma anche a forme di disagio personale e sociale.

Scegliendo un’accezione semantica del termine accessibilità così ampia, anche il target di riferimento diventa assai indicativo.


In base ai dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con l’Istat sul sito www.disabilitaincifre.it, le persone disabili in Italia sono 2 milioni 615mila, pari al 5% circa della popolazione di 6 anni e più che vive in famiglia. Considerando però anche i disabili residenti nei presidi, si giunge ad una stima complessiva di poco più di 2 milioni 800 mila disabili. Aggiungendo, inoltre, anche le persone al di sotto dei 6 anni e coloro che non sono in alcun modo accuditi, arriviamo a superare la cifra di 3 milioni e 100 mila (che si stima diventeranno 3 milioni e 200 mila nel 2008). Di questi, circa 1 milione e 400 mila sono affetti da invalidità motoria, 350 mila sono persone con cecità, 870 mila sono persone con sordità, 470 mila sono persone con insufficienza mentale e 92 mila sono persone affette da sordomutismo. La presenza di disabilità è ovviamente correlata all'età: tra le persone di 65 anni o più la quota di popolazione con disabilità è del 19,3%, e raggiunge il 47,7% tra le persone di 80 anni e più. Esiste anche una differenza di genere, a svantaggio di quello femminile: le donne rappresentano infatti il 66% delle persone disabili e gli uomini solo il 34%8.
Al di là dei disabili, e delle diverse forme di disabilità, vale la pena soffermarsi su alcun altri dati che riguardano i cosiddetti normo-dotati. Se oggi il 42,7% degli italiani utilizza il web, esiste un 31,1% di “utenti potenziali ed interessati” che però lamentano la mancanza di competenze e capacità adeguate per utilizzare internet, ed addirittura un 11,7% di “utenti esclusi da internet”, che cioè non sanno cosa sia e quali servizi offra. Ma il discorso non riguarda solo la rete; l’indagine Censis-Forum PA, individua almeno altri due aspetti significativi:

-un’accentuata reticenza e diffidenza nell’utilizzo di strumenti per il pagamento elettronico (solo il 35,6% dichiara di possedere una carta di credito);

-una conoscenza e un avvicinamento alle nuove tecnologie di tipo “emozionale”, per cui si conoscono i servizi e gli strumenti, ma il loro utilizzo è molto più raro (per esempio il 63,5% sa che può collegarsi ad internet sia da PC che da cellulare, ma solo il 10,4% lo fa effettivamente);

-un interesse “tiepido e ridotto” verso i nuovi servizi online del cosidetto “governo elettronico” (per esempio solo il 6,8% ha utilizzato con soddisfazione il servizio online per il pagamento ICI o per la tassa dei rifiuti solidi urbani, ma il 90,2% non lo ha utilizzato perché non sapeva che fosse possibile (33,2%), non si fida di fare pagamenti online (33,1%), non si fida in generale dei servizi online (18,1%)9.


Altri dati significativi provengono dal Rapporto Federcomin 2005 “l’Italia dell’e-family”, che fotografa un utente tecnologico prevalentemente maschio, occupato, nella fascia di età che va dai 15 ai 45 anni e con alto livello di scolarità. Dallo stesso rapporto emerge un “digital divide famigliare”: quasi metà delle famiglie italiane (il 48%) non ha un PC in casa e un terzo circa delle famiglie che possiedono un PC non dispongono ancora di un collegamento internet in casa. Le casalinghe (40% della popolazione femminile adulta) e le persone oltre i 60 anni (oltre il 20% della popolazione totale) fanno un uso minimo di tecnologie digitali10.
Questi dati non possono passare inosservati, soprattutto nel momento in cui si affermano i principi dell’e-Government: se lo Stato decide di comunicare e offrire servizi tramite internet non possono essere accettate situazioni per cui un’ingente fetta di utenti rimane tagliata fuori per mancanza di competenze tecniche, per poca conoscenza, oltre che per la propria disabilità.

Rodotà sottolinea giustamente le differenze che esistono tra ”nuovi media come beni di consumo e tecnologie come strumenti di partecipazione: se nel primo caso le differenze possono essere tollerate, nel secondo esse sono un rischio reale per la democrazia11.


Internet ha, infatti, una sua socio-politica che identifica gli utenti-tipo della rete come “giovani, maschi, urbanizzati con buona formazione”12.


Non si tratta, però, di un problema già avviato a soluzione e il divario tra info-ricchi e info-poveri diventa fonte di nuove povertà, poiché è ormai acquisita la consapevolezza del valore di internet e delle ricadute dell’esclusione/inclusione dall’ICT sulle dimensioni culturali, politiche ed economiche delle collettività mondiali.

Secondo la definizione che ne fornisce Rheingold, internet è “l’esempio più recente e di maggior successo di bene pubblico artificiale”, e rappresenta contemporaneamente “sia l’infrastruttura abilitante che consente di organizzare l’azione collettiva in modi inediti per mezzo delle tecnologie di comunicazione, sia il suo risultato”13.

Il riferirsi ad internet in termini di risorsa pubblica implica che la sua persistente inaccessibilità per vaste aree della popolazione mondiale inizi ad essere percepita come iniqua non meno dell’indisponibilità di acqua, cibo e farmaci.

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