Studi l’educazione dell’umanità nascente




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Sommario

n° 3 Maggio / Giugno

EDITORIALE

Educare è generare all’Amore...

(Nico Dal Molin)
STUDI

L’educazione dell’umanità nascente

(Marco Guzzi)
FINESTRA

Cammino vocazionale”



(di Andrea Peruffo)

Dio educa il suo popolo

(Luigi Vari)
Educare come atto generativo: aspetti teologici

(Ina Siviglia)
FINESTRA

Generatività vocazionale”



(di Leonardo D’Ascenzo)
Educare come atto generativo: l’iniziazione cristiana

(Giancarla Barbon)


FINESTRA

Iniziazione cristiana” di Giancarla Barbon


LINGUAGGI

Film: Habemus Papam

(Olinto Brugnoli)
APPROFONDIMENTI

La vocazione. Un mistero? Sì, ma non proprio

(Tonino Lasconi)
Parola di Dio e Vocazioni nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Verbum Domini

(Giuseppe De Virgilio)
FORMAZIONE

Si può fare...3 - Perseverare nell’impresa

(Beppe M. Roggia)
VETRINA

a cura di M. Teresa Romanelli


Questo numero della Rivista è a cura di Michela Vaccari

EDITORIALE



Educare è generare all’Amore...

di Nico Dal Molin, Direttore del CNV

NICO DAL MOLIN
«Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte.

Poi pesante e prezioso e reso forte dal fuoco.

Di sera pervaso da Dio e curvato.

Infine etereo avvolto di blu,

si libra su campi innevati, verso cieli stellati».

(Paul Klee – 1918)
Questa breve composizione poetica, che introduce l’attuale numero di «Vocazioni», è parte integrante del quadro di Paul Klee, così come viene proposto nella cover.

Al di là della nitidezza di questo puzzle colorato, più vicino all’arte del mosaico che della pittura, le espressioni con cui l’autore accompagna la sua opera sono di una straordinaria efficacia e offrono una scintilla di luce sulla tematica qui proposta: Educare, generando.

Le brevi strofe sono scritte in grafia corsiva, nella parte alta del quadro e sono divise tra loro da una striscia di carta argentata, che possiamo cogliere anche nella cover.

Lo spunto per questo dipinto davvero singolare deriva all’artista da un libro di poesie cinesi che gli venne regalato dalla moglie Lily. A partire da esso, Paul Klee decide di dipingere un ciclo di “quadri-poesia” in cui, attraverso la creatività dell’artista, emerge una nuova modalità espressiva, in cui parole e colori si fondono insieme: un tipo di ricerca stilistica innovativa, che anticipa esperienze artistiche più recenti come la “narrative art” o la “poesia visiva”.


Il n. 27 degli Orientamenti Pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, così focalizza il nostro tema:

«Esiste un nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli. L’uomo non si dà la vita, ma la riceve. Allo stesso modo, il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti. Si inizia da una relazione accogliente, in cui si è generati alla vita affettiva, relazionale e intellettuale».
Nell’ambito vocazionale possiamo ben declinare questa dinamica “educazione – generatività”, coniugando insieme i versi della poesia di Klee con gli input proposti dagli Orientamenti Pastorali.
«Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte...».
Il generare comporta la piena consapevolezza che ciascuno di noi è figlio: figlio accolto, figlio amato, figlio benedetto.

Purtroppo, l’esperienza essenziale della figliolanza non sempre è positiva nella vita di ciascuno: molte persone portano in sé il grigiore e la pesantezza di una ferita spesso mai rimarginata, per non essere state né amate né benvolute, in contesti di famiglie frammentate e sbriciolate. A queste giovani vite, avvolte da un grigiore che diviene torpore e paralisi di ogni risorsa umana, creativa e vitale, siamo inviati per «generarli alla consapevolezza nuova di un amore che guarisce».


«Poi pesante e prezioso, e reso forte dal fuoco».
Dentro al piombo di una pesantezza esistenziale, che blocca ogni desiderio e sogno di un progetto da vivere e realizzare, possiamo innestare una scossa energica che ogni vita, in quanto chiamata e amata da Dio, è assolutamente preziosa. Il passaggio attraverso il fuoco della sofferenza e della verità sulla propria storia relazionale, rende ogni scelta purificata e libera.

Come non ricordare le straordinarie espressioni di Isaia 49,14-16:



«Si dimentica forse una donna del suo bambino,

così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?

Anche se queste donne si dimenticassero,

io invece non ti dimenticherò mai.

Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani…».
Sarebbe bello che il cammino della generatività portasse ciascuno di noi, alla sera della vita, a poter applicare a se stesso le parole conclusive della poesia di Paul Klee:
«Di sera pervaso da Dio e curvato.

Infine etereo avvolto di blu, si libra su campi innevati,

verso cieli stellati».
Il cammino della vita, così come il cammino di ogni scelta, porta con sé una fatica che amalgama la dimensione creaturale e fragile dell’esistenza stessa; una fatica che potrebbe anche curvarci, perché i pesi da portare non sempre sono facili né leggeri.
«Il bambino impara a vivere, guardando ai genitori e agli adulti».
Spesso ci scordiamo di questo impegno: noi siamo gli specchi viventi in cui i bambini, gli adolescenti e i giovani cercano il riflesso di una loro immagine significativa, fatta di una identità e di una stima amabile di se stessi; intrisa di una verità capace di andare oltre le vuote parole del circo mediatico; costruita su gesti di amore nelle piccole cose del quotidiano; consolata da una tenerezza che sa aspettare e rispettare i ritmi di ognuno, soprattutto quando il passo si fa lento e il respiro più ansimante.
«Non possiamo fare grandi cose su questa terra, ma solo piccole cose fatte con grande amore»; è una perla di saggezza di Madre Teresa di Calcutta.

La fecondità della generatività vocazionale, come ci indicano gli OP, si potrebbe allora declinare in una testimonianza viva, fatta di relazione accogliente. E sperimentare tutto ciò significa trovare veramente la via verso la “bellezza della vita e del cuore umano”.


«La Bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo è vana. Le filosofie si disgregano come castelli di sabbia, le credenze si succedono l’una sull’altra, ma ciò che è bello, è una gioia per tutte le stagioni ed è un possesso per tutta l’eternità» (Oscar Wilde).

STUDI 1


L’educazione

dell’umanità nascente

La pedagogia umana nel vortice di una svolta antropologica



di Marco Guzzi, Poeta e filosofo, docente presso la Pontificia Facoltà Salesiana di Roma, Roma.

MARCO GUZZI
Quando ci troviamo ad affrontare un tema cruciale come quello della necessità di rilanciare i processi e gli itinerari educativi ad ogni livello, dovremmo innanzitutto essere ben consapevoli della radicalità e della novità del compito che ci proponiamo. Infatti, se non ci rendiamo conto che l’umanità si trova oggi in una fase antropologica di ricominciamento, in cui stiamo ridefinendo addirittura i lineamenti della nostra stessa identità umana, rischiamo di elaborare progetti educativi del tutto inadeguati, pensati cioè per un contesto antropologico in estinzione, e quindi alla fine inesorabilmente fallimentari.

Questo discorso vale ad ogni livello, sia per gli itinerari educativi in generale, che per quelli che attengono più specificamente alla formazione cristiana.

In questo breve saggio vorrei perciò:

1. partendo da una osservazione molto sintetica della situazione storica in cui ci troviamo e della crisi generalizzata che stiamo attraversando,

2. tentare una interpretazione complessiva di questi fenomeni critici e cioè cercare una loro chiave interpretativa unitaria,

3. per individuare poi le linee di un rilancio del progetto umano sulla terra e quindi anche di una nuova prassi educativa finalizzata a questo rilancio,

4. e infine soffermarmi in modo più approfondito sulle problematiche di un rinnovamento della educazione alla fede cristiana in questo contesto e quindi di una evangelizzazione che sia per davvero nuova.
1. La crisi di tutte le agenzie educative

Partiamo dunque da un dato di fatto abbastanza evidente: tutte le agenzie educative stanno vivendo un enorme travaglio rigenerativo e in realtà già da parecchio tempo. È sempre meno chiaro come educare, quali modelli proporre, quali valori e specialmente con quali metodi. In famiglia come nella scuola, nella vita politica nazionale o internazionale, nelle parrocchie come nella vita religiosa, assistiamo ad una universale crisi dell’autorità e ad una crisi dell’obbedienza altrettanto generalizzata, che necessariamente ne deriva.

Ma senza questa relazione, senza una trasmissione autorevole e una ricezione gioiosa e fiduciosa di vita e di pensiero, non può svilupparsi alcun rapporto educativo. E infatti proprio da questa carenza di forza educativa promana poi quel clima di smarrimento e di confusione, di depressività e di sfiducia che avvelena le nostre società.
Questa è appunto un’evidenza, un dato di cronaca, ogni giorno confermato dalla nostra esperienza.

Ma da qui possono svilupparsi due atteggiamenti e due linee interpretative e quindi anche due modalità di intervento, del tutto antitetiche.

Da una parte possiamo rivestire una mentalità sostanzialmente pessimistica, che vede in questa fase epocale soltanto la crescita di un degrado irrefrenabile e che finisce per rimpiangere non si sa bene quali “bei tempi andati”, sperando di ripristinare, magari con la forza o addirittura con la violenza, ordini sociali arcaici o assetti religiosi di un passato spesso sanguinario.

Dall’altra, invece, possiamo aprire una riflessione molto più approfondita che sappia interrogarsi su che cosa stia realmente succedendo sulla terra, che sappia poi discernere in questi processi critici le traenze evolutive che li abitano, e che sappia quindi prospettare anche soluzioni nuove, direzioni inedite di sviluppo dell’uomo e di conseguenza anche forme e metodi educativi finalizzati a questo sviluppo.


2. La svolta antropologica verso un’umanità relazionale

Con crescente lucidità si sta facendo sempre più chiaro di decennio in decennio, che l’umanità nel suo complesso sta attraversando una delle più profonde e radicali svolte della propria storia su questo pianeta. Benedetto XVI, nel suo ultimo libro-intervista, insiste perciò sull’urgenza di «vedere attraverso il momento attuale la necessità di una svolta, annunciarla, annunciare che essa non può avvenire senza una conversione interiore»1. Ma anche in ambito laico cresce la consapevolezza del carattere ultimativo e decisivo di questa fase storica. Il sociologo americano Jeremy Rifkin, ad esempio, arriva a dire: «La crisi globale che sta cominciando a colpire la nostra civiltà ci costringe a domandarci se non abbiamo già raggiunto il punto di svolta nella storia dell’umanità, perlomeno come è stata definita fin dall’avvento delle grandi civiltà agricolo-idrauliche che hanno segnato la nascita della coscienza storica»2.

Potremmo indicare in molti modi i contenuti essenziali di questo passaggio cruciale, sottolineandone gli aspetti politici, economici, antropologici o culturali: i pericoli climatici o i fenomeni “caotizzanti” della globalizzazione, le varie crisi identitarie e le risposte fondamentalistiche che ne derivano, gli squilibri tra Nord e Sud del mondo e così via. Ma a me pare che l’elemento fondamentale di questa crisi, che ne fa essenzialmente una crisi di crescita, consista nell’esaurimento e nello spappolamento progressivo di tutte le forme belliche e antagonistiche di identificazione umana. In altri termini: tutte le forme di identità, che per secoli, e a volte per millenni, si sono costituite e rinforzate nella contrapposizione/separazione rispetto all’altro da sé, sia in ambito sessuale che in ambito sociale, nazionale,o religioso, si stanno manifestando come forme illusorie e alla fine distruttive, anche se persistono e, anzi, acuiscono la loro azione omicida e cosmicida. E poiché nell’intera storia che conosciamo questa forma bellica di identità ha dominato quasi incontrastata, è chiaro perché la sua catastrofica crisi terminale costituisca una vera e propria svolta antropologica.

L’io umano ego-centrato, centrato cioè su un sé (individuale, tribale, nazionale, di classe, casta o religione) chiuso in se stesso e contra-posto nei riguardi di chi fosse altro da sé, questa figura di umanità polemica-mente orientata sta collassando su tutti i piani e mostrando con accecante evidenza, e cioè apocalittica-mente, di essere una forma insostenibile di identità, specialmente con l’intensificarsi dei processi di unificazione planetaria.

Parimenti una nuova figurazione di umanità, che possiamo definire relazionale o coniugativa, in quanto si rafforza aprendosi alla relazione con l’altro da sé e ai difficili processi di trans-formazione permanente che questa apertura relazionale comporta, questo Nuovo Io trans-egoico e per davvero postbellico sta emergendo con lentezza e fatica, ma pure ineluttabilmente, come l’unica possibilità evolutiva, addirittura come l’unica chance di sopravvivenza per l’intero genere umano3.

Più cresce l’interazione economica e culturale tra i popoli, più cioè diventiamo nei fatti un’unica realtà globale, e più fortemente emerge la realtà relazionale dell’essere umano, il nostro essere sostanzialmente esseri spirituali che nascono e si sviluppano solo attraverso le relazioni interpersonali e in una correlazione costante con l’intero ambiente storico e cosmico. Il mistero dell’unità del genere umano, che la fede cristiana ci rivela in Cristo e che oggi sta diventando realtà storica effettiva, richiede perciò, come precisa Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas in veritate: «Un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale» (n. 55).

Questa nuova umanità relazionale, non più ego-centrata, ma aperta alla relazione emotiva con gli altri, viene chiamata in ambito laico empatica. L’umanità empatica, postbellica e trans-egoica, dovrà «invertire il corso della nostra stessa storia di specie e creare una nuova civiltà interdipendente che consumi non più ma meno energia, e che tuttavia permetta all’empatia di procedere nella sua maturazione e alla coscienza globale di espandersi fino a coprire di grazia e compassione, anziché di scorie dell’energia che consumiamo, la terra intera»4.

Rendiamoci conto di come su questo piano la riflessione laica più avanzata vada a coincidere per molti versi con le prospettive messianiche del cristianesimo. È a questo livello perciò che può aprirsi un inedito e ricchissimo dialogo tra tradizione cristiana ed esiti davvero evolutivi del pensiero moderno.


3. L’educazione dell’umanità nascente

Ora, dobbiamo comprendere che la progressiva consumazione e crisi terminale delle identità belliche determina contestualmente la crisi di tutti i modelli educativi ideati per formare appunto identità di quel tipo: maschi separati/opposti alle femmine, italiani contro austriaci o inglesi, borghesi contro operai o nobili, cristiani contro ebrei o hindù, e così via. Queste identità fondamentalmente polemiche venivano formate attraverso una pedagogia spesso incentrata sulla violenza, la coercizione e la paura, sull’autoritarismo, sull’obbedienza a norme rigide e disumane, su immagini terrorizzanti di un Dio che castiga e corregge senza alcuna pietà.

Ebbene, tutto questo mondo è in liquidazione. Alleluja!

Per cui le identità liquide o la modernità liquida, di cui da molti anni parla Zygmunt Baumann, sono anche l’effetto di questa liquidazione universale dell’intero assetto bellico del mondo. Non dovremmo perciò rimpiangere troppo la solidità dei mondi passati, quanto piuttosto seguire e possibilmente orientare la corrente della liquidazione, affinché ci porti al battesimo di un Nuovo Uomo, nato appunto dall’acqua del dissolvimento del vecchio ego bellico e dallo Spirito della Nuova Umanità, liberata dall’odio che divide, separa e alla fine distrugge.

E allora forse abbiamo trovato un primo elemento fondativo per un rilancio del progetto umano sulla terra e quindi anche di tutti gli itinerari educativi, e cioè una fondata speranza, che potremmo esprimere così: questa crisi immane, che stiamo tutti sopportando e soffrendo, non è una crisi che porta alla morte o all’annientamento del genere umano; ma è una crisi di crescita, un’immensa opportunità evolutiva.

Stiamo andando cioè verso il Meglio, sia pure catastrofica-mente, e cioè, dovendo rovesciare la nostra mentalità bellica, ci stiamo dirigendo comunque verso una Nuova Umanità non più ego-centrata, ma relazionale.

Se, come diceva Simone Weil, educare significa essenzialmente dare motivazioni, allora per prima cosa dobbiamo essere convinti delle potenzialità evolutive di questo tempo, perché altrimenti quali motivazioni possiamo trasmettere ai nostri figli o ai nostri allievi?

Come possiamo convincerli che crescere e studiare e faticare è una cosa bella e importante, se poi diciamo loro che tutto sta andando alla malora?

No. Ritrovare l’entusiasmo di una speranza ben fondata è il primo compito che dobbiamo porci, se vogliamo rilanciare la storia umana sul pianeta Terra.

E questo significa niente di meno che elaborare una nuova interpretazione dei due millenni di storia cristiano-occidentale, dei cinque secoli della modernità e in particolare del XX secolo, come nascita e crescita ambiguissima di questa Nuova Umanità transegoica, che oggi sembra irrompere sul palcoscenico ormai globalizzato del pianeta come unica possibilità di sopravvivenza. Dobbiamo elaborare cioè una inedita cultura della trans-formazione dell’identità umana, facendo confluire e dialogare tra di loro le culture (politiche, filosofiche, scientifiche, artistiche e tecnologiche) della modernità con la loro riscoperta matrice ebraico-cristiana, in quanto lo stesso schema archetipico di una Nuova Umanità, più libera, più pacifica e più giusta, sorge in realtà e si trasmette di secolo in secolo a partire dalle fonti inesauribili della speranza messianica del Regno di unità e di pace, appunto, di giustizia e di uguaglianza, che il Cristo ha inseminato nel cuore umano della terra.

Perciò Benedetto XVI insiste sull’integrazione e sulla vicendevole correzione tra cristianesimo e modernità: «L’essere cristiano è esso stesso qualcosa di vivo, di moderno, che attraversa, formandola e plasmandola, tutta la mia modernità, e che quindi in un certo senso veramente la abbraccia»5.

Accanto a questa componente culturale, l’educazione dell’umanità nascente richiede un’inedita attenzione ai processi interiori, ai sentimenti, agli affetti e, ovviamente, alle relazioni, in quanto ognuno di noi possiede antiche ferite e terribili paure, che ci chiudono in noi stessi e impediscono l’emersione della nostra identità postbellica e relazionale. Questi aspetti psicologici, esistenziali e spirituali dell’educazione stanno già emergendo con sempre maggiore forza ad ogni livello, dalla famiglia alla scuola. L’uomo e la donna del prossimo secolo avranno bisogno, in altri termini, di un costante e sapiente accompagnamento, perché la trans-formazione in atto è davvero travolgente e richiede un lavoro interiore costante, da sviluppare entro relazioni calde e convincenti.

Una nuova cultura dell’umanità nascente deve perciò sviluppare una nuova pedagogia adeguata. E la nuova immagine dell’uomo che sta emergendo, di un io cioè che continua a trans-figurarsi aprendosi all’altro da sé, richiede anche una nuova idea e una nuova pratica della formazione umana, da intendersi appunto come trans-formazione permanente attraverso le relazioni, per la liberazione e la realizzazione sempre più vaste delle proprie potenzialità creative.
4. Per una evangelizzazione per davvero nuova

Sulla base di queste premesse risulta abbastanza chiaro che educarci alla fede oggi è in una certa misura un compito del tutto nuovo, un ri-educarci, un ricominciamento nell’esperienza della fede.

È ovvio che l’Annuncio è sempre lo stesso, ma forse la profondità della nostra comprensione dei suoi contenuti sta cambiando, come da tempo ci ricorda anche la Conferenza Episcopale Italiana: «L’impegno che nasce dal comando del Signore: Andate e rendete discepoli tutti i popoli (Mt 28,19), è quello di sempre. Ma in un’epoca di cambiamento come la nostra diventa nuovo. Da esso dipendono il volto del cristianesimo nel futuro, come pure il futuro della nostra società» (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004, n. 1).

Perciò molte forme storiche in cui abbiamo vissuto finora la fede cristiana e il suo annuncio stanno attraversando un grandioso travaglio trasformativo. Stiamo infatti entrando in una fase nuova della storia del cristianesimo e quindi della storia della salvezza: «È questa oggi la “nuova frontiera” della pastorale per la Chiesa in Italia. C’è bisogno di una vera e propria conversione, che riguarda l’insieme della pastorale» (Ivi, n. 1).

Dobbiamo perciò tornare agli elementi più personali e radicali della nostra fede e chiederci: che cosa significa per me, nella mia vita quotidiana, nel mio lavoro, nella mia vita affettiva, e cioè OGGI,credere in Gesù Cristo?

E questo implica innanzitutto sperimentare, annunciare e spiegare il grande passaggio che stiamo vivendo sia a livello storico planetario che a livello esistenziale e personale. Dobbiamo cioè sperimentare e annunciare che una Nuova Umanità postbellica e relazionale sta per davvero emergendo in ciascuno di noi e sulla Terra, come unica possibilità evolutiva e cioè salvifica. Dobbiamo cioè ripetere l’Annuncio cristiano, appunto della Nuova Umanità rigenerata in Cristo, nel nostro Adesso storico e nel nostro Ora esistenziale, aiutando credenti, non credenti e altrimenti credenti a leggere in profondità questo momento formidabile della loro esistenza e della storia del mondo.

Eccoci così di nuovo dinanzi al punto fondamentale che abbiamo già incontrato. Educare OGGI alla fede cristiana significa innanzitutto rianimare una grande speranza: comprendere e annunciare che questa crisi terribile, questa sorta di smottamento personale e planetario di tutte le identità storiche, possiede una direzione, un senso evolutivo. Dobbiamo perciò elaborare una nuova cultura profetica della trans-figurazione in atto che entri in dialogo con le culture non cristiane, che per tante vie sono già arrivate a comprendere la necessità di un vero e proprio passaggio di figurazione antropologica.

È proprio questo enorme lavoro di pensiero che ci addita anche il nostro Papa-teologo: «Questo processo immane è il vero, grande compito dell’ora presente»6.

E discernere «in cosa la fede deve far proprie le forme e le immagini della modernità e in cosa deve invece opporre resistenza»7 implica una rilettura messianica dei duemila anni di cristianesimo, della modernità e dell’attuale punto di svolta, che sappia selezionare con cura le traenze evolutive rispetto ai contenuti da abbandonare, uscendo da visioni unilaterali e insufficienti.

Facciamo un esempio. Oggi, in ambito cattolico, si sottolinea molto spesso che sarebbe in atto un processo universale di scristianizzazione e di secolarizzazione. E questo è vero, ma solo da un certo punto di vista: il cristianesimo certamente non è più un dato antropologico-culturale, si celebrano meno sacramenti, si frequenta molto meno la messa domenicale, circola un certo ateismo pratico, e così via.

Però non possiamo negare che mai come in questi ultimi decenni, almeno nelle aree più sviluppate del mondo, alcuni valori cristiani siano stati messi in pratica: mai si è cercata e realizzata la pace in Europa come negli ultimi 60 anni, mai c’è stata tanta uguaglianza, mai le minoranze hanno avuto tanta attenzione e rispetto, mai le donne hanno raggiunto tanta parità, mai i disabili sono stati tanto rispettati e curati, mai c’è stata tanta attenzione alle altre tradizioni religiose, e così via.

E allora? Come mai nei tempi in cui il cristianesimo era saldo ed egemonico dominava in Europa una guerra permanente? I poveri erano molto più violentemente schiacciati e asserviti? Non esistevano diritti umani garantiti? Le donne sopportavano uno stato di minorità assoluta, e così via?

Noi cristiani dovremmo renderci conto che le chiavi interpretative unilaterali, che continuiamo spesso ad utilizzare con estrema leggerezza anche in tanti documenti ecclesiali, non servono proprio a niente: né a comprendere la storia, né ad intervenire efficacemente nel presente. E dovremmo anche capire che ci fanno perdere per di più ogni residua credibilità davanti a chi si aspetterebbe da noi analisi critiche e autocritiche ben più fondate, e cioè ben altra lucidità e chiarezza profetiche.

No. La realtà è che i processi in atto sono spaventosamente ambigui. La realtà è che siamo chiamati a discernere l’elemento messianico presente anche nei processi di apparente scristianizzazione e l’elemento antimessianico presente anche in tante forme storiche del cristianesimo. Perciò, probabilmente, il termine scristianizzazione è inadeguato a descrivere il nostro tempo. Forse ciò che sta morendo è solo una figurazione storica del cristianesimo, un cristianesimo fatto più di religione sociale che di fede autentica. Forse ci stiamo purificando, forse ci stiamo paradossalmente proprio cristianizzando.

E se dovessimo alla fine reinterpretare questo tempo come l’epoca preparatoria per una rinnovata cristianizzazione?

È questa chiave nuova di interpretazione della storia, che rilancia nell’ADESSO personale e storico l’annuncio messianico, il fondamento di una autentica nuova evangelizzazione, nutrita di un costante dialogo annunciante con tutte le culture della terra. Senza questa chiave ermeneutica non avremo alcuna nuova evangelizzazione, ma solo la ripetizione fallimentare di vecchie parole. L’evangelizzazione del XXI secolo sarà davvero nuova nella misura in cui sapremo rinnovarci noi stessi, rigenerarci nella Nuova Umanità di Cristo e quindi rinnovare la Chiesa, liberandola da tutte le forme che ancora la bloccano nella Vecchia Umanità ormai terminale.

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