Prefazione alla prima edizione




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L’IDEA RIPARATRICE
Rodolphe Plus S.J.


PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE



Chi vuole riparare?

Le pagine, che seguono, sono dedicate a coloro che hanno gli occhi aperti e posseggono un cuore.

Ad essi soli; e non agli altri. Chi non si sentisse pronto a mostrarsi generoso, farà meglio a chiudere il libro, e a non leggere più innanzi. Noi parliamo a quelli che hanno visto il Cristo crocifisso, la sua Chiesa crocifissa, la nazione stessa crocifissa; non già a quelli che di questa triplice crocifissione non si sono affatto accorti. Pare che ce ne siano. A coloro che dinanzi a simile scena di morte hanno compreso la necessita di un'opera di vita e non già a quelli che dinanzi a questo spettacolo, al cadavere di un Dio, ai milioni di cadaveri di anime, non hanno sentito una voce che li rimproverava, come già un tempo Elia: “Quid hic agis, Elia? Elia, che fai?..... Tanta desolazione... e tu rimani inerte, indifferente. immobile? Et vos hic sedebitis?”.

Nel suo Journal d'un Converti, Van der Meer de Walcheren così descrive un "Revival” a Londra:

Due missionari, giunti dall'America, per parlare a una grande massa di popolo, presero in affitto l'immensa Albert-hall. Gli uditori erano più di quindici mila.

Uno dei predicatori, dopo aver spiegato che chiunque sentisse il desiderio dì venire a Dio, avrebbe dovuto scendere in mezzo all'arena, lancia ad alta voce l'invito: "Chi vuol venire a Dio?". Da prima un lungo, ansioso e impressionante silenzio domina tutto lo sterminato uditorio; poi un grido s'innalza tra la folla: "Io!"

E immediatamente da ogni parte si ripete la medesima parola: "Io! Io! Io!".

E mentre quelli, che hanno risposto, scendono lentamente verso l'arena, i missionari continuano a lanciare il loro invito e protendono le broccia ai mille e mille che rispondono senza interruzione: "Io! Io! Io!".

Noi non sentiamo affatto il bisogno di scene così teatrali e fittizie; ci basta richiamare la parola di Gesù: "Si quis vult. Se qualcuno vuole...”.

Si cercano dunque i "volontari". Vogliamo dire anime che scendano spontaneamente in campo e sul campo sappiano tener duro!

O Gesù, fatene spuntare molte di queste anime, dalla volontà decisa, dall'intelligenza veramente cristiana, che comprendano la natura e la necessità della Riparazione, e dal cuore così nobile da dedicarsi ad essa interamente, secondo il proprio stato.

Già ce ne sono e molte; ma il loro numero deve raddoppiarsi, triplicarsi, decuplicarsi.

Allora il mondo sarà salvo, quando ci saranno in mezzo a noi anime riparatrici a sufficienza; prima, non è possibile.

C'è qualcuno che voglia offrirsi? Si possono trovare, per dedicarvisi, compiti meno nobili; ma di così oscuramente gloriosi - e di più imperiosamente urgenti - non ce ne sono. “Si quis vult venire... Se qualcuno vuol venire...”. C'è veramente questo "qualcuno"?

- "Eccomi, Signore. Io sono pronto! Dammi luce, dammi forza. Ma sono fin d'ora ai tuoi cenni!".
NOTA ALLA TERZA EDIZIONE

Questo volume, scritto durante la guerra, a sbalzi, in fondo alle trincee o nei posti avanzati della fronte, nei brevi tempi liberi dalle funzioni di cappellano militare, risente qualche poco dell'agitazione dell'armi.

Male, si dirà? - Forse.

Ma un pensiero diminuisce il nostro rimpianto, se la vita d'ogni cristiano, già di per se stessa merita d'essere chiamata un combattimento, quanto più la vita dominata dall'Idea Riparatrice! Ci stimeremmo quindi fortunati se l'andatura un po' marziale dì queste pagine non ne diminuirà per nulla la desiderata unzione, vi aggiungerà anzi qualche po' dì forza e di persuasione, che ci auguriamo irresistibile e vittoriosa.


INTRODUZIONE



Riparare vuol dire rimettere in buono stato; un edifizio cade in rovina e diventa inabitabile : ripararlo vorrà dire restaurarlo. Può avvenire che la cosa danneggiata sia ridotta al nulla: riparare, in questo caso, ha il senso di compensare, dare l'equivalente.

Nell'ordine morale, l'equivalente non potrà essere fornito che dal dono di se stessi, che diventa riscatto dell'ingiuria commessa; nessun oggetto materiale può compensare un danno morale. E come si ristabilirà l'ordine? Con una pena che subirà o che s'imporrà chi ha recato il danno. Ci si è concessa una soddisfazione indebita, anormale, ingiusta. E' giusto dunque - come ognuno può comprendere anche senza entrare nella questione teorica sollevata dal problema della giustizia vendicativa - che per castigo ci sia inflitta una pena proporzionata che ristabilisca l'equilibrio. Questa pena equivalente si chiamerà espiazione e potrà esser offerta, come nel caso precedente, o dall'offensore o da altri che, innocente del delitto, accetta di mettersi al posto del colpevole.



Riparare, nel senso cristiano della parola - e noi seguiremo sempre questo senso - comprende questi tre significati: restaurare, compensare, espiare.

Ricordate, così, queste nozioni generali, vorremmo ora dimostrare brevemente:

Perché dobbiamo riparare;

Chi deve riparare;

Come si debba riparare.
LIBRO I
Perché riparare?
Per tre ragioni:

- perché è un obbligo fondamentale del Cristianesimo;

- perché è un desiderio espresso di N. S. Gesù Cristo;

- perché è una necessità ineluttabile nelle presenti circostanze.



CAPO PRIMO


La riparazione, obbligo fondamentale del Cristianesimo.
Perché Gesù Cristo è venuto sulla terra?

Per riparare; non per altro. Per rimettere la sua opera "divina in quello stato, dal quale era decaduta per il peccato dell'uomo; per restituire all'uomo la vita soprannaturale perduta; per compensare, mediante i suoi meriti infiniti, l'ingiuria recata al Padre nel Paradiso terrestre e le ingiurie che la malizia degli uomini va ripetendo e moltiplicando ogni giorno; per espiare con le sue sofferenze - il presepio, la vita nascosta, la Croce - gli egoismi che dominano fra gli uomini fin dal principio dei secoli.

Nostro Signore poteva compiere quest'opera di Riparazione da solo: ma non lo volle: volle invece avere dei cooperatori: ciascuno di noi, ogni cristiano.

Ecco il punto che dobbiamo comprendere bene, perché costituisce la base di tutta la dottrina della riparazione.

S. Paolo, spiegando ai primi cristiani la dignità sovraeminente che loro proveniva dal fatto di essere stati chiamati a partecipare della stessa vita del Figlio di Dio, diceva loro: "Una stessa vita, la vita del Padre celeste, passa in Gesù ed in voi, in Gesù per natura perché egli è il capo, in voi per adozione perché voi siete le membra che ricevono la vita dal capo, il quale in virtù del suo sacrificio vi ha divinizzati”. Non c'è unione perfetta senza la continuità tra le membra ed il capo, tra il capo e le membra. La persona di Gesù Cristo costituisce il capo; ciascuno di voi le membra, il suo corpo mistico.

Ecco la dottrina cattolica secondo le parole dell'Apostolo - e dello stesso divin Salvatore: Io sono la vite e voi i tralci... - il Cristo personale, cioè la persona umano-divina di N. S. Gesù Cristo, che visse un tempo a Betlemme, a Nazaret, a Gerusalemme - che vive ora nell'Eucaristia, e vive e vivrà eternamente in cielo - non forma, così volendo egli stesso, il Cristo totale.

Il Cristo totale è Lui, il Cristo personale, il capo, la testa, più noi, il suo corpo mistico.

Quest'unione così stretta spiega perché Nostro Signore ci abbia associati così intimamente alla sua opera della Redenzione.

Ancora una volta: il Salvatore avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo; non ha punto bisogno di noi per aggiungere qualcosa ai suoi meriti; ma vuol servirsi di noi per aumentare i nostri. Egli è il Cristo e noi, cristiani, altrettante riproduzioni di Lui - alter Christus. Dobbiamo lavorare uniti; la Redenzione non si compirà che per il volere del Salvatore, il Cristo principale, e di tutti i cristiani, gli altri Cristi. Certo le parti spettanti a Lui e a ciascuno di noi sono ben lontane dall'essere uguali: la sua ha, per se stessa, un peso infinito, ed è quindi infinitamente bastante allo scopo; la nostra non è affatto necessaria; ma la domanda perché ci ama.

All'offertorio della S. Messa il celebrante, dopo aver posto nel Calice il vino, deve aggiungere, sotto pena di colpa grave, qualche goccia di acqua. Ecco il simbolo della parte di Nostro Signore e nostra, del valore proporzionale del concorso suo e nostro. Per la consacrazione basterebbe il solo vino; ma sono richieste anche alcune gocce di acqua, che in forza delle parole divine, saranno mutate col resto nel sangue del Cristo.

La parte che ci spetta nella Redenzione del mondo è, se si vuole, infinitesimale; - che cos'è una goccia d'acqua? - e tuttavia il Signore la richiede e la transustanzierà unendola alla sua propria offerta. Così questo “nulla “diventerà onnipotente, della potenza stessa che Dio gli comunica (E’ da notare che il paragone non va preso con rigore. La goccia d'acqua non è richiesta per la validità, ma solo per la liceità del Sacrificio della Messa). In virtù di questo “nulla “ diventato qualche cosa, le anime saranno riscattate; senza questo”nulla”, insignificante per sé - ma prezioso per la sua unione con Cristo - le anime, forse molte anime, andranno perdute. Il mondo ha bisogno di tutti i suoi salvatori: di Gesù che è il primo di tutti, il Salvatore per eccellenza; e di ciascuno di noi, chiamati a collaborare con Lui nel riscatto del genere umano: "Il quale - dice Lacordaire (3) - non si era perduto se non per via di solidarietà, per effetto cioè di comunanza sostanziale e morale con Adamo, suo capostipite: era dunque conveniente che potesse esser salvato secondo la misura e la maniera della sua rovina, cioè per via di solidarietà... Là, dove la solidarietà del male aveva tutto perduto, la solidarietà del bene ha tutto restaurato".

Chi non conosce questo nostro dovere di partecipare all'opera redentrice, si può ben dire che ignora il meglio della sua grandezza di cristiano. Chi, conoscendolo, cerca di sfuggirlo, viene meno al suo compito più nobile e nello stesso tempo più imperioso.

Ma conviene approfondire la nostra considerazione. Con che mezzo Cristo ha compiuto la riparazione?

Col sacrificio.

C'è qui un mistero! Il Figlio di Dio per riparare le rovine del peccato, per restaurare ogni cosa - instaurare omnia - non era tenuto ad imporsi una vita penosa, umiliante, dolorosa; eppure l'ha proprio voluta scegliere per sé, trascurandone ogni altra. Ha voluto riparare soffrendo.

Tenuti a partecipare alla sua missione per la nostra solidarietà con Lui nell'unità del Corpo mistico, eccoci perciò tenuti a partecipare alla sua passione; così si spiega perché l'Apostolo, nell'inculcarci la necessità di collaborare all'opera redentrice del Salvatore, non dice “compiere la missione”, ma “compiere la sua passione: adimpleo ea quae desunt passioni Jesu Christi”. L'una cosa è impossibile senza l'altra; e tutte e due si confondono insieme. Dobbiamo riparare con Gesù, e non dobbiamo credere di poterlo fare altrimenti che col nostro sacrificio unito al suo.

“Gesù Cristo - dice Bossuet (I° Serm. per lei Purificazione della V. SS.) - per salvare gli uomini ha voluto esserne la vittima. Ma l'unità del Corpo mistico fa sì che, immolato il capo, anche tutte le membra debbano essere “ostie viventi””.

Ecco dunque la progressione - si direbbe, più esattamente, l'equazione -: essere cristiani, essere salvatori, essere "ostie".

Non sembri strana la parola "ostia"; non si tratta di una novità; è anzi una dottrina antica quanto il Vangelo, che costituisce la sostanza stessa della predicazione di S. Paolo, dei primi Padri e di tutta la Chiesa attraverso i secoli; predicazione che l'Apostolo riassumeva in questa frase abbastanza chiara, diretta ai cristiani di Roma: “Obsecro vos, io vi scongiuro; fate dei vostri corpi altrettante ostie viventi, sante, gradite a Dio, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem “(XII, I) (1).

Dirci cristiani e poi cercar di condurre una vita comoda, al termine della quale si passi tranquillamente e senza urti dalla terra, dove s'ebbe una dimora felice, al cielo dove ci si troverà perfettamente beati, ad un cielo meritato con una vita, in cui la cura principale fu di lasciare ad altri il pensiero laborioso di faticare con Gesù Cristo alla redenzione del mondo, non è possibile. Il Vangelo del Maestro non contiene affatto un programma simile; in ben altro consiste, volendo prendere in prestito dal Bossuet la parola espressiva, "la terribile serietà della vita umana".

“So bene - scrive nel consueto suo tono amaro, questa volta troppo giustificato, l'autore dell'introduzione al Journal d'un Converti, da noi già citato nella Prefazione - che ci sono molti animali, detti ragionevoli, che hanno tutta l'apparenza di vivere sessanta od ottant'anni e che poi si portano al cimitero senza che mai siano usciti dal loro nulla... Si contentano delle cose sensibili, tutto il resto non esiste per essi”. Per fortuna - aggiunge - ci sono anche “veri uomini, veri viventi, quelli che non hanno ricevuto la propria anima invano”.

E il convertito, a sua volta scrive - era allora in cammino verso il bene -: “Sono sempre più meravigliato nel vedere che quasi tutti gli uomini continuano a vivere tranquilli, senza inquietarsi, senza spaventarsi di nulla, con un bel sorriso sul loro volto paffuto e non s'accorgono che siamo circondati da abissi” (Journal d'un Converti, di PIERRE VALCHEREN, 1917).

Sì, circondati da abissi, l'abisso degli uomini e l'abisso dell'amore del Salvatore: questo secondo collocato da Dio vicino al primo. E noi posti in mezzo all'uno e all'altro con un compito imperioso, urgente, preciso.

Il vero discepolo di Gesù Cristo si riconosce a questo segno: che egli si è accorto di questi abissi e perciò vive agitato sotto l'impero d'una inquietudine incoercibile, l'inquietudine della salvezza del mondo, della poca efficacia del sangue di Cristo, e della propria parte di responsabilità nella storia della vita divina in mezzo agli uomini.



Necessità di riparare insieme con Nostro Signore venuto sulla terra unicamente a questo fine, perché con Lui formiamo una cosa sola.

Necessità di riparare nel modo che Egli stesso ha preferito; cioè mediante il sacrificio.

Troppo numerosi sono i cristiani che di questa duplice necessità pare non sospettino neppure l'esistenza e si direbbero convinti - almeno nella pratica – che, in fondo, ci sono due dottrine del Salvatore; o, almeno, due modi di comprendere la sua legge: l'uno che accetta le rinunce, l'altro che fa di tutto per evitarle; l'uno che si allena a lasciarsi mortificare, l'altro che si mette in posizione di difesa contro ogni sorta di pena. In una parola: un cristianesimo facile, comodo e borghese per la moltitudine; e un cristianesimo austero e crocifiggente per alcuni, per le anime, cioè, di carattere più chiuso o guadagnate da un'attrattiva speciale – per altro strana - di perfezione.

Che un sacerdote come il Curato d'Ars scriva: "Tutto ci parla della Croce. Noi stessi siamo fatti a forma di croce. La croce trasuda balsamo e traspira dolcezze; più ci uniamo ad essa, più la stringiamo tra le mani e contro il petto e più ne spremeremo l'unzione di cui è colma: la croce è il libro più dotto che si possa leggere: quelli che non lo conoscono sono ignoranti anche se conoscessero tutti gli altri: solo veramente dotto sarà chi lo ama, lo consulta, lo studia a fondo. Benché questo libro sia amaro, non s'è mai così contenti, come quando ci si immerge nelle sue amarezze; quanto più si va alla sua scuola, tanto più a lungo vi ci si vorrebbe trattenere e il tempo passa senza noia alcuna”.... - Che il Curato d'Ars parli così non c'è da stupire; è un santo!

In un noviziato delle Suore Francescane di Maria nel Canada, vengono richieste sei religiose per la cura dei lebbrosi in Cina. Quaranta sono le novizie e quaranta vogliono aver l'onore di partire. - Già – si dice - è la loro vocazione!

E questi esempi che dovrebbero pur muovere i cristiani e far loro comprendere che, se non sono tenuti a fare altrettanto, sono tenuti almeno a qualcosa, questi esempi diventano un futile pretesto per non credersi obbligati a nulla.

Ci sono monaci e religiose che passano la notte a' pie' degli altari o si alzano alle due del mattino?..... Proprio una buona ragione per restarcene tranquillamente tra le coltri d'un soffice letto. - Quei monaci e quelle suore pregano molto?.... Proprio quello che ci vuole per dispensare alla minima difficoltà da questo compito noioso. - Quelli digiunano?.... questo ci permetterà di non rifiutarci nessuna ghiottoneria. - Quelli si contentano d'una cella povera, disadorna, i cui mobili, come al Carmelo, si riducono ad un Crocifisso, un acquasantino, un teschio e una disciplina?... gli è perché noi possiamo adornare il nostro appartamento di mille oggetti superflui e procurarci tutte le comodità moderne. - Quelli si privano del necessario riscaldamento?... gli è perché noi possiamo concederci di avere, mediante un'abile impianto, una temperatura conveniente nelle camere e nei corridoi. – Quelli dormono sugli assi o su di un duro pagliericcio?..... questo non deve impedirci di avere molli piumini di seta e soffici trapunte ricamate. - Quelli non possiedono che un solo gioiello, la Croce?... e noi potremo portare indosso ciondoli, collane di perle preziose, una fortuna intera.

E' vero che alla vita religiosa si addice un lusso di austerità, a cui non è tenuta la vita ordinaria del cristiano. Ma come supporre che questa vita anche ordinaria, quando sia illuminata e sincera, possa conciliarsi con la ricerca irrequieta e tutta pagana delle comodità quali un tristo materialismo moderno cerca di imporre - e vi ci riesce purtroppo e con gran facilità - a tanti discepoli del Salvatore?

Forse che il Cristo non è per tutti il medesimo?

Nonne divisus est Christus? Ve ne sarebbero forse due? L'uno crocifisso, che non si può seguire senza crocifiggere se stessi; l'altro tutto comodità, che si riesce facilmente a seguire concedendoci ogni delizia e ogni piacere: S. Paolo diceva di non conoscere due Cristi, ma uno solo: il Cristo Crocifisso. Chrìstum et hunc crucifixum.

Già ; ma da S. Paolo a noi qualcosa ha cambiato. Ora di Cristi se ne conoscono due. Il primo, il vero, non era più sufficiente e se n'è inventato un secondo: un Cristo senza Croce, senza teorie austere, senza quelle due traverse di legno che gettano un'ombra che atterrisce, che impressiona; un Cristo, le cui massime si risolvono finalmente nel motto: Vivete pure a vostro piacimento... io vi prometto l'intera eternità alla sola condizione, che nell'ultimo istante della vostra esistenza mi concediate “l'adesione di un vago pensiero, il pentimento d'una volontà illanguidita e la carità del vostro ultimo respiro” (2).

Un Cristo, come questo, ad uso dei cristiani che rifuggono dalla rinuncia, non esiste. Il discepolo non è più grande del Maestro. Ora il divin Salvatore ha sofferto. Perciò, se non vuoi rinnegare il proprio nome né venir meno ai suoi impegni, ogni battezzato dovrà essere in qualche modo - specificheremo meglio in seguito - ma dovrà essere sempre e necessariamente un amico del sacrificio.

Un celebre uomo di Stato del Belgio aveva preso come suo motto: "Il riposo altrove". Verrà il giorno della felicità, e questo giorno, che forse non è lontano, non avrà più fine. Il tempo che ce ne separa ci è dato per meritare “il gaudio del Signore - Intra in gaudium Domini tui”. Entrerà nel gaudio del Signore solo chi avrà avuto il coraggio di partecipare quaggiù all'olocausto del Signore. Gesù Cristo per il primo ha voluto soffrire per entrare poi nella gloria. "Il Golgota non è una figura retorica”. La legge è la stessa anche per noi: Oportuit... pati, et ita intrare in gloriam.

Vogliamo essere con Lui nel trionfo? Bisogna prima essere con Lui nel combattimento. Laborare mecum, fa dire a Gesù S. Ignazio nella "Contemplazione del Regno di Cristo". Pizzarro, uno dei conquistatori dell'America del Sud, appena sbarcato, getta la sua spada sul terreno per segnare come una linea di separazione tra i suoi soldati e grida: "Quelli di voi che hanno paura, restino al di qua; gli altri s'avanzino con me".

Questo linguaggio è austero; e quantunque la teoria sia chiarissima, di fatto alla presenza di una vita di rinunzia, che si impone come un'obbligazione sacra per ogni cristiano, molti indietreggiano.

- "Oh! quanto spavento m'incutono quelle due traverse in croce che si drizzano sul Calvario! Vorrei piuttosto nascondermi dietro che lasciarmi configgere sopra!”.

- “Sì, il legno è duro! Ma non c'è soltanto il legno; su quelle traverse è confitto un uomo. Il legno sa di morte, ma chi è confitto sul legno è ben vivo. Guardate attentamente - come si conviene - e le due traverse svaniscono, scompaiono, non si vedono più, e ad attrarre l'attenzione non resta più che quel corpo sospeso e in mezzo ad esso, raggiante di luce attraverso una ferita aperta, il Cuore. Si dice “Il Crocifisso”. Non è esatto; perché pare si voglia indicare un oggetto. Si deve dire: "Colui che è confitto in Croce"; così si indica una persona".

- “Una persona?... Sì, una persona umana e nello stesso tempo divina. Oh! mio Dio, sei proprio tu?”.

- “Sì, son io”.

- “Mi pare d'incominciare a capir meglio... a capire quasi del tutto... io soffrirò con te, Signore, ma tu soffrirai con me. Con te non avrò paura, ma andrò innanzi risolutamente”.

- "Per animarti ancor di più, getta dai piedi della Croce uno sguardo sul mondo. Mira questi uomini che scendono dalla vetta del Calvario, sono i miei carnefici; mira, a Gerusalemme, sepolta nel sonno, le turbe che non s'accorgono di nulla. Ho bisogno dei tuoi sacrifici per far giungere fino a loro la mia Redenzione. Ho voluto aver bisogno di te: ti chiamo quindi in mio aiuto; con te posso tutto, come nulla posso senza di te. Vuoi che salviamo insieme il mondo? O preferisci andartene anche tu con quelle turbe, con i miei carnefici? ''

- “A me tu parli così, Signore? Non sai chi sono?".

- “Tu sei uno dei miei. Non basta questo perché io ti inviti a faticare con me, a penare, a soffrire con me? Lo vedi, l'impresa è immensa. E credi: vale la spesa; anche se la spesa - nella condizione in cui ti trovi e nello stato di vita in cui ti ha posto la mia Provvidenza - fosse l'intera oblazione di te quale ostia vivente... con me”.

- “Se tu credi ch'io lo possa fare... Con te, Signore, quale ostia vivente... oh! sì, con tutto il cuore... eccomi, prendimi!”.
CAPO SECONDO

La riparazione, desiderio esplicito di Nostro Signore.
La necessità della riparazione s'impone a ciascuno di noi non soltanto quale conseguenza legittima dei principi della nostra fede cattolica e in particolare della dottrina del Corpo Mistico di Gesù e del dogma della Redenzione, ma anche quale conseguenza necessaria dell'insegnamento formale, costante e ripetuto le molte volte, di Nostro Signore.

Sia che apriamo il Santo Vangelo, sia che consultiamo le grandi Rivelazioni della storia, sempre noi troviamo che il Salvatore si mostra desideroso di avere delle anime che sappiano rinnegare se stesse e mettere a profitto della gran causa della gloria divina e della salvezza di molti la propria abnegazione.


Incominciamo dai Vangeli.

La legge, che più di ogni altra vi si ricorda, è il dovere della penitenza riparatrice: e i testi sovrabbondano. Qual è la predicazione del Battista, del Precursore scelto dal Maestro? “Un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati”. - Che ripete durante le sue giornate, sulle rive del Giordano, dove il Salvatore stesso comincerà ben presto la sua missione? - "Fate penitenza, perché si avvicina il Regno di Dio".

Egli stesso come vive? Dando l'esempio: le sue vesti sono un rozzo cilicio; il suo cibo le locuste del campo; suo compagno il silenzio del deserto.

Che risponde alle turbe che accorrono e gli domandano chi è? - “Chi sono? Ecco: una voce che grida nel deserto: Raddrizzate le vie del Signore”. Cioè: il sentiero è stato deviato, bisogna riportarlo nella sua vera direzione - ripararlo.

E quando gli si accostano degli ipocriti, certo molto poco desiderosi di cambiar vita, e gli manifestano il desiderio di ricevere l'acqua purificatrice, Giovanni li accoglie con invettive ben meritate: "Razza di vipere, ipocriti! il vostro pentimento non è sincero. Il Signore esige frutti di penitenza che siano degni. La scure è alla radice dell'albero. Ogni pianta che non porta buoni frutti sarà tagliata e gittata al fuoco. Non tardate più oltre. Qualcuno sta per venire - anzi è già in mezzo, a voi - e voi non lo conoscete ancora. Se troverà in mezzo a voi del frumento, lo raccoglierà per i suoi granai; ma la paglia verrà buttata tra le fiamme che non si estingueranno mai”.

Può darsi forse parola più decisa e più vibrata per inculcare la necessità della sofferenza compensatrice, l'obbligo di ritornare sulla retta via, di riparare i propri errori, di sollecitare il perdono con l'offerta di una penitenza appropriata?

Ma ecco il Salvatore in persona, il quale comincia la sua predicazione con un digiuno di quaranta giorni nel deserto. Agli Apostoli, che chiama alla sua sequela, dice; "Abbandonate ogni cosa"; e alle turbe che gli si affollano intorno; "Rinnegate voi stessi".

S. Matteo ce lo fa notare espressamente; "Da quel punto incominciò a predicare dicendo: Fate penitenza "; quasi per farci comprendere che tale insegnamento, molto frequente poi in seguito. Egli lo propose fin dal principio come un pensiero che gli era caro ed un tema che preferiva ad ogni altro.

Del resto la sua vita intera la passerà nel proclamare la rinunzia a se stessi e la penitenza dei peccati. “Se avete due tuniche, vendetene una. Non vi turbate per il cibo e il vestito necessario. Che importa il denaro? Quel che conta è il tesoro ammassato per il Cielo”. Lo si sentirà continuamente fulminare di anatema gli amatori della vita facile e reclutare i pellegrini della via stretta: "Guai a voi, ricchi! Guai a voi, ipocriti! Volete sapere chi sono i beati? Quelli che non posseggono nulla; i mansueti; quelli che piangono; gli assetati della giustizia; i misericordiosi; i puri; i pacifici; i perseguitati! Ecco! Volete seriamente impegnarvi al mio servizio, venire dietro di me? E' necessaria una condizione: essere risoluti di rinnegare se stessi, prendere la croce con le due mani. Altrimenti, tutto è inutile”. E il Salvatore non si contenta di sole parole. Se Iddio avesse esposto soltanto formule, pochi l'avrebbero compreso. Allora la parola si fece azione, la parola prese corpo: Et Verbum caro factum est, il Verbo si è fatto carne. Così ciò che era accessibile solo all'orecchio diventò visibile agli occhi. Il consiglio si cambiò in esempio. Il Salvatore, per insegnare a noi l'immolazione, vivrà tutta la sua vita quale "ostia".

Fin dal suo primo ingresso nel mondo – ingrediens mundum - dichiara la natura della sua impresa. - Dicit: hostiam et oblationem noluisti. Tunc dixi: ecce venio. Poiché le vittime offerte fin qui non bastano, d'ora innanzi la Vittima sarò io.

Nel seno di Maria, Gesù non fa altro che le prime prove di quella vita di ostia che continuerà più tardi nei singoli tabernacoli delle chiese.

Poi viene alla luce: il presepio, Betlemme, la stalla.

Ancora: ostia. A partu virgineo effectus hostia, dirà Tertulliano. E dopo la nascita i sacrifici sono a getto continuo: la circoncisione, la fuga in Egitto, l'esilio; non manca nulla. Il Salvatore doveva dire più tardi: “Beati quelli che soffrono, beati quelli che sono spogliati di ogni cosa”. Se egli avesse posseduto qualche cosa, se fosse nato in mezzo alle comodità, gliel'avrebbero rinfacciato. Oh! no, Egli sarà il più povero e il più sfortunato di tutti.

A Nazareth, la vita nascosta. Senza di essa, predicando Egli più tardi l'umiltà, noi non avremmo accolte le sue parole: sono così pochi quelli che lo fanno anche dopo il suo esempio così eloquente ! Amiamo tanto comparire!... ed Egli si nasconde per trent'anni. Ci vuole un'ammenda particolare per ogni sorta di orgoglio; quindi si nasconde e lavora, e il suo lavoro è faticoso. Holman Hunt, pittore inglese, in un quadro intitolato “L'ombra della morte nella bottega di Nazareth”, ha dipinto Cristo operaio che sospende per un istante il lavoro, si rizza sulla persona e stende le sue braccia per riposarsi dalla fatica. L'ombra della sua persona si proietta sul muro bianco attraversato orizzontalmente da un asse a cui sono appesi gli utensili da falegname, L’illusione è perfetta. Si direbbe un uomo che spicca in rilievo sopra una croce.


Dopo Nazareth, la vita pubblica colle sue faticose peregrinazioni in cerca di anime, la sete che fa domandare un po' d'acqua alla Samaritana, le notti passate in preghiera, l'apostolato infaticabile. Le volpi hanno una tana, gli uccelli un nido, il Figlio dell'uomo nulla; neanche un tetto per ricoverarsi. Bisogna scontare per tutti quelli che si perdono dietro alle vanità, per gli adoratori del vitello d'oro, per i figli di Dio che dimenticano o trascurano di ricorrere a Lui, per i seminatori di zizzania, e per quanti non accolgono o ricevono invano il seme divino. Sugli inizi del suo ministero Giovanni Battista addita Gesù alle turbe chiamandolo semplicemente: "L'Agnello di Dio che porta i peccaci degli uomini”. Comprendiamo bene: Ecco la vittima universale e silenziosa per cui il mondo avrà la salvezza. Con una pazienza veramente divina, il Cristo cercherà per ben tre anni di far comprendere ai suoi Apostoli che Egli dovrà sacrificarsi alla morte: ma questi non ne saranno persuasi e non lo capiranno fino a che, dai nascondigli, in cui si rifugeranno nel cuore di Gerusalemme, non lo scorgeranno sulla vetta lontana del Calvario, confitto sopra la Croce.

Finalmente la Passione; non è forse qui che il nostro Salvatore compie la sua parte per eccellenza di "ostia"? Egli accetta di essere tradito, rinnegato, battuto, oltraggiato, inchiodato e sospeso al patibolo della Croce per insegnarci a soffrire, come Lui, nel nostro onore, nella nostra riputazione, nella nostra carne, nelle nostre affezioni e - poiché ci voleva una riparazione alla giustizia divina - a soffrire, come Lui, per tutti quelli che se la godono e si divertono, per tutti quelli che tradiscono il loro battesimo e la loro fede, per i rinnegati, per quelli che insultano il Crocefisso e perseguitano la religione, per quelli che schiaffeggiano la Chiesa, il suo capo e i suoi ministri, per tutti quelli insomma che la croce del Maestro mette a disagio nel loro egoismo senza limiti e senza vergogna.

L'amore di Cristo per la riparazione è così grande che la glorifica nella Maddalena, la pubblica peccatrice, diventata, grazie al suo pentimento e al suo grande amore, la Maddalena di Betania - "Il Maestro è là che ti cerca” - e la Maddalena del Golgota... Ai piedi della Croce sul Calvario scorgiamo solo tre persone – come avviene sempre quando c'è da soffrire - un uomo e due donne, Maria SS., S. Giovanni, la Maddalena ; “tra due innocenze intatte, un'innocenza riconquistata...”, riconquistata a prezzo di una riparazione così generosa, del doppio spezzarsi dell'alabastro dei profumi e del suo proprio cuore..., riconquistata al punto che la peccatrice di una volta sarà la prima creatura, dopo la SS. Vergine, a cui Gesù si mostri risorto - la Maddalena del mattino di Pasqua (3).

E se per conoscere meglio il pensiero di Cristo sulla riparazione lasciamo il Vangelo e ricorriamo alle grandi rivelazioni della storia: Paray le Monial, Lourdes, La Salette, Pellevoisin, Pontmain... che vediamo?

Si direbbe che Nostro Signore nelle sue apparizioni a Santa Margherita-Maria Alacoque non abbia avuto altro scopo che mendicare immolazioni riparatrici.

“Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e in compenso non riceve che ingratitudini e amarezze. Io domando quindi da te riparazione” (4).

“Il S. Cuore - dice la Santa - cerca delle anime riparatrici che gli rendano amore per amore e che con profonda umiltà domandino perdono a Dio per tutte le ingiurie che gli si fanno”.

“E' un fatto, mia diletta figlia, che il mio Cuore mi ha spinto a sacrificare tutto me stesso per gli uomini senza che ne avessi da parte loro corrispondenza alcuna.

E’ questa una pena che mi addolora più d'ogni altra da me sofferta nella mia Passione;... essi non hanno che freddezza e ripulsa per quanto mi adoperi a far loro del bene... tu almeno recami questo piacere di supplire per la loro ingratitudine...” (5).

Verso il termine del febbraio 1669, nei giorni del Carnevale, la Santa scrive alla Madre De Saumaise: “Questo Cuore amabilissimo mi pare mi abbia rivolto questa domanda: Vuoi farmi compagnia sulla Croce in questi giorni, in cui sono tanto afflitto per la voglia che ciascuno ha di divertirsi? Io ti farò provare tali amarezze che tu potrai in qualche modo raddolcire quelle che i peccatori versano nel mio Cuore; tu con i tuoi gemiti incessanti uniti alle mie pene otterrai misericordia perché i peccati degli uomini non raggiungano il colmo” (6).

“Per questo scopo della riparazione Nostro Signore domanda l'istituzione di una festa speciale in onore del suo Cuore divino, la Comunione dei primi Venerdì del mese, anzi la Comunione riparatrice più frequente possibile, secondo l'ubbidienza, la pratica dell'Ora Santa, ecc.

La maggior parte delle sue istruzioni alla prediletta discepola mirano a formare lei - e, per mezzo di lei. noi - allo spirito di riparazione.

Per l'Ora Santa, per esempio, il Signore domanda:

“Ogni notte dal giovedì al venerdì io ti metterò a parte di quella tristezza mortale che io ho provato nell'Orto di Getsemani. Tu ti alzerai fra le undici e mezzanotte: ti prostrerai per un'ora con me, la faccia a terra, sia per placare la giustizia divina domandando misericordia per i peccatori, sia per addolcire in qualche modo l'amarezza ch'io provai per l'abbandono dei miei apostoli che non avevano potuto vegliare un'ora vicino a me” (7).

Non ci possono essere dubbi sulle intenzioni del Maestro. La prima volta che il divin Cuore si manifesta alla Santa, il 27 dicembre 1673, le si mostra sull'altare, luogo del sacrificio, e con sembiante afflitto. L'immagine che suggerisce all'umile religiosa di disegnare, deve rappresentare un cuore ferito, sormontato da una croce, e circondato da una corona di spine. Si spiegano quindi gli accenti infiammati di Margherita Maria: "Se sapeste - scriveva essa - quanto il nostro Sovrano mi spinge perché lo ami d'un amore di conformità alla sua vita dolorosa! Io non vedo nulla che possa addolcire la lunghezza della vita se non il soffrire sempre amando.

Soffriamo dunque amorosamente senza lamentarci mai, e riputiamo come perduti i momenti passati senza dolore”. Tutta la vita della Santa si compendia in un inno alla Riparazione, un ardente invito ad amare Gesù "con un amore di conformità alla sua vita dolorosa”.

E' inutile continuare le citazioni della sua vita e delle sue opere: conviene leggerle intere.

Il P. Terrien nel suo libro pieno di dottrina sulla Devozione al S. Cuore (8), scrive “Riparare è lo stesso che amare, ma è prima di tutto soffrire... immolarsi amando” (9).

E aggiunge: "Conviene attingere nel Cuore di Gesù questo prezioso supplemento della Carità, che sola può rendere a Lui pienamente gradite le nostre riparazioni”.

Gesù batte alla porta dei nostri cuori per avere le nostre riparazioni, ma queste povere elemosine non hanno valore alcuno se non passano attraverso al suo Cuore divino. E' come un flusso e riflusso di benedizione. Il suo amore ci chiama partendo da quel centro e il nostro amore, per rispondere efficacemente, deve ritornare allo stesso centro.

Davide diceva: "Ho trovato il mio cuore per pregare il Signore". Noi abbiamo di meglio: lo stesso Cuore di Dio. S. Bonaventura non desiderava se non di prendere in esso stabile dimora e rimpiangeva la cecità degli uomini che non sanno penetrare nel Cristo attraverso le sue ferite, specialmente quella del suo Costato.

Diciamo dunque anche noi: “Entrerò umilmente, ma risolutamente fino all'altare del Signore. Introibo ad altare Dei”.

Nell'inno alle Lodi per la festa del Sacro Cuore si canta: "O Cuore, altare sul quale il Cristo Sacerdote ha offerto e offre ogni giorno il Sacrificio cruento e mistico, chi non ti amerà, chi non ti sceglierà come dimora per abitarvi eternamente?”. Quest'asilo benedetto del suo Cuore, in cui Gesù rinnova di continuo il suo sacrificio, sarà il mio asilo, dove offrirò la mia modesta partecipazione all'opera della Redenzione. E come? Cercando di unire i miei sentimenti a quelli di questo Cuore adorabile, seguendo, per esempio, l'indirizzo dell'Apostolato della Preghiera - è un modello fra tanti, ma uno dei migliori.

E quali sono questi sentimenti del Cuor di Gesù?

Ecce venio: eccomi, Signore, io mi offro, mi dono a te”. La vita di Gesù è un ecce perpetuo, una continua conferma dell'immolazione del primo giorno. Ecce rex, ecco le Palme; Ecce homo, ecco la Passione; Ecce Agnus, ecco il Gesù del Giordano e dell'Eucarestia. Maria SS., fedele imitatrice di Gesù, altro non fece durante il corso della sua vita che ripetere quel suo: “Ecce; ecce ancilla Domini. Io mi offro, mi dono”.

Dal Cuore di Gesù erompe di continuo un duplice desiderio: - una fame divorante di compiere la volontà del Padre; - una sete ardente di essere battezzato nel proprio sangue per strapparci dalla morte. Orbene, questo doppio desiderio pervade in Gesù tutto quello che gli appartiene.

Di fatto, al presente, Gesù nella sua propria Umanità non è più passibile di umiliazione ne di patimento; ma gli restiamo noi, suo Corpo mistico. Ora appunto per ciascuno di noi in particolare Egli desidera l'abbandono totale ai voleri divini, per ciascuno di noi ha sete di quelle immolazioni che debbono unirci al suo Sacrificio.

Gesù non può più umiliarsi in se stesso, ma lo può fare in noi: non può più soffrire in se stesso; ma lo può in noi. Noi siamo in qualche modo Lui; ecco la ragione per cui domanda la nostra partecipazione e le nostre offerte.

Ahimè!... quanto pochi comprendono... o accettano! Tuttavia la devozione al S. Cuore giunge fino a questo punto; meglio ancora, condiste nell'arrivare a questo punto. Chi la giudica altrimenti la diminuisce o la falsa.

Inoltre per farci meglio comprendere le sue intenzioni il divin Salvatore ha voluto rimanere in mezzo a noi quale “ostia”. Sotto i veli eucaristici Gesù non può più ora soffrire per i sacrilegi e per l'indifferenza, per le ribellioni e per l'orgoglio, per la sensualità e le immodestie degli uomini. Ma un tempo, durante la sua esistenza visibile sulla terra, ha già provato per tutti questi oltraggi alla sua Maestà divina e per questa crudele dimenticanza della sua legge, le più indicibili torture nel suo cuore e nel suo corpo. Ha previsto tutto, tutto scoperto e penetrato fino al fondo, per tutto in particolare sofferto.

Per consolarlo di quei momenti così dolorosi, Egli domanda ora la nostra pietà cooperatrice, e poiché ha scelto di perpetuare nell'Eucaristia il Sacrificio compiuto sulla Croce, che potremo fare di meglio se non perpetuare il suo sacrificio come Egli stesso lo perpetua, trasformandoci, cioè, con Lui in altrettante ostie viventi?

Ancora; poiché in questo Sacramento di amore si prolunga misticamente la fame divorante del Salvatore di compiere in tutto la volontà del Padre e la sua sete ardente di soffrire per la nostra salvezza, che potremo fare di meglio se non entrare anche noi in quei sentimenti che animano di continuo l'Ospite dei nostri tabernacoli?

Più innanzi, quando dimostreremo quale debba essere l'amore di un'anima riparatrice per il Sacramento dell'Altare, ritorneremo sull'argomento. Per ora basterà quello che abbiamo accennato. Quando si comprende bene il Sacro Cuore, la vita eucaristica diventa l'unione di due "ostie”nell'unità di un perfetto abbandono; quando si comprende bene la vita eucaristica, cioè l'unione con Gesù Ostia, allora l'amore al Cuore di Gesù diventa praticamente uno sforzo energico per spogliarsi di se stessi, e trasformarsi in una “specie sensibile “vivente, sotto la quale vivrà solo più il Cristo.

Una “specie sensibile”, che Gli servirà di strumento per continuare a compiere la sua opera, una “specie sensibile “che Egli sacrifica incessantemente con se stesso, nell'unità di un medesimo sacrificio, alla gloria dell'adorabile Trinità e per la salute delle anime.

Ci siamo un po' dilungati - e se ne comprende facilmente la ragione - su Paray e sulla devozione al Sacro Cuore. Ma anche nelle grandi apparizioni della S. Vergine in Francia, nel secolo XIX - per non dire che di quelle - troviamo sempre l'intento divino di richiamarci le necessità della vita di riparazione.

A Bernardetta Maria si rivolge lamentando che gli uomini si abbandonino sempre più al peccato e le domanda una doppia compensazione: preghiera e rinuncia. Fa recitare alla fanciulla il Santo Rosario; vuole che si edifichi un tempio, in cui il Signore sia glorificato; che si promuovano pellegrinaggi, con i quali le folle, in un'epoca fredda e blasfema, vengano a portare l'omaggio delle loro pubbliche adorazioni, delle loro infuocate acclamazioni, della loro fede vendicatrice.

Ma sopra ogni altra cosa Maria insiste: "Penitenza! Penitenza! Penitenza!”(24 febbraio 1858).

A Pellevoisin, a Pontmain, alla Salette la Vergine benedetta non domanderà nulla di più; ma domanderà ancora una volta la stessa cosa: La preghiera e la penitenza, in espiazione di tutti i delitti che si commettono.

“Pregate, pregate, ragazzi miei!”.

“Fate penitenza!..”.

Ai due pastorelli della Salette la Regina del Cielo fa sapere che ormai non può più trattenere il braccio vendicatore del suo divin Figliuolo. I peccati si moltiplicano. la bilancia sta per dare il tracollo: "Se il mio popolo non vuole sottomettersi, io finirò con dover lasciar libera la mano di mio Figlio. Essa è così grave e così pesante ch'io non la posso più trattenere. E' già molto tempo ch'io soffro per voi; se voglio ottenere che Gesù non vi abbandoni, debbo continuamente rivolgergli la mia preghiera. E voi? Voi non ci badate punto”. E la Santa Vergine piangeva amaramente.

Poi continuò: “Io vi ho lasciato sei giorni per i vostri lavori e mi sono riserbato soltanto il settimo e voi non me lo volete concedere”. Qui la Vergine parla in nome di suo Figlio, e Melania racconta che a queste parole ci fu, come segno di approvazione, un cenno del Crocifisso, che apparve allora vivente sul petto della Vergine in lacrime.

Dopo aver chiesto riparazioni per la violazione della domenica, la Madonna ne richiese ancora per il vizio della bestemmia: "I carrettieri non sanno più parlare senza frammettere ai loro detti il nome del mio divino Figliuolo. La bestemmia e la violazione della festa sono le due iniquità che rendono così pesante il braccio del mio Figliuolo”.

E' necessario un contrappeso sulla bilancia, altrimenti la giustizia divina, che francamente non può più esser trattenuta, scatterà.

Che lezione ricavare per noi? Anime, anime ci vogliono che si dedichino alla riparazione. Iddio è irritato. Guai a noi se sull'altro piatto della bilancia divina le anime generose non gettano il peso delle loro immolazioni compensatrici!
CAPO TERZO

La riparazione, necessità che s'impone nelle circostanze presenti.
Quanto meno il terreno si presta e tanto più bisogna dare. Noi domandiamo mattino e sera: "Padre nostro..., venga il tuo regno”. E che il nostro augurio rimanga continuamente vano è pur troppo verità manifesta.

Chi oserà dire che il regno di Dio stia per giungere? Non è forse vero, invece, che non giunge punto, che neppure lo si scopre da lontano in attesa di venire?

Ai nostri giorni chi non può ripetere, senza timore di sbagliare, le parole che il Peguy mette sulle labbra di Giovanna d'Arco, e che dipingono così bene la triste epoca degli inizi del regno di Carlo VI?

“Padre nostro! Padre nostro che sei nei cieli, quanto siam lontani dal vedere che il tuo nome sia santificato; quanto siam lontani dal momento che il tuo regno arrivi... Si va di male in peggio. Vedessimo almeno spuntare il sole della tua giustizia! Si direbbe, invece – mio Dio, mio Dio, perdonami - si direbbe che il tuo regno se ne va. Non mai prima d'ora si è tanto bestemmiato il tuo nome; non mai s'è tanto disprezzata la tua volontà; non mai s'è tanto disobbedito!... Se non s'è ancora avuto abbastanza santi e sante, mandane degli altri, mandane tanti, quanti se ne richiedono, mandane tanti, che il nemico si stanchi...".

Nella magnifica introduzione alla vita di S. Liduina, la dolorosa riparatrice di Schiedam, l'Huysmans descrive a larghi tratti lo stato del mondo nell'epoca, in cui Dio si prepara ad eleggere l'elegante pattinatrice di quell'angolo dell'Olanda per inchiodarla, lo spazio di trentotto anni, in un letto, in preda ai più atroci dolori di corpo e di spirito, e così mandar sconfitto Satana, il cui regno maledetto si andava ogni giorno più accrescendo.

Il mondo non si è mutato di molto dopo S. Liduina.

Ai suoi giorni i popoli si massacravano l'un l'altro.

Oggi non abbiamo nulla da invidiare ai barbari di allora. Le nazioni si sfasciavano nella decrepitezza e nella decadenza, fattesi volontariamente schiave di sofisti prezzolati e di falsi pastori senza coscienza. E noi, per parte nostra, abbiamo visto anche questo. Non mancava allora il denaro per assoldare i traditori. Ma del denaro a questo fine non ne mancherà mai. Ora, come per il passato, abbondano i filosofastri che trovano sempre ragioni per scusare i più nefandi delitti. Da per tutto la sete del piacere. "Fra ventitré giorni compio ventuno anni, è tempo di darmi al piacere"; questo motto di Beyle è l'ideale di intere generazioni.

Il peccato si diffonde con una profusione ed un cinismo che sconcertano; e non osiamo recarne esempi, perché non sapremmo dove arrestarci.

A qualche anima più generosa nella riparazione il divin Salvatore ha fatto non di rado delle confidenze, nelle quali fa rilevare in particolare i peccati che stanno per attirare sulla terra castighi inevitabili, se non c'è chi si offra per riparare.

I peccati di bestemmia. Gesù mostrandosi tutto in lacrime e sfigurato in volto ad una Clarissa del secolo XVIII, Veronica Giuliani, le disse: "Vedi come sono maltrattato e in che stato sono ridotto. Tutto questo per le orribili bestemmie che vomitano continuamente contro di me le creature delle mie mani”(10). Abbiamo già riferito del resto le parole della Vergine alla Salette.

I peccati di impurità. Mentre Caterina da Siena piangeva sui mali della Chiesa:

“Ricorda - le disse il divin Salvatore - che ben prima della peste ti avevo già fatto comprendere l'orrore ch'io sento del vizio impuro, e come il mondo ne era infetto. Io ti ho messo innanzi agli occhi l'universo intero e tu hai potuto vedere questo maledetto peccato in tutte le condizioni... Questa lebbra era sparsa da per tutto... la maggior parte degli uomini era macchiata da questo vizio infame nell'anima e nel corpo.

“Tuttavia, in mezzo a tanti prevaricatori, ti ho mostrato un certo numero di anime preservate, perché in mezzo ai perversi ho sempre degli eletti, le cui opere buone mi trattengono dal comandare alle montagne di schiacciare i colpevoli, alla terra di ingoiarli, alle belve feroci di divorarli, o ai demoni di portarseli in anima e corpo all'inferno. Cerco anzi i mezzi di poter far loro misericordia traendoli a mutar vita, e mi servo a questo fine degli stessi miei servi che sono puri da questa lebbra e li muovo a pregare per essi”(11).

E poiché tali peccati riboccano specialmente in certe epoche, in queste sopratutto bisogna riparare.

Una domenica di Quinquagesima, sul cominciar della Messa, Nostro Signore fece capire a S. Geltrude che, stanco e desolato per le persecuzioni di cui lo facevano oggetto da ogni parte, le domandava di rifugiarsi nel suo cuore:

“E da quel momento, durante i tre giorni di carnevale, ogni qual volta rientravo nel mio cuore, ti scorgevo appoggiato sul mio petto, languido, spossato e non potevo allora recare migliore sollievo ai tuoi mali che applicandomi per amor tuo all'orazione, al silenzio e agli altri esercizi di mortificazione per la conversione di quelli che vivono nei disordini del mondo” (12).

Se almeno gli “eletti “non si allontanassero mai dalla retta via! Quanti singhiozzi nelle lagnanze del Signore a S. Margherita Maria e ad altre simili anime privilegiate del nostro tempo:

“Ti voglio mostrare la ferita più dolorosa recata al mio Cuore... ne sono causa le anime religiose e sacerdotali che mancano di fedeltà alla loro vocazione o che non vi corrispondono secondo i miei disegni”.

Ritorniamo ai semplici fedeli. Anche là dove si dovrebbe trovare maggior amore, non s'incontra che diserzione.

“Nelle chiese io resto quasi sempre solo – confida Nostro Signore a Santa Gemma Galgani - e quelle poche ore in cui vi si accorre in folla, altri motivi dall'amore mio vi spingono la maggior parte, ed io soffro nel veder la mia Chiesa, che è la mia dimora, mutata in un teatro e in luogo di piacere". E siccome Gesù continuava lamentando certe comunioni infami, Gemma lo supplicò di non andar più innanzi: “Gesù, Gesù, non ne posso più...!”.

Oltre le colpe di quelli che credono, abbiamo l'incredulità di quelli che vivono lontani dal Dio della Verità!

“Signore! Venga, venga presto il tuo regno!”.

Ahimè! quanto è ancor lontano!

Di un miliardo e mezzo di uomini che abitano la terra appena cinquecento venti milioni sono cristiani e fra questi i cattolici contano per soli duecentosessanta milioni. Tutto il resto: scismatici, protestanti, mussulmani, giudei o pagani idolatri.

Povero Salvatore, che per redimere le anime ha versato tutto il suo sangue!

Ahimè! Gli Apostoli non sono sufficienti... Ventisette secoli fa, il profeta Amos, sotto i sicomori di Betel, usciva in queste strane parole: "Ecco si avvicinano quei tempi in cui manderò la fame e la sete sulla terra, non la fame e la sete dell'acqua, ma la fame e la sete della parola di Dio... ed andranno cercando per tutte le parti la parola di Dio... e non la troveranno”.

Qualcosa è forse cambiato dopo ventisette secoli, e i popoli non rimangono forse, nonostante il Cristo, assisi nell'ombra della morte?

“Quale sciagura, Padre, non tocca ai figli dei Tanali! “- scrive una tribù del Madagascar centrale domandando il ritorno del missionario tolto da quella stazione per la penuria di sacerdoti. - “Noi eravamo nella notte profonda come un uomo rischiarato da una fiaccola tra le tenebre: la luce della preghiera cattolica ci aveva illuminati. Ora la grande luce, che avevamo veduta, ci è stata rapita. Ahimè! quale tremenda sventura! Salvateci, Padre! Questo è il grido del nostro dolore. Eccoci ridotti quali pecore orfane del loro pastore, la preda dei lupi”.

Darsi, e cioè offrire alla causa, che si vuole servire, non soltanto l'intelligenza e lo spirito, ma sopratutto e prima di tutto il cuore; - darsi, e cioè amare l'ideale, che si vuol far trionfare, quanto è necessario per sacrificare ad esso non soltanto qualche cosa di sé, dei propri gusti, delle proprie preferenze, delle proprie abitudini, ma tutto se stesso, tutte le proprie abitudini e preferenze e gusti; - darsi, cioè amare tanto quelli che si vogliono guadagnare da andar loro incontro per i primi, senza aspettarsi un compenso di affetto o di gratitudine, ma soltanto per amore, amore di Dio, amore delle anime; - darsi e soprattutto darsi nel modo che s'è detto, ecco un'impresa non certo facile; ecco la ragione perché il mondo desolato chiama. La grazia divina è sempre pronta a zampillare, a scorrere, a lavare le colpe, a purificare le coscienze, ad illuminare i ciechi, a guarire la lebbra e le paralisi; ma come per il povero paralitico della piscina probatica, manca chi voglia apprestare alla miseria il soccorso necessario.

"Occorre spirito di sacrificio? Eccomi pronta!”- diceva Valentina Riant, e accettò di gran cuore di consacrare la propria vita riparatrice al riscatto delle abominazioni e delle turpitudini dei nostri giorni. Ma quanti si sentono il coraggio di imitarla?

Dopo il 1871 il Renan e i suoi amici fecero coniare una medaglia d'oro per commemorare il fatto seguente.

La medaglia portava le parole: "Durante l'assedio, un gruppo di persone, che solevano riunirsi a pranzo ogni quindici giorni da Brébant, non si sono avvedute neppure una volta che pranzavano in una città di due milioni d'abitanti circondata dai nemici".

E' così sempre. Il mondo contiene due sorta di anime: le une, in piccolo numero, sul modello della generosa Riparatrice e sono quelle che vedono, comprendono e soffrono troppo di quello che vedono e perciò non possono trattenersi dal gettarsi allo sbaraglio; le altre, sul modello dell'egoista odioso e dei suoi satelliti, - che sono legione, - le quali non vedono nulla o, vedendo, non comprendono, o vedendo e comprendendo, non vogliono sacrificare nulla e in mezzo ad un mondo trasportato dal vortice e in cammino verso l'abisso, non pensano che a banchettare presso i diversi Brébant dei nostri tempi, o almeno non pensano che a dimenticare i milioni di disgraziati che li circondano e che il dubbio, la miseria, la mancanza di Dio assediano o tengono prigionieri. “Tre milioni d'anime – calcola un umorista contemporaneo - sono uguali a una ventina di Anime con la lettera maiuscola".

L'abitudine di vivere in mezzo a questo egoismo, che tutto domina, c'impedisce di vedere quanto esso sia odioso. Ma coloro che nelle tenebre di una vita passata fuori della Chiesa, vengono improvvisamente "colpiti da chiaroveggenza”mediante una grazia di elezione e condotti all'Evangelo, non possono nascondere la loro meraviglia e dissimulare il loro disprezzo per queste “anime da nulla “di cui è pieno il mondo, e che non aspirano che al nulla, di cui si pascono.

L'artista olandese Pietro Van der Meer, confessa nel suo Journal il grande stupore che gli recava la prodigiosa incoscienza di certe persone - la maggior parte - mentre egli stava cercando la fede.

Eccolo attraversare in Londra la “City”, cioè quel funebre quartiere del commercio, del denaro e degli affari... "Da tutte le porte, da tutte le vie, da tutti gli angoli, ripostigli e androni, vidi uscire signori vestiti in nero, senza cappello in testa, che si precipitavano tutti nella stessa direzione, apparentemente con un medesimo scopo. Era stata aperta la sottoscrizione ad un prestito giapponese; c'era un guadagno assicurato e tutti si precipitavano come selvaggi sulla preda”.

Un altro giorno, eccolo a Parigi, dove giunge col diretto delle 6 del mattino. “Sui boulevards Rochechouart e Clichy mi si presenta lo spettacolo dei piaceri e dei dolori della notte. In una sala al primo piano di un caffè... i lampadari erano ancora accesi. Tutto ad un tratto mi giungono all'orecchio le risa sguaiate d'una ragazza; poi m'imbattei in uomini e donne in abito da sera, col volto stanco, gli occhi infossati, che si affrettavano lungo le case o cercavano una vettura”.

Altrove incontra qualcuno, il cui Dio è la buona tavola, quorum Deus venter est: "Questo Gargantua sembra decisamente ignorare il timore della morte, non preoccuparsi troppo del mistero della vita. Che cosa può mai esser la vita dell'anima in una simile persona?”.

“Nel nostro albergo ha preso stanza una vecchia signora americana che si vanta di non avere né parenti, né amici. - "O meglio - essa aggiunge - ho un unico amico! “e traendo di tasca il portamonete, lo depone solennemente sul tavolo: Eccolo!".

E il pensiero va a quella fanciulla troppo mondana, che sul punto di morire confessa alla religiosa che l'assiste: “Mia buona suora, le mie mani sono vuote! "; o a quel gentiluomo austriaco, parente del conte Czernin, che diceva: "Quando il Signore mi chiederà: - Che hai fatto della tua vita? - dovrò rispondere : - Signore, ho ucciso lepri, e poi lepri, e poi lepri ancora... Troppo poco veramente”.

Sì, certo troppo poco. E non si tratta di giansenismo, né di condannare il piacere legittimo; si tratta della mostruosa usanza di non vedere nella vita altro che il piacere che essa può procurare.

Ma c'è ancora dell'altro.

Fortunatamente ci sono anime che comprendono.

E una di queste scrive: “Perché Dio è così poco conosciuto, così poco amato? Perché la sete dei piaceri più o meno sani divora l'umanità? Ahimè! Quando io getto lo sguardo sulla nostra società, mi sento preso da profonda compassione e da un vivo desiderio di amare Gesù per tutti quelli che lo disprezzano”.

In queste parole troviamo appunto il programma argutamente formulato da un certo personaggio di operetta moderna.

“Ci si priva di qualche cosa, ci si mortifica, perché altri soffrono, per un sentimento profondo di simpatia, per un bisogno, un desiderio di soffrire insieme; ci si impone delle privazioni anche perché altri si abbandonano troppo al godimento; allora si agisce per un desiderio di riscatto, un sentimento di compensazione; si lavora secondo la propria condizione e la propria capacità a mantenere un certo livello nell'umanità”.

L’undici maggio 1899, festa dell'Ascensione, Nostro Signore domandò ad un'anima, che si era scelta già altre volte per confidarle alcuni desideri del suo Cuore:

- Figlia mia, posso contare sopra di te e richiedere da te quello che non mi vogliono concedere le anime molli e sensuali del mondo e nemmeno la maggior parte delle anime devote, che mi amano e mi servono perché nell'amarmi e nel servirmi trovano una qualche soddisfazione propria?

- Sì, mio Dio!

- Accetti la tua parte della mia vita di pene per la continua espiazione dei peccati che di continuo si commettono? Perché io vivo così nelle anime che volentieri si danno a me per soffrire e per espiare. Vuoi offrirti a me per essere una di queste anime?

- Sì, mio Gesù!

- Consenti a soffrire tutte le pene che mi piacerà di inviarti sia nel cuore, sia nello spirito, e sia nel corpo? Mi resterai fedele? Avrai sempre fiducia nella mia sapienza, nella mia misericordia, nel mio amore?

- Sì, mio Dio!

- Consenti a lasciarti ridurre, in conseguenza delle infermità che ti invierò, alla completa impotenza? E per tutto il tempo che dureranno queste prove, resterai sempre calma, servizievole, pronta a tutto? Mi prometti di non mai dubitare del mio amore per te, di non accoglier mai volontariamente nel tuo cuore pensiero alcuno di diffidenza e di moltiplicare, col moltiplicarsi delle prove, gli atti di abbandono alla mia Provvidenza, di amore alla mia volontà, di riconoscenza per la parte che io ti affido della mia vita d'espiazione?

- Sì, mio Dio, con la tua grazia te lo prometto (13).

Quanti cuori generosi nel secreto della loro orazione si sono offerti così a Dio con la stessa generosità!

Compiaciti, Signore, di mandarci tante di queste anime giuste per la riparazione compensatrice! Mandaci delle anime non solo fedeli, ma risolute a pagare con la loro fedeltà il debito contratto dagli uomini presso la tua giustizia. Una generosità ordinaria non basta, è necessaria una generosità senza riserve a disposizione d'un amore riparatore e penitente. Altre opere sono necessario, ma questa va innanzi a tutte.

Meglio ancora, Signore; fai spuntare delle anime, che non solo accettino il sacrificio, ma lo ricerchino, lo amino, lo desiderino per sconfiggere le potenze del male. Sono le anime riparatrici in grado massimo.

Il cardinal Manning scriveva: "Questa nostra non è un'epoca di martiri (chi sa?); ma un'epoca in cui ciascuno deve possedere la volontà di un martire”.

In un'opera pubblicata ancor prima della grande guerra, Daniele, il protagonista del libro, da una risposta ben meritata ad un giovane ecclesiastico un po' mondano, il quale ricordava con compiacenza il detto d'un vescovo della Cina che, testimone di molti massacri, confessava: “Nella mia gioventù avevo desiderato il martirio;... ma ora mi sono ricreduto”.

- "Lasciate che ve lo dica - risponde dunque Daniele - se ci sono in mezzo a noi mille fedeli, se ce ne sono cento o anche solo venti, i quali siano preparati a portare sul loro corpo le stimmate della Passione, i veri e soli discepoli, però, si riconosceranno dal versare che faranno lietamente il loro sangue! Questo sangue, la terra che noi calpestiamo già lo conosce, già lo ha bevuto abbondantemente; e fu il sangue dei nostri martiri; se la patria deve risorgere sarà anche il nostro!".

"Sarà anche il nostro"! Non già il nostro sparso forse sul campo di battaglia o nelle arene, ma il nostro, dato a goccia a goccia nello sforzo di ogni giorno per la santità, per la restaurazione in Cristo di tutto il genere umano: dato goccia a goccia nelle immolazioni ordinarie, ma salvatrici, di una vita, in cui tutto è per Dio, tutto, fino al sacrificio, nelle anime più fedeli, d'ogni riserva dell'amor proprio, al sacrificio degli egoismi più intimi, dei gusti e delle gioie più lecite per la gioia più grande di vedere finalmente Dio conosciuto, amato e servito come si deve e si merita.
LIBRO II

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