Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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Capitolo

Settimo




NOVUS ORDO MISSAE

E INFALLIBILITà

Il problema dei rapporti fra NOM e infallibilità del Magistero ecclesiastico è un problema assai complesso, perché non esiste ancora una dottrina teologica compiutamente sviluppata sull'infallibilità e – soprattutto – sui criteri per discernere la sua portata concreta. C'è una certa anarchia, almeno nel linguaggio. Naturalmente questa complessità si rivela quando ci si pone sul piano della riflessione più approfondita sull'atto di fede e sulla sua intrinseca dimensione ecclesiale, perché altrimenti il fedele vive naturalmente questa infallibilità («prius vita quam doctrina» dice san Tommaso...). Il problema è quindi certamente risolvibile almeno a grandi linee, che sono quelle che ci interessano praticamente.

È tesi pacifica che la Chiesa è infallibile nelle leggi universali. Comunemente si dice che c'è infallibilità quando c'è «definizione dogmatica». La Chiesa, si ripete, è infallibile quando «definisce». Tuttavia i teologi, in ossequio alle fonti della Rivelazione, hanno sempre esteso l'infallibilità oltre il campo di una definizione dogmatica in senso stretto. Anche oltre il campo di un magistero strettamente dottrinale. Normalmente, nei manuali classici, si ritengono oggetto «secondario» (essendo oggetto «primario» le verità formalmente rivelate) di infallibilità:


  • Le verità speculative connesse con i dati rivelati, cioè quelle dalla cui negazione, logicamente e metafisicamente segue la negazione della verità rivelata.

  • I fatti dogmatici come la legittimità di un Concilio o il senso ortodosso o eterodosso di un testo umano.

  • Le leggi universali che promanano dalla suprema autorità della Chiesa, come le leggi contenute nel Codex Iuris Canonici, le leggi liturgiche, le canonizzazioni dei santi, le approvazioni degli ordini religiosi128.

Non mi pare seriamente contestabile che il NOM debba essere rubricato come legge universale. Il termine «universale» non deve trarre in inganno. Nell'uso tradizionale esso ha un significato più qualitativo che quantitativo129. L'obiezione tuttavia è stata sollevata (non però da Xavier da Silveira).

Si è negato in particolare che si possa parlare a suo proposito di «legge della Chiesa». Sono stati avanzati dubbi di carattere formale: esisterebbero vizi decisivi nella sua promulgazione, oltre che di carattere sostanziale: è un provvedimento che non è ordinato al bene comune, quindi non è una legge130.

Ora, che all'inizio si sia potuto produrre un dubbio sulla autenticità della Missale Romanum a causa di tante cose poco chiare nella forma della promulgazione, è anche comprensibile131, ma, una volta che l'autorità, almeno con la sua pratica di ormai quasi tre lustri, ha mostrato chiaramente di considerare come sua questa Costituzione Apostolica, il dubbio non ha più ragione di esistere.

D'altra parte, promulgato o non promulgato, questo rito è utilizzato dalla totalità morale della Chiesa docente. Accettato a malincuore da una parte forse considerevole di quest'ultima, ma sempre ritus approbatus di quell'approvazione minimale che consiste nel considerarlo almeno come utilizzabile.

Passando dalla forma alla sostanza, osserviamo che la valutazione di un atto di magistero, in quanto magistero, deve essere fatta secondo criteri innanzitutto esterni veramente l'autorità che parla o legifera? Qual è l'entità del suo impegno? ecc.), altrimenti si accantona puramente e semplicemente il principio di autorità. Dire che un atto di magistero non è infallibile perché è sbagliato vuol dire semplicemente vanificare il magistero nel momento in cui lo si afferma. La perplessità riguardo al contenuto mi spingerà a verificare più da vicino le condizioni in cui tale insegnamento si è dato. Verificate le condizioni che mi assicurano dell'infallibilità, dovrò allora ritornare sulle mie perplessità per espungerle in nome dell'obedientia fidei. Fermo restando che in ogni caso – nel caso sia di insegnamento infallibile, sia di insegnamento soltanto autentico – la presumptio veritatis è tutta dalla parte del magistero. Sostenere il contrario è, ancora una volta, svuotare la parola «autorità» di ogni suo contenuto reale.

Quindi, che una legge universale (garantita – secondo la dottrina comune – dall'infallibilità) sia contro il bene comune, lo devo valutare, da cattolico, sulla base, prima di ogni altra considerazione, della sua «universalità», reale o fittizia.

Obiezione più consistente è quella avanzata da Xavier da Silveira, che chiama in causa l'intenzione dell'autorità.

L'infallibilità è prerogativa che accompagna l'impegno supremo dell'autorità, il suo impegno «pieno». Questo impegno è un «atto umano» che deve essere libero, consapevole, per essere veramente tale. Ci deve essere cioè l'intenzione di pronunciarsi compiutamente perché ci sia l'infallibilità. Quando l'autorità stessa, interpretando il suo gesto, esclude questa intenzione, è chiaro che, nonostante le eventuali apparenze in contrario, l'infallibilità deve essere parimenti esclusa.

Innanzitutto ci pare che il problema sia visto in un'ottica eccessivamente volontaristica. L'intenzione che è qui decisiva, non è l'intenzione puramente soggettiva, ma quella che si manifesta esteriormente in un atto discernibile e interpretabile in se stesso. La interpretatio autentica ha ragion d'essere quando l'atto, in se stesso, è indeterminato e nella misura in cui lo è. Non quando, per la sua stessa natura esige un impegno ben preciso. Così quando il Magistero interviene in determinate materie delicate, che sono – a prescindere da condizioni esterne – di interesse vitale, quale il modo con cui deve essere celebrato il Mysterium fidei, l'entità dell'impegno è tutta deducibile dall'importanza della materia.

Entità tanto più «densa», quanto più ci si trova al centro del mistero132. Un po' diverso è il caso di un testo puramente dottrinale, la cui incidenza nella vita della Chiesa è influenzata in modo determinante dall'importanza che l'autorità stessa, o anche tutta la Chiesa – sempre sotto il controllo dell'autorità – vi attribuisce.

In pratica poi il punctum stantis et cadentis è tutto costituito da un intervento di Paolo VI: l'interpretatio autentica, appunto, che escluderebbe l'impegno supremo e quindi l'infallibilità.

«Il rito e la rubrica relativa non sono di per sé una definizione dogmatica, e sono suscettibili di una qualificazione teologica di valore diverso a seconda del contesto liturgico a cui si riferiscono; sono gesti e termini riferiti ad un'azione religiosa vissuta e vivente di un mistero ineffabile di presenza divina, non sempre realizzata in forma univoca, azione che solo la critica teologica può analizzare ed esprimere in formule dottrinali logicamente soddisfacenti»133.

In questo testo però non troviamo tanto l'enunciazione di una intenzione, quanto piuttosto la constatazione di un fatto: un rito non è una formulazione dogmatica. L'impegno del magistero deve dunque essere letto in esso tenendo conto della sua natura.

Innanzitutto un rito ha una finalità eminentemente pratica. Ha caratteristiche sue proprie che lo differenziano nettamente sia da una definizione dogmatica, sia da un manuale di catechesi o di teologia. Da questa sua specifica natura discende che una certa ambiguità è insita strutturalmente nelle sue espressioni (si pensi, per esempio, alle rubriche del Messale tradizionale che contemplano ripetute benedizioni sulle sacre specie già consacrate, con l'uso di formule che lascerebbero supporre una consacrazione non avvenuta). Ambiguità relativa, naturalmente, rispetto alla precisione di una enunciazione dogmatica o di una formula catechistica. Ambiguità che deriva dall'uso di un linguaggio più simbolico che concettuale. Dunque, quando si esamina il suo valore teologico, occorre distinguere: – il valore teologico suo proprio, secondo la sua finalità specifica; – la deducibilità di dogmi dai suoi testi e dalle sue rubriche. Mi pare non abbia del tutto torto Vagaggini quando dice che dalla liturgia (isolatamente presa) sono pochissimi i dogmi che si possono dedurre con certezza134.

La sua infallibilità dottrinale riflessa è quindi ridotta. Diversa è invece l'infallibilità che gli compete in relazione al suo valore teologico proprio (una infallibilità nell'ordine pratico) che però, per essere compreso, necessita di essere inserito in un vasto contesto. Parliamo dell'infallibilità nell'ordine dottrinale e dell'infallibilità nell'ordine pratico, perché l'assistenza divina – che fonda l'infallibilità – deve essere considerata una nozione analogica, che si applica diversamente a materie diverse135.

L'infallibilità non si riduce senz'altro alle definizioni dogmatiche136. Il magistero è sempre assistito, anche quando non c'è definizione in senso stretto e anche quando non si può parlare propriamente di infallibilità. La ragione ultima dell'assenso dovuto al magistero autentico non è tanto il suo essere infallibile, quanto il suo essere divinamente assistito: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16).

Seguendo le orme del card. Journet distinguiamo il potere della Chiesa in dichiarativo e canonico. Il potere dichiarativo è il potere di dichiarare, svelare, manifestare le decisioni che emanano direttamente da Dio: ciò che Dio ha rivelato. Dio si degna di parlarci immediatamente e la sua Verità e la sua Autorità sono la causa, il fondamento, il fine, dell'adesione che diamo alla sua parola. Dio però – nella logica economica che ha scelto – vuole servirsi di un mezzo creato (la Chiesa) per manifestarci quali sono le verità alle quali vuole che aderiamo. Qui la Chiesa interviene come semplice conditio sine qua non, necessaria per metterci in contatto con la parola divina. Il potere canonico è il potere di fondare, stabilire, promulgare delle decisioni immediatamente ecclesiastiche. Esso si distingue dal potere dichiarativo perché, mentre questo agisce solo come condizione manifestatrice del diritto immediatamente divino, il potere canonico agisce come fondamento del diritto immediatamente ecclesiastico, che non è che mediatamente divino. Qui la Chiesa non è soltanto condizione, ma vera e propria causa, anche se sempre assistita dalla Causa suprema che è Dio.

Questo potere canonico è esigito dal potere dichiarativo stesso, si trova come contenuto in esso. Il potere di dichiarare con autorità le decisioni immediatamente divine contiene il potere di legiferare, cioè di promulgare le decisioni puramente ecclesiastiche o canoniche, come il ramo contiene le foglie. Cristo, che ha affidato ai suoi ministri il compito di diffondere la buona novella, non può averli lasciati senza i poteri necessari per eseguirlo concretamente e immediatamente137.

Dunque:



Potere

dichiarativo: dichiara la


Rivelazione

speculativa


pratica

canonico: dispone tutto ciò che


rende accessibile la Rivelazione

speculativa

pratica

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