Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




старонка8/18
Дата канвертавання24.04.2016
Памер0.72 Mb.
1   ...   4   5   6   7   8   9   10   11   ...   18

Capitolo

Sesto




NOVUS ORDO MISSAE

E SACERDOZIO MINISTERIALE

Per i protestanti tutti i cristiani battezzati sono depositari dei poteri sacerdotali, quindi tutti hanno in uguale misura il potere di celebrare la santa Cena. Se uno presiede la cerimonia, non lo fa in quanto depositario di un potere speciale che viene da Cristo, ma in quanto delegato dalla comunità.

Il Concilio di Trento afferma – contro i protestanti – che esiste un sacerdozio esterno e visibile, istituito da Cristo, conferito mediante un sacramento (l'ordine sacro) che abilita a consacrare. Abbiamo già osservato che il fine del Concilio è quello di difendere il sacro deposito contro le deformazioni protestantiche – in questo caso difendere l'esistenza di un sacerdozio gerarchico, solo ad essere depositario di determinati poteri – non quello di fare una esposizione esauriente della materia. Non ci deve dunque meravigliare che il Concilio dedichi solo fuggevoli accenni102 al sacerdozio dei fedeli, di cui pure parlano Scrittura e Tradizione. Il tema non «costituiva problema», anzi, si temeva, parlandone, di recar danno alla saldezza della nozione di sacerdozio ministeriale che incominciava allora ad essere messa in pericolo. È comprensibile che nel periodo post-tridentino il capitolo «sacerdozio dei fedeli» sia stato lasciato un po' in ombra, nel timore di creare confusioni pericolose; tuttavia – come vedremo – è stata una verità sempre presente.

Se teniamo conto di questa Tradizione innegabile103 dobbiamo enucleare la differenza fondamentale fra concezione cattolica e concezione protestantica, non tanto nell'attribuzione o negazione di facoltà sacerdotali a tutti i battezzati, quanto nel porre una differenza essenziale e non soltanto di funzione fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio dei fedeli. Differenza che comporta una speciale «potestas» per cui si possono compiere azioni che non può assolutamente compiere chi non la possiede. In particolare, per quanto riguarda l'eucaristia, il potere di consacrare, di «fare» (conficere) l'eucaristia.

È ovvio dunque che «confondere il sacerdozio del popolo con quello del prete significa adottare (...) un principio protestantico, infatti, se si deve credere agli pseudo-riformatori del XVI secolo, il celebrante è prete allo stesso titolo del popolo, non fa che presiedere l'assemblea eucaristica come delegato degli assistenti». Questa è la critica che Xavier da Silveira rivolge alla IGMR: essa «conserva qualche espressione della dottrina tradizionale, ma introduce anche nozioni e principi che insinuano o contengono le tesi protestantiche»104 (3).

Quali sono i punti in cui vengono introdotte queste nozioni e principi devianti o erronei?

L'autore, esaminando la versione del '69, indica quattro punti e trova che anche quanto affermato dal Proemio del '70 – evidentemente introdotto per controbattere le accuse – continua ad essere erroneo. Esamina poi, considerandole insufficienti, le modifiche apportate negli articoli.

Si tratta dunque, complessivamente, di sei punti:

1. Osservazione generale: si ritrovano spesso, lungo tutto il documento, delle espressioni secondo cui è il popolo di Dio a celebrare la Messa.

2. Nel n. 7 (versione '69) il prete è qualificato semplicemente come presidente dell'assemblea del popolo di Dio. Le modifiche del '70 non tolgono affatto le perplessità. «L'errore più grave consiste nell'affermare che è il popolo a celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico»105.

3. «Nel n. 10, immediatamente dopo l'affermazione che il prete presiede l'assemblea, rappresentando Cristo, 1'Institutio" [del '69] dichiara che la preghiera eucaristica costituisce una "preghiera presidenziale". Ora, nello stesso articolo, le "preghiere presidenziali" sono definite come quelle "che sono indirizzate a Dio a nome di tutto il popolo santo e di tutti quelli che sono presenti". Ogni lettore, dopo questo passaggio, sarà indotto a pensare che nella consacrazione il prete parla principalmente a nome del popolo. Indubbiamente alcune parti della preghiera eucaristica sono indirizzate a Dio a nome del popolo. Ma la sua parte principale, la consacrazione, è pronunciata dal prete esclusivamente a nome di Nostro Signore. È impossibile a un cattolico ammettere su questo punto delle ambiguità. Così il n. 10 dell"'Institutio" è uno dei più biasimevoli di tutto il documento»106. Il n. 10 non è stato modificato nel '70.

4. Al n. 12 è detto che «La natura delle parti "presidenziali" esige che siano pronunciate con voce chiara e elevata e che da tutti siano ascoltate con attenzione». «Dunque, le parole della consacrazione devono essere pronunciate anch'esse in questo modo – il che insinua, una volta di più, che in questo momento il prete agisce specificamente come delegato del popolo»107 (6).

5. Anche la posizione del celebrante deve trovarsi in armonia con la sua funzione presidenziale: «La sede del celebrante deve significare il suo ufficio di presiedere all'assemblea e di dirigere la preghiera, perciò il suo luogo più adatto è rivolto verso il popolo alla sommità del presbiterio ...» (n. 271). Secondo l'Ordo romano tradizionale invece il prete si trova normalmente rivolto all'altare perché è soprattutto il sacrificatore che, «in persona Christi», si presenta davanti al Padre. Ecco che la modifica contrappone la nozione di «presidente» a quella di «sacrificatore». Xavier da Silveira riconosce che la pratica tradizionale della Chiesa non è affatto esclusivista su questo punto: in molti riti la Messa è celebrata versus populum. L'elemento negativo è visto nel fatto che l'Institutio considera la pratica tradizionale come meno appropriata, insinuando un ambiguo primato della funzione presidenziale108.

6. Il Prologo aggiunto nel '70 lungi dal risolvere le ambiguità – sempre per Xavier da Silveira – le conferma. Vi troviamo infatti l'affermazione che «la celebrazione dell'eucaristia è azione di tutta la Chiesa». Ora, Pio XII ha condannato la dottrina secondo cui «il sacrificio eucaristico è una vera e propria concelebrazione» del prete e del popolo presenti109. Se è vero che il termine «celebrazione» in un senso analogo può avere dei significati diversi, non è legittimo ricorrere a questi significati per insinuare che al popolo appartiene una funzione di celebrare propriamente detta110.

Prima di entrare nel dettaglio di queste osservazioni, penso sia utile fare una esposizione generale di quella che mi sembra essere la dottrina di fondo del documento, alla luce del Vaticano II e di tutta la Tradizione.

Il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione nella persona di Cristo, tuttavia, poiché Cristo ha compiuto il suo sacrificio come capo della Chiesa, il sacerdote agisce nella persona di Cristo capo. Questa verità è più volte affermata dalla Tradizione e dal Magistero111. Soprattutto quando si sottolinea il carattere essenzialmente pubblico di ogni celebrazione della Messa, anche quando i fedeli sono fisicamente assenti.

Il Concilio di Trento afferma che il Sacrificio è immolato dalla Chiesa per mezzo dei sacerdoti: «(Cristo) istituì la nuova Pasqua, cioè se stesso da immolarsi sotto segni visibili da parte della Chiesa mediante i sacerdoti... (novum instituit Pascha, se ipsum ab Ecclesia per sacerdotes sub signis visibilibus immolandum...)» (DS 1741).

Ciò significa che i sacerdoti operano sempre come mediatori fra Dio e il popolo. Se consideriamo l'azione eucaristica nel suo senso discendente, dobbiamo dire che il sacerdote agisce esclusivamente in persona di Cristo, in quanto è solo per l'azione di Cristo e del sacerdote che si compie la transustanziazione (tuttavia sempre a favore della Chiesa); però, considerando la stessa azione nel suo senso ascendente, dobbiamo dire che il sacerdote agisce a nome della Chiesa, in quanto tutta la Chiesa offre per le mani di lui il sacrificio di Cristo a Dio Padre.

«Il battezzato è capace di emettere un "actus religionis christianae", nel quale, in virtù del carattere a) internamente si unisce all'oblazione attuale di Cristo, in cui ottiene una dignità particolare, e viene moralmente unificato con le oblazioni degli altri fedeli; b) esternamente poi è manifestato dalla stessa immolazione sacramentale, ch'è compiuta dal sacerdote validamente ordinato, non solo come "vicarius et minister Christi", ma anche come intermediario di tutti i fedeli e come membro qualificato (membrum electum) di tutto il Corpo Mistico. Si può pertanto asserire che la "communitas fidelium" offre immediatamente, o meglio, insieme con il sacerdote ministro; immola però soltanto "mediante" il sacerdote, secondo la definizione del Concilio di Trento: "Cristo lasciò se stesso per essere immolato dalla Chiesa mediante i sacerdoti" e secondo la dottrina dei teologi medioevali, da cui il sacerdote è esaltato come "bocca della Chiesa", "procuratore degli interessi comuni", "voce del popolo"»112.

L'agire in persona di Cristo capo comporta sempre una qualche unione con il Corpo. Quando i fedeli sono presenti rappresentano le membra di Cristo e quindi contribuiscono a manifestare il carattere comunitario che ogni Messa ha in se stessa (cfr. Concilio di Trento, Sessione XXII, cap. 6). Padre Tromp espone questa dottrina rifacendosi all'autorità di san Giovanni Crisostomo:

«Infatti, come nella Messa solenne, teste il Crisostomo, quando viene offerta a Dio quella tremenda vittima, tutto il popolo, stese le mani, presenta come plèròma ieratikon, cioè come pleroma (pienezza) del sacerdote celebrante: così in ogni Sacrificio della Messa tutti i fedeli sono presenti invisibilmente come pleroma dello stesso Cristo, che rappresenta tutti presso il Padre sia in sé Sacerdote che in sé Vittima»113.

Si potrebbe anche dire che il soggetto integrale della celebrazione è la Chiesa. Tutta la Chiesa come Corpo organizzato gerarchicamente. In esso si differenziano funzioni essenzialmente diverse: il sacerdote ministro agisce in persona del Capo, i fedeli rappresentano le membra. Ciò non implica affatto che la presenza fisica dei fedeli sia indispensabile per la realizzazione del sacrificio. Il sacerdote può agire da solo perché può supplire la rappresentanza dei fedeli, essendo lui stesso anche fedele (anzi: originariamente e primariamente fedele): tuttavia soggetto è sempre la Chiesa che offre – secondo le parole del Tridentino – «per sacerdotes». Questa concezione, non definita solennemente, ma presente almeno come dottrina cattolica nei documenti del magistero, differisce sostanzialmente da quella protestantica per cui i fedeli, in modo indifferenziato, sono soggetto della celebrazione e il sacerdote un loro semplice delegato114. Questa differenza teologica si esprime ritualmente, con particolare chiarezza, nella cosiddetta «Messa privata».

A Trento la Chiesa ha difeso, contro i protestanti, la liceità e la dignità della celebrazione individuale – senza fisica presenza del popolo – detta «privata». Si trattava di difendere una lunga tradizione della Chiesa latina e, soprattutto, l'efficacia ex opere operato dell'azione sacramentale del ministro validamente ordinato, contro la concezione protestantica del sacramento come semplice segno che suscita la fede dei presenti, impensabile quindi senza una assistenza di fedeli. Tuttavia il Concilio non afferma che si tratta della forma di celebrazione più consona alla natura della Messa.

Se pensiamo alla distinzione scolastica fra «esse simpliciter», «bene esse» e «melius esse», potremmo dire – per esempio – che una Messa celebrata da un ministro valido ma illegittimo assicura l'esse simpliciter della Messa. Una Messa celebrata dal solo sacerdote valido e legittimo ne assicura il bene esse. Se alle stesse condizioni si aggiunge anche una devota partecipazione di fedeli abbiamo il melius esse. Fermo restando che ogni Messa, che è tale, ha un valore infinito in se stessa e quindi, se consideriamo la sua nuda essenza, non sono possibili paragoni. Se consideriamo invece la sua celebrazione concreta, allora possiamo auspicare, con la Chiesa, che essa venga celebrata nelle migliori condizioni che la situazione consente per una più piena manifestazione della sua natura comunitaria. Ed ecco infatti che il Codice pio-benedettino prescriveva che «Il sacerdote non celebri la Messa senza un ministro che lo assista e gli risponda»115. Qualcosa di analogo troviamo nei rapporti che legano il potere di giurisdizione con quello di ordine: il potere di giurisdizione episcopale può risiedere in un individuo non ordinato vescovo, tuttavia la tradizione della Chiesa è unanime nel ritenere che conviene che i due poteri si trovino riuniti. Così il nuovo Codice, che, da una parte, preferisce la Messa cum populo (can. 906); dall'altra, invita il sacerdote a celebrare quotidianamente, anche quando non è possibile che il popolo assista, ribadendo l'uguale liceità e dignità della celebrazione cum et sine populo (can. 904). L'IGMR non ha – come vedremo – un atteggiamento diverso.

Vediamo ora i singoli punti contestati:

1. Nel corso dell'IGMR troviamo spesso affermazioni secondo cui il soggetto della celebrazione della Messa è «la Chiesa» o «il popolo di Dio». L'art. 1 recita: «La celebrazione della Messa (...) è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato».

Si tratterà di verificare qual è il senso oggettivo di questa espressione, facendo uso di un corretto metodo interpretativo, che tenga conto del contesto prossimo, costituito dai passi paralleli e, soprattutto, dalle note.

Già l'espressione «popolo di Dio gerarchicamente ordinato», che ricorre spesso, ci fa capire che il soggetto non è un tutto indifferenziato, né designa esclusivamente i fedeli, ma la Chiesa, il «popolo di Dio» inteso come unità di gerarchia e fedeli. Fa capire anche che il termine «celebrare» è preso qui in senso analogico: esso comporta cioè una gradualità di predicazioni differenti. Il termine – come vedremo meglio in seguito – non ha assolutamente di suo, un significato univoco. I testi citati in nota richiamano un contesto in cui questa interpretazione diventa l'unica possibile. Così la nota 1 dell'art. 1 rimanda a LG 11 e a PO 2. Ora in LG 11 leggiamo che, nel sacrificio eucaristico «tutti, sia con l'oblazione che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però ugualmente, ma chi in un modo chi in un altro» (le sottolineature, anche in seguito, sono nostre). Ancora più importante è tutto il n. 2 della PO, specialmente questi passaggi: «lo stesso Signore ... promosse alcuni ... come ministri, in modo che... avessero il sacro potere dell'ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati»; «il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i sacramenti dell'iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri... sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome e nella persona di Cristo capo».

L'art. 4 riprende la dottrina cattolica sulla legittimità della celebrazione individuale: «Sebbene la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, che esprimono più apertamente la natura ecclesiale della celebrazione, non si possono sempre avere, la celebrazione eucaristica mantiene sempre la sua efficacia e dignità, in quanto è azione di Cristo e della Chiesa, nella quale il sacerdote agisce sempre per la salvezza del popolo». Si afferma che la presenza dei fedeli non è necessaria per l'«esse» della celebrazione, ma per esprimere «più apertamente la sua natura ecclesiale», cioè per il suo «melius esse» nel senso spiegato prima. La contrapposizione con la concezione protestantica è netta. Se il soggetto della sacra azione è Cristo e la Chiesa, la sua celebrazione da parte del sacerdote è essenzialmente diversa da quella dei fedeli e segno di questa differenza specifica è che l'una è assolutamente indispensabile, l'altra solo conveniente.

La nota 9 (PO 13) richiama la prassi cattolica tradizionale per cui si raccomanda la celebrazione quotidiana della Messa che, anche senza fedeli, «è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa». È rinnovata dunque implicitamente la condanna dell'atteggiamento secondo cui «è meglio che i sacerdoti "concelebrino" insieme con il popolo presente (cioè assistano come semplici fedeli) piuttosto che, nella assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio» (Mediator Dei: Insegnamenti pontifici, vol. 8: La liturgia (Roma 19592) n. 563).

La stessa dottrina è presente nell'art. 14, secondo il quale «la celebrazione della Messa ha per natura sua un'indole "comunitaria"». La nota 20 allo stesso articolo (nel '70 diventa 22) rimanda a SC 27, in cui si afferma che la celebrazione comunitaria «è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata (...) salva sempre la natura pubblica e sociale di qualsiasi Messa». Ancora una volta: la presenza di fedeli è da preferirsi perché manifesta meglio ciò che è nella natura della Messa e che quindi la Messa non perde anche quando è celebrata dal solo sacerdote. «Onde nessuna messa – dice EM 3d, l'altro documento citato dalla nota 20 – ... è azione puramente privata, ma celebrazione della chiesa, in quanto società costituita in diversi ordini e funzioni, nella quale i singoli agiscono secondo il loro grado e i propri compiti».

In definitiva, allora, dire che la Messa è «celebrazione di tutta la Chiesa» non è altro che affermare la sua intrinseca natura comunitaria.

Una particolare importanza rivestono poi, per chiarire il significato autentico di questa espressione, gli artt. 54, 58, 60 e 62 con i relativi contesti.

Art. 54: nella preghiera eucaristica il sacerdote «associa a sé» il popolo, in modo tale che «tutta l'assemblea dei fedeli si unisca con Cristo... nell'offerta del sacrificio». L'espressione «associare a sé» implica una differenza fra l'azione del sacerdote e quella dei fedeli.

L'art. 60, che riporta la stessa espressione, è stato modificato nella versione del '70, con l'aggiunta di un inciso con cui viene specificato di quale differenza si tratta: il sacerdote «nella comunità dei fedeli è insignito del potere sacerdotale, derivatogli dall'ordine stesso, di offrire il sacrificio nella persona di Cristo». La nota 49, aggiunta anch'essa nel '70, chiarisce ancor meglio – rifacendosi a LG 28 – il significato di quell'«associare a sé»: «i presbiteri uniscano i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo».

Art. 62: «Nella celebrazione della Messa i fedeli costituiscono la gente santa, il popolo di acquisto e il regale sacerdozio, perché rendano grazie a Dio, offrano l'ostia immacolata, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui e imparino a offrire se stessi». Questa espressione è ripresa letteralmente da SC 48, citato in nota (n. 48: 50 nel '70), che a sua volta fa eco alla Mediator Dei (cfr. La Liturgia, n. 569). L'altro documento citato nella stessa nota (EM 12) ci fornisce una precisazione ancora più dettagliata: «Certo, solo il sacerdote, in quanto rappresenta Cristo, consacra il pane e il vino. Tuttavia l'azione dei fedeli nell'eucaristia consiste nel fatto che essi, memori della passione, della risurrezione e della gloria del Signore, rendono grazie a Dio e offrono l'ostia immacolata non solo per le mani del sacerdote, ma uniti a lui ...».

2. L'art. 7 prima maniera parla solo di «presidenza del sacerdote». Certamente questo articolo è il punto più discutibile di tutto il documento che stiamo esaminando, posto che ha – perlomeno – tutta l'apparenza di una definizione. «È stato riconosciuto – dice l'insospettabile p. Congar – che questo testo, pur non essendo assolutamente falso, non esprimeva abbastanza chiaramente e compiutamente ciò che la Chiesa ha coscienza di fare quando celebra l'eucaristia»116. È assai curioso – per esempio – che il recentissimo documento sul sacerdozio ministeriale richiami la concezione della Messa che sta a fondamento della confusione fra sacerdozio comune e ministeriale, per condannarla, con termini che riecheggiano l'art. 7 prima maniera: «A tale conclusione (facoltà delle singole comunità di designare il proprio presidente conferendogli il potere di presiedere e consacrare) porta anche il fatto che la celebrazione dell'Eucaristia viene spesso intesa semplicemente come un atto della comunità locale radunata per commemorare l'ultima cena del Signore mediante la frazione del pane»117.

È certamente vero che il termine «presidente dell'assemblea» è perfettamente legittimo e designa una funzione reale e importante del sacerdote, ma non coglie l'elemento essenziale. Tuttavia abbiamo in nota il richiamo a PO 5: «i presbiteri sono consacrati a Dio, mediante il vescovo, in modo che...»; «con la celebrazione della messa offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo». SC 33 ricorda che il sacerdote presiede l'assemblea nella persona di Cristo. Soprattutto abbiamo la modifica del '70 che porta l'espressione di SC 33 nel testo: «agisce nella persona di Cristo». Agire «in persona Christi» è un termine tradizionale che ha un significato obiettivo ben determinato: per leggerlo in un altro senso ci si dovrebbe appoggiare su qualcosa di almeno altrettanto oggettivo e di molto esplicito, che però manca.

Non manca invece una interpretatio autentica susseguente: «"in persona Christi..." vuol dire di più che "a nome", oppure "nelle veci" di Cristo. "In persona": cioè nella specifica, sacramentale identificazione col "sommo ed eterno sacerdote", che è l'autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno»118.

3. Xavier da Silveira attribuisce una particolare importanza all'art. 10. In esso viene affermato che la preghiera eucaristica è indirizzata a Dio a nome di tutto il popolo. Ne seguirebbe che anche la consacrazione sarebbe pronunciata a nome del popolo. Ciò vorrebbe dire che il sacerdote agisce solo come delegato: è questo l'errore che aveva presente Pio XII quando ricorreva alla distinzione fra «immolazione» e «offerta» per chiarire che «l'immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull'altare in stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli» (Mediator Dei: Insegnamenti pontifici, cit., n. 569).

Ora, l'interpretazione del sacerdote come delegato contraddirebbe tutta la concezione presente nel testo e nel contesto: una contraddizione di questo peso potrebbe essere ammessa solo di fronte ad un testo formale ed esplicito, che non tolleri assolutamente nessun'altra interpretazione.

Certamente l'assenza di precisazioni è da biasimare, però la affermazione che il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione a nome dei fedeli non è, in sé, inaccettabile. Anche in quel momento infatti il sacerdote compie un'azione pubblica, di natura comunitaria. Di per sé agire in nome di qualcuno non implica affatto fungibilità o rapporto di delega. Non implica cioè che chi è rappresentato possa – radicalmente – fare quello che fa chi lo rappresenta. Così possiamo dire in tutta verità che Cristo si è immolato a nostro nome. Altro valore ha il termine più specifico di «agire nella persona di Cristo». Esso implica identificazione sacramentale: è Cristo la causa principale, il sacerdote è solo causa strumentale. In tutta l'IGMR solo del sacerdote è detto che agisce in persona Christi, mai dei fedeli. Siccome poi Cristo agisce come Capo di un Corpo, anche le membra non sono assenti nel suo sacrificio. Di qui il carattere comunitario che affetta intrinsecamente la celebrazione eucaristica. Come abbiamo già visto, Piolanti non ha timore di affermare che la «stessa immolazione sacramentale ... è compiuta dal sacerdote validamente ordinato, non solo come "vicarius et minister Christi", ma anche come intermediario di tutti i fedeli e come membro qualificato (membruni electum) di tutto il Corpo Mistico». Così, per esempio, dire che un Re agisce a nome di tutto il suo popolo non implica affatto far propria una concezione democratica (in senso moderno) del potere.

Mi pare che anche questa espressione si inserisca oggettivamente nella concezione «organica» descritta. Bisogna però ammettere ,che si presta molto facilmente ad interpretazioni devianti. L'ultimo documento sul sacerdozio ministeriale testimonia – una volta di più – come le cose siano andate effettivamente in questo senso, dando ragione a chi se ne era preoccupato fin dall'inizio. Ciò non toglie che il testo, nel suo senso oggettivo, non dica affatto quello che può suggerire ad una prima lettura.

4. Il n. 12 si trova in stretto collegamento col n. 10. L'esigenza di pronunciare a voce alta le parole della consacrazione è una conseguenza del loro carattere «presidenziale». Inoltre l'espressione «natura sua» (per loro natura) comporterebbe una implicita condanna della pratica del canone silenzioso, pratica che viene difesa strenuamente dal Tridentino: «Se alcuno dicesse, che il rito della Chiesa Romana, per il quale si pronunciano a voce bassa parte del canone e le parole della consacrazione, deve essere condannato ... sia scomunicato» (Sessione XXII, can. 9: FdC, p. 426).

Per l'aspetto dottrinale del problema ho già detto al numero precedente. Per quello disciplinare si osservi semplicemente che l'affermazione che a una cosa ne conviene un'altra secondo la sua natura non implica affatto la condanna di una pratica che non tiene conto di questa convenienza. Per la semplice ragione che ci possono essere altre ragioni di opportunità che la rendono prudente.

Una cosa può appartenere all'essenza in due modi: come intrinsecamente o metafisicamente connessa, oppure come estrinsecamente o fisicamente connessa. La privazione di qualcosa di intrinsecamente connesso comporta l'annientamento dell'essenza (per esempio: la razionalità per l'uomo). La privazione di qualcosa di estrinsecamente connesso può essere giustificato in vista di un bene maggiore (per esempio: la rinuncia all'attività generativa «per il Regno dei cieli»).

Così la pronuncia delle parole della consacrazione a voce bassa non affetta la validità della Messa, perché le parole conservano la loro significanza almeno per chi le pronuncia, pur essendo nella loro natura di essere udite da altri. Cioè: l'essere pronunciata ad alta voce non appartiene all'essenza metafisica della preghiera eucaristica. La Chiesa ha avuto le sue buone ragioni per adottare (a partire già dai primi secoli) questa pratica, soprattutto quella di evidenziare il carattere misterioso («ineffabile») di quello che le parole attuano. Esse operano non tanto per quello che significano agli orecchi degli astanti, quanto per la virtù soprannaturale di cui sono cariche per il mandato di Cristo: «fate questo in memoria di me». La Chiesa ha avuto buone ragioni anche per difendere questa pratica quando è stata messa in discussione dai protestanti. La concezione soggiacente era infatti questa: se non c'è ascolto e quindi ratifica non c'è validità. Tuttavia rimane vero che le parole della preghiera eucaristica sono fatte per essere udite, posto il carattere pubblico che essa ha in se stessa.

Questa era la pratica primitiva119 e quella tradizionale delle liturgie orientali.

5. La posizione del celebrante. Ecco un punto certamente discutibile della riforma liturgica120. Tuttavia lo stesso Xavier da Silveira constata come la pratica della Chiesa su questo punto non sia affatto esclusivista anche nel passato. Non si tratta dunque di una forma celebrativa in se stessa inaccettabile. Inoltre, pur privilegiando la celebrazione «versus populum», i documenti interpretativi non considerano neanche questa una pratica da introdursi in modo esclusivistico: «per una liturgia vivente e partecipata non è necessario che l'altare sia verso il popolo»121.

6. Il Prologo aggiunto nel '70 fornisce certamente una importante messa a punto sulla natura del sacerdozio ministeriale:

«Quanto alla natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del presbitero, in quanto egli offre il sacrificio nella persona di Cristo e presiede la assemblea del popolo santo, essa è posta in luce, nell'espressione stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione. I compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con molta chiarezza nel prefazio della messa crismale del giovedì santo, giorno in cui si commemora l'istituzione del sacerdozio. Il testo sottolinea la potestà sacerdotale conferita per mezzo dell'imposizione delle mani, e descrive questa medesima potestà enumerandone tutti gli uffici: è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, pontefice della nuova alleanza»122.

Tuttavia anche il Proemio non desiste dall'affermare che «la celebrazione dell'eucaristia è azione di tutta la Chiesa». Abbiamo visto che la concezione generale che sorregge questa espressione non può essere confusa con quella condannata da Pio XII: dire che il popolo di Dio è soggetto integrale della celebrazione non implica affatto una «concelebrazione» in senso stretto.


Riguardo al ruolo di sacerdote e fedeli nella Messa si possono dare, in assoluto, tre possibilità:

1) La Messa è tutta ed esclusivamente azione del Sacerdote. La partecipazione dei fedeli è pura assistenza e recezione passiva.

2) La Messa è azione del Sacerdote e dei fedeli «alla pari». Il Sacerdote non è che un delegato dell'assemblea e non ha dunque poteri in proprio che lo distinguono essenzialmente dagli altri fedeli. È un «primus inter pares». L'azione del sacerdote e dei fedeli è «concelebrazione» nel senso tecnico più recente di questo termine123.

3) La Messa è azione del Sacerdote e dei fedeli congiuntamente, ma non in modo indifferenziato. La partecipazione dei fedeli, reale e attiva, dipende essenzialmente dall'azione specifica del Sacerdote in modo tale che, senza di essa, non sussisterebbe la realtà a cui partecipare. Fra il sacerdozio del ministro e quello dei fedeli non esiste soltanto una differenza di grado, ma anche di essenza (cfr. LG 10).

Di queste tre possibilità, la seconda è l'unica che riflette la posizione protestantica e non è quella espressa dal senso ovvio del nostro testo. In esso troviamo piuttosto la terza posizione. La differenza essenziale fra la seconda e la terza posizione è evidenziata inequivocabilmente dal fatto che il Sacerdote da solo è sufficiente per la celebrazione dell'Eucaristia, mentre i fedeli senza il Sacerdote ne sono incapaci. Questo significa che nel sacerdozio ministeriale sussiste un «plus» di potere irriducibile al sacerdozio comune.

Non mi pare dunque esatto quanto dice Xavier da Silveira quando afferma che «in questo delicato problema, la questione non consiste soltanto, né soprattutto, nel sapere se il sacrificio è dipendente [affecté] in qualche modo dalla partecipazione dei fedeli. Essa consiste innanzitutto nel sapere se, quando partecipano, i fedeli concelebrano la messa con il prete. Vale a dire se anch'essi sono, come il prete, dei rappresentanti ufficiali di Nostro Signore per l'esecuzione delle funzioni liturgiche»124 (23). La questione infatti è proprio lì: se la presenza o meno dei fedeli non è tale da toccare la validità dell'Eucaristia, significa che il ruolo del Sacerdote è irriducibile a quello di un mero delegato e differisce sostanzialmente dal ruolo dei semplici fedeli, appunto «essentia et non gradu tantum» (LG 10).

Si potrebbe, è vero, in pura ipotesi, immaginare che tutti i fedeli partecipino come «concelebranti» e non abbiano nessun potere in meno rispetto al sacerdote che celebra da solo. Nel qual caso questa azione potrebbe essere compiuta anche da ogni singolo fedele e se ciò non succede è solo per ragioni di ordine e di legittimità... Ma questa interpretazione è troppo in contrasto col senso ovvio del testo e contesto della IGMR per poter essere seriamente presa in considerazione.

Certamente, nell'insieme, troviamo una sottolineatura insistente del ruolo dei fedeli, tanto da poter ingenerare l'impressione che la loro partecipazione sia indispensabile e sullo stesso piano di quella del sacerdote gerarchico. Una lettura più attenta però, che valuti il significato delle espressioni alla luce dei rimandi in nota e legga le espressioni equivocabili alla luce delle affermazioni nette e precise, ci fa comprendere che si tratta soltanto di una sottolineatura, che intende realizzare il massimo avvicinamento alle posizioni protestantiche nel rispetto però dell'ortodossia cattolica. Ritroviamo cioè quella scelta pastorale così ben descritta da Dalhaye125.

Una parola ancora sul termine «celebrare». Xavier da Silveira attribuisce una grande importanza – come abbiamo visto – alle espressioni che pongono «tutta la Chiesa» o il «popolo di Dio» come soggetti della «celebrazione». Se «celebrare» dovesse significare sempre e inequivocabilmente qualcosa di equivalente a «conficere Eucharistiam» (consacrare, operare la transustanziazione, cioè l'azione specifica del sacerdote-ministro), allora quelle espressioni indicherebbero una autentica «concelebrazione» dei fedeli alla Messa, quella concelebrazione condannata da Pio XII.

In realtà mi sembra dimostrato che «celebrare» ha, nel suo significato tradizionale, un valore più vasto, che ricopre tutto un insieme di azioni che vanno dalla immolazione all'offerta, dalla predicazione al festeggiamento, ecc.126. Questo significato è rimasto fino ad oggi; anche se l'accento si è andato spostando sull'azione specifica del sacerdote non ha mai preso un significato esclusivo in questo senso. Lo ha solo quando è usato in forma assoluta, per esempio: «Oggi ho già celebrato (ho già detto Messa)»127. La forma assoluta infatti, in un termine analogo, rende naturalmente l'«analogatum princeps».

Quando poi il soggetto è il «popolo di Dio» lo si deve intendere nel senso che il termine ha ormai preso nel linguaggio teologico, canonistico e pastorale a partire dalla Lumen Gentium. Se prima del Concilio aveva il significato prevalente di «fedeli laici», oggi è diventato semplicemente sinonimo di «Chiesa». Questo fatto appare, per esempio, con tutta chiarezza, nel nuovo Codice, quando, sotto il titolo «De populo Dei», il Liber II rubrica insieme i «christifideles» (Pars I), la gerarchia (Pars II) e i religiosi (Pars III).

1   ...   4   5   6   7   8   9   10   11   ...   18


База данных защищена авторским правом ©shkola.of.by 2016
звярнуцца да адміністрацыі

    Галоўная старонка