Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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Capitolo

Quinto




NOVUS ORDO MISSAE

E PRESENZA REALE

Come ha affermato recentemente il Papa, il Concilio di Trento ha richiamato e interpretato «con autorità definitiva le parole espresse da Gesù sia nel discorso del Pane di Vita (Gv c. 6) sia nell'ultima Cena»90.

Il dogma tridentino della presenza reale si articola in tre punti:

a. La presenza reale del corpo e del sangue di Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino;

b. L'assenza della sostanza del pane e del vino sotto le specie sacramentali;

c. La presenza del corpo e del sangue di Cristo e l'assenza del pane e del vino si spiegano con la conversione totale della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù.

Il Tridentino afferma che questa «mirabile conversione» è stata rettamente denominata dalla Chiesa «transustanziazione». La definizione porta dunque sul fatto della conversione totale, non sul termine in se stesso. Questo termine però la Chiesa lo considera indispensabile per la preservazione del dogma. Non si può quindi rifiutarlo senza attentare, almeno indirettamente, all'integrità del dogma e all'infallibilità e santità della Chiesa91.

Questo terzo punto è sempre stato considerato particolarmente importante. Lo testimonia soprattutto92 l'episodio del Sinodo di Pistoia.

Dal 18 al 28 settembre 1786 il vescovo di Pistoia Scipione Ricci convocò un sinodo diocesano in cui furono emanati decreti di riforma orientati in senso decisamente giansenistico. Nel 1794, il Papa Pio VI intervenne condannando 85 proposizioni estratte da questi decreti. La proposizione 29 riguarda il dogma della presenza reale e condanna l'omissione del termine «transustanziazione». Il sinodo aveva formulato una dottrina eucaristica esatta in ciò che enunciava positivamente. Anziché però parlare di «conversione» si limitava ad affermare la cessazione del pane e del vino per lasciar posto alla presenza di Cristo.

«La dottrina del Sinodo nella parte in cui intende insegnare la dottrina della fede sul rito della consacrazione, che lascia da parte le questioni scolastiche sul modo per cui Cristo è nell'Eucaristia, da cui il parroco è esortato ad astenersi, e proporre soltanto questi due punti: 1) Cristo dopo la consacrazione è veramente, realmente, sostanzialmente presente sotto le specie; 2) allora cessa ogni sostanza del pane e del vino e rimangono solo le specie, omettendo completamente di far menzione della transustanziazione (cioè della conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue, che il Concilio di Trento aveva definito come articolo di fede e che è contenuta nella solenne professione di fede [dello stesso Concilio]); in quanto, a causa di questa inconsulta e sospetta omissione, non dà conoscenza sia dell'articolo di fede, sia anche del termine consacrato dalla Chiesa per garantirne la professione contro gli eretici, e tende perciò ad indurre alla sua dimenticanza, quasi che si tratti di una questione soltanto scolastica: – pericolosa, manchevole quanto all'esposizione della verità cattolica sul dogma della transustanziazione, favorevole agli eretici» (DS 2629).

La prassi di omettere nella predicazione, quando si spiega la presenza reale, il punto di dottrina riguardante il modo della sua realizzazione, cioè la «conversione totale», nonché l'omissione di quel termine che la Chiesa indica come adatto per designarla è considerata da Pio VI pericolosa per la fede. Al di là del punto specifico, questa prassi continua ad essere stigmatizzata anche oggi dalla Chiesa. L'ecumenismo non deve significare, secondo il pensiero ufficiale della Chiesa espresso nei documenti del Vaticano II, omissione dei punti di dottrina controversi: «Bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall'ecumenismo, quanto quel falso irenismo, dal quale ne viene a soffrire la purezza della dottrina cattolica e ne viene oscurato il suo senso genuino e preciso» (Unitatis redintegratio, n. 11: EV 1, 534). L'ecumenismo riguarda piuttosto il «modo» con cui esporre la dottrina: «con più profondità ed esattezza» (Ibid.: 535); «con amore della verità, con carità e umiltà» (Ibid.: 536), cioè evitando le spigolosità polemiche gratuite e le terminologie che aggravano inutilmente le differenze. Si tratterà cioè di aver riguardo alla «gerarchia nelle verità» (Ibidem): cioè al fatto che non tutte le verità hanno la stessa importanza93. Questo però sempre nell'adesione a tutta la verità e nella professione di tutta intera la verità.

L'«ecumenismo per omissione» non si giustifica (così come non si giustifica una «catechesi per omissione»94 (5)...).

Dobbiamo considerare anche il nostro testo (IGMR) come affetto da un tale ecumenismo distorto?

Xavier da Silveira95 rivolge ad esso, dallo specifico punto di vista del dogma della presenza reale, tre accuse:

a. Le espressioni «presenza reale» e «transustanziazione» sono assenti nell'edizione del '69.

b. Il passo di Mt 18, 20 «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro», che si riferisce senz'altro alla presenza morale di Cristo in mezzo ai suoi, nel n. 7 è applicato, senz'altra spiegazione, alla presenza di Cristo nell'eucaristia, che è presenza sostanziale.

c. Il testo parla con insistenza di «presenza» di Cristo oltre a quella eucaristica.

L'accusa più grave è quella del punto «a» che concerne una grave omissione. Anticipando le conclusioni, diciamo che la dobbiamo senz'altro rilevare e, in una certa misura, anche deprecare. Nello stesso tempo però, consideriamo anche due cose: 1) L'eventuale errore di omissione è stato corretto nella versione del '70, che è quella definitiva; 2) Entrambe le versioni si muovono in un contesto magisteriale che riafferma vigorosamente la dottrina della «transustanziazione» (la Mysterium fidei è dello stesso Paolo VI che ha promulgato l'IGMR). Un esatto parallelo con il caso del sinodo di Pistoia non è dunque fattibile.

Certamente non troviamo nell'IGMR una dottrina organica e completa sul dogma della presenza reale e della transustanziazione. Non soltanto il termine «transustanziazione», nella versione del '69, è assente, ma anche la realtà non vi figura neppure in termini equivalenti.

Vi sono espressioni che la lasciano supporre come: «Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l'opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Mediante la frazione di un unico pane si manifesta la unità dei fedeli, e per mezzo della comunione i fedeli ricevono il Corpo e il Sangue del Signore allo stesso modo col quale gli apostoli li hanno ricevuti dalle mani del medesimo Cristo» (n. 48).

«All'inizio della liturgia eucaristica si portano all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo» (n. 49).

«Epiclesi: per mezzo della quale la Chiesa con particolari invocazioni implora la virtù divina affinché vengano consacrati i doni offerti dagli uomini, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e perché l'ostia immacolata ricevuta in comunione giovi per la salvezza di coloro che vi partecipano» (n. 55).

«I sacri pastori abbiano cura di ricordare nel modo più opportuno ai fedeli che partecipano al rito o che vi assistono, la dottrina cattolica sulla forma della comunione, secondo il Concilio di Trento. E innanzitutto ricordino ai fedeli che la fede cattolica insegna che, anche sotto una sola specie si riceve Cristo nella sua totalità e nella sua integrità...» (n. 241).

«Si raccomanda vivamente che il luogo della conservazione della santissima Eucaristia sia posto in una cappella idonea per la preghiera (la versione del '70 aggiunge: "e l'adorazione") privata dei fedeli» (n. 276).

L'espressione «le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo» e similari (48, 49, 55) non sono, come abbiamo visto, sufficienti – di per sé – per distinguere la dottrina cattolica da quella protestantica che vanifica il significato ovvio e pieno delle parole dell'istituzione.

Tuttavia, già nel n. 55 troviamo un'espressione che ha sapore inequivocabilmente cattolico: «l'ostia immacolata ricevuta in comunione». Il riferimento sacrificale soprattutto la pone nell'ambito semantico del dogma, ma essa parla anche il linguaggio del realismo eucaristico.

Ciò è ancora più evidente per i nn. 241 e 276. Il n. 241, nel mentre ristabilisce la possibilità della comunione sotto le due specie, richiama la dottrina di Trento sulla totalità della presenza di Cristo anche sotto una sola specie. Come abbiamo già visto, infatti, in forza delle parole sono resi presenti, separatamente, il Corpo e il Sangue. Sono però il Corpo e il Sangue di Gesù come si trova ora: cioè Gesù risorto e vivo. Dunque, per concomitanza naturale, è presente – sotto ogni specie – tutta l'umanità di Gesù e, in virtù dell'unione ipostatica, anche la divinità. Sotto ogni specie è presente Gesù – lo stesso Gesù nato dalla Vergine Maria, che è morto e risorto e ora siede alla destra del Padre – in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Quello che ci interessa è (oltre al richiamo al Tridentino) la terminologia («sotto una sola specie si riceve Cristo») che fa parte dell'ambito semantico del dogma.

Ancora più importante e decisivo è il n. 276. Più importante perché enuncia un atteggiamento pratico, in consonanza con le finalità proprie dell'IGMR e la natura della liturgia. Decisivo perché esprime una differenza radicale con la prassi protestantica. Vi si parla infatti della conservazione e del culto dell'Eucaristia «post Missam». Questa prassi implica necessariamente la dottrina della presenza permanente, quindi sostanziale, di Cristo nell'Eucaristia. Dottrina che fa corpo con tutto il dogma della presenza reale e anche con la transustanziazione. Prova ne è che i protestanti più vicini alle posizioni cattoliche, pur disposti a tollerare il termine «transustanziazione», ridotto al rango di espressione di una particolare tradizione teologica, continuano a manifestare fortissime perplessità nei confronti di una presenza eucaristica permanente, che dura fin tanto che durano le specie96.

Certo l'assenza del termine «transustanziazione» è difficilmente giustificabile in un documento che non è soltanto pratico-liturgico (anche se lo è certamente principalmente). Tuttavia si tratta di un peccato di omissione che è stato provvidenzialmente corretto (le critiche non sono state inutili..). Il Proemio aggiunto nel '70 dedica un importante passaggio al dogma della presenza reale. Innanzitutto viene evidenziato il legame dell'IGMR con il contesto del Magistero passato e recente: dal Concilio di Trento al Vaticano II, passando attraverso l'Humani generis e la Mysterium (idei. Quindi, mentre qualifica chiaramente il modus praesentiae come «transustanziazione», pone l'indice sugli elementi rituali che enunciano, col linguaggio proprio del gesto, questo dogma97.

Altro punto critico è quello costituito dall'articolo 7. La redazione primitiva di questo articolo era certamente – come constateremo anche in seguito – fortemente equivoca: «La Cena del Signore, ossia la Messa, è la sacra assemblea o adunanza del popolo di Dio, che si riunisce insieme, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Pertanto a riguardo dell'adunanza locale della santa Chiesa, vale in modo eminente la promessa di Cristo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro" (Mt 18, 20)». Soprattutto l'inserimento del passo scritturistico di Mt 18, 20 in un contesto in cui ci si aspetterebbe un chiaro riferimento alla presenza sostanziale di Cristo è tale da deviare facilmente l'interpretazione. Il passo infatti si riferisce chiaramente ad una presenza reale di Cristo di natura morale98. L'espressione «in modo eminente» è insufficiente per mettere inequivocabilmente sulla strada di una lettura essenzialmente differenziata di questa presenza. L'articolo andava certamente corretto.

La correzione riporta il testo nell'alveo della concezione della Mysterium fidei, che vede la presenza reale di Cristo che si differenzia in varie modalità, di cui la principale è quella eucaristica perché sostanziale e permanente (vedremo in seguito più dettagliatamente questa importantissima dottrina). La nuova versione infatti interpreta il passo biblico come rivolto alla presenza differenziata di Cristo: «Nella messa o cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico.

Per questa riunione locale della santa chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: (...). Infatti nella celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce, Cristo è realmente presente nell'assemblea dei fedeli, riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche». Il riferimento a Mt 18, 20 continua a rimanere accomodatizio e a rendere l'articolo disorganico e impreciso (forse non lo si è eliminato del tutto solo per non dare un riconoscimento troppo aperto alle contestazioni...), tuttavia l'inciso spiega inequivocabilmente in che senso si deve intendere la «presenza eminente» di Cristo nella celebrazione della Messa.

La nota 15 all'art. 7, anch'essa aggiunta nel '70, rimanda a Sacrosanctum Concilium, n. 7; Mysterium fidei, n. 41 e Eucharisticum mysterium, n. 9. Sono i documenti che enunciano la dottrina della presenza differenziata di Cristo, che culmina nella presenza eucaristica, reale non per esclusione ma «per antonomasia».

Giungiamo così al problema costituito dalla particolare insistenza del testo sui modi di presenza altri che la presenza eucaristica. Viene soprattutto sottolineata la presenza di Cristo nella sua parola.

Oltre all'art. 7, già esaminato, in cui si fa cenno alla presenza nell'assemblea, nel ministro e nella parola, abbiamo:

«Nella Messa si imbandisce la mensa tanto della parola di Dio quanto del Corpo di Cristo perché da essa i fedeli vengono istruiti e nutriti» (n. 8).

«Quando si legge la sacra Scrittura nella Chiesa, è Dio stesso che parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annuncia il Vangelo» (n. 9).

«Lo stesso Cristo per mezzo della sua parola è presente in mezzo ai fedeli» (n. 33).

«Alla lettura evangelica si deve attribuire la massima venerazione ... sia da parte del ministro ... sia da parte dei fedeli che per mezzo delle acclamazioni riconoscono e professano essere Cristo presente, che parla loro» (n. 35).

Notiamo innanzitutto che il parallelismo mensa della parola/mensa del Corpo di Cristo ha solide radici nella Tradizione.

Senza citare le fonti patristiche (e scritturistiche!)99, basti richiamare il più caratteristico degli autori post-tridentini, san Roberto Bellarmino. «Il sacramento dell'altare – dice il santo dottore – che è uno dei principali sussidi dell'anima, è detto pane in Gv 6, 51-58 e in 1 Cor 11, 26-28; e la parola di Dio, della cui predicazione pure ci nutriamo, può essere detta anche essa pane, come dice l'Apostolo in 1 Tim 4, 6: "nutrito dalle parole della fede"; e Ebr 6,5: "e gustarono la buona parola di Dio"»100.

La nota 15 al n. 8 (poi diventata 17) rimanda al fondamentale passo conciliare su questa dottrina:

«La Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (Dei verbum, n. 21).

Il come del testo conciliare non significa uguale venerazione. Significa che a Scrittura e a Eucaristia è dovuta ugualmente venerazione, però in modo e aspetto diverso, come si arguisce da SC 7, MF 41 e EM 9101.

Il n. 7 della SC (importante, come vedremo, per la dottrina della presenza «differenziata» di Cristo) è richiamato in nota due volte: nella nota 16 (n. 9) e 30 (n. 33) della versione del '69 e nella nota 15 (n. 7) e 32 (n. 33) della versione del '70.

L'insistenza dunque è soltanto una sottolineatura, nel contesto della dottrina sulla presenza reale «differenziata». Questa dottrina è – come è evidente – di particolare importanza per capire le affermazioni dell'IGMR. Si tratta di una concezione non nuova nella sostanza, anche se nuova nella sua formulazione sistematica. Enunciata innanzitutto nella SC al n. 7 è stata ripresa e spiegata, nel contesto di una profonda e impeccabile esposizione del Mistero Eucaristico, dalla Mysterium fidei (Ibid., n. 38), per essere poi riassunta e codificata al fine di informare la prassi liturgica, nell'istruzione Eucharisticum mysterium (Ibid., n. 41). L'IGMR non può essere dissociata da questa dottrina e da questi documenti.

Dopo aver affermato che Cristo è presente nella sua Chiesa che prega, che esercita le opere di misericordia, che anela al porto della vita eterna, che predica, che regge e governa il popolo di Dio, che celebra il sacrificio della Messa e amministra i sacramenti – specificando che ciò avviene con modalità diverse e «intensità» diverse – Paolo VI, nella MF, sottolinea che «ben altro è il modo, veramente sublime, con cui Cristo è presente alla sua Chiesa nel sacramento della Eucaristia... Tale presenza si dice reale non per esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia, perché anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente».

Certamente questa dottrina (come quella della hierarchia veritatum dell'UR) risponde ad una istanza ecumenica. Vi si vede la volontà di «decongestionare» l'arroccamento cattolico post-tridentino sul bastione della presenza reale eucaristica, che ha portato a lasciare (comprensibilmente) nell'ombra le altre, pur realissime, presenze di Cristo.

Questa volontà ecumenica passa massicciamente (prudentemente?) nella riforma liturgica. Si riflette in particolare nell'IGMR quando si parla di presenza senza specificazione, sottolinea con insistenza la presenza nella Parola, lascia alle note il compito di rimandare alla dottrina integrale e tace – nella sua prima versione – il termine imbarazzante transustanziazione. Se questa massiccia tensione ecumenica dà la netta impressione di uno squilibrio, tuttavia non esce – essendo soprattutto intervenute importanti correzioni – dal contesto di una strategia che sottolinea ciò che unisce senza rinnegare la dottrina integrale.


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