Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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Capitolo

Quarto




NOVUS ORDO MISSAE

E SACRIFICIO

Punto critico (cioè di distinzione) fra dottrina cattolica e pensiero protestantico è il carattere propriamente sacrificale del rito eucaristico. Come abbiamo visto (capp. I e III) il problema non consiste tanto in una pura e semplice contrapposizione fra commemorazione e sacrificio. Né i cattolici rifiutano assolutamente la nozione di commemorazione, né i protestanti quella di sacrificio. La questione verte piuttosto sul contenuto preciso di queste nozioni. Per il cattolico la Messa non è un puro ricordo psicologico-soggettivo, ma è piuttosto un ricordo oggettivo che rende presente ciò che è ricordato. Per il protestante si può parlare di sacrificio solo in un senso lato: sacrificio-preghiera. Quindi, in questo senso, sacrificio di lode, sacrificio di ringraziamento. Mai sacrificio propiziatorio o espiatorio.

Di qui l'importanza di due concetti: quello di «memoriale» e quello di «sacrificio propiziatorio o espiatorio».

Sul problema dell'Eucarestia-sacrificio, Xavier da Silveira avanza fondamentali riserve nei confronti del NOM.

Esse possono ridursi a tre:

1. L'art. 7 dell'IGMR, che si presenta con tutte le apparenze di una definizione, non fa parola del sacrificio. «Per una definizione della messa, anche soltanto descrittiva, è impossibile, in qualsiasi contesto, che sia assente il suo elemento principale, che è la nozione di sacrificio»77. Dunque, «se l'articolo in questione pretende di presentare una definizione della messa, si tratta di una definizione falsa, contraria al concilio di Trento»78. La versione del '70 introduce sì il termine «sacrificio eucaristico», ma tace sulla sua finalità propiziatoria.

2. È vero che l'IGMR, altrove, parla di sacrificio. Però «le allusioni alla nozione di sacrificio fatte dall"'Institutio" sono tutte insufficienti per distinguere la concezione cattolica dalle nozioni protestantiche della cena del Signore»79, perché «il carattere propiziatorio della messa non è affermato da nessuno di essi»80. Le modifiche del '70 non cambiano sostanzialmente questo stato di cose81.

3. L'offertorio, nella Messa tradizionale, svolgeva un ruolo importantissimo in ordine all'evidenziazione del carattere sacrificale-propiziatorio della Messa. Ora, nelle nuove preghiere offertoriali «non c'è alcun riferimento alla vera vittima, che è Gesù Cristo; all'offerta dei doni per noi e per i nostri peccati; al carattere propiziatorio dell'oblazione; al sacerdozio gerarchico del celebrante; al principio che il sacrificio deve essere accettato da Dio perché sia gradito»82.

Vediamo come le difficoltà si riconducono al significato da dare all'espressione «ad memoriale Domini celebrandum» dell'art. 7 ed al fine propiziatorio del sacrificio eucaristico.

Per valutare queste critiche non ci si può soffermare soltanto sui singoli passi, ma occorre innanzitutto tracciare – se pure a grandi linee – la concezione di fondo dell'IGMR e delle nuove preghiere eucaristiche, alla luce di tutto il contesto prossimo (note e passi paralleli) e remoto (documenti conciliari e susseguenti).

Al centro sta certamente il concetto di memoriale.

Anche ad una scorsa superficiale, balza agli occhi come il termine ricorra insistentemente nel testo e in tutta la sua area ermeneutica. Gli anni che hanno preceduto il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica, hanno visto il sorgere di uno straordinario interesse per questa nozione, del tutto tradizionale, anche se un po' dimenticata. I fattori che hanno portato a questa «riscoperta» sono di vario genere. Innanzitutto abbiamo lo sviluppo della teologia cattolica, che si orienta in questa direzione sotto la spinta del rinnovamento tomistico. Dopo il Concilio di Trento i teologi si impegnarono a giustificare – contro le negazioni dei protestanti – il carattere di sacrificio attuale della Messa. Si trattava di un aspetto del dogma eucaristico che era sempre stato presente nella fede della Chiesa, ma – nel tranquillo possesso di questa verità – la teologia non vi aveva ancora riflettuto in modo specifico e tematico. In san Tommaso troviamo tutti gli elementi per un approfondimento, ma non troviamo una riflessione approfondita già fatta. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla «presenza reale», che è la dottrina in questione al suo tempo. Purtroppo il «quadro filosofico» dei teologi post-tridentini non è più quello medioevale, ma è quello ereditato dalla scolastica decadente (la stessa che ha influenzato Lutero). Determinanti sono l'influsso nominalistico e lo scadimento metafisico. La riflessione sull'«essenza del sacrificio»della Messa si frantuma così in un gran numero di teorie83 che vogliono trovare nella Messa la distruzione reale della vittima o, per lo meno, la sua diminuzione reale. Se la Messa è un sacrificio, deve realizzare le condizioni di ogni sacrificio: la distruzione della vittima. In queste teorie vi è qualcosa di insoddisfacente (il loro moltiplicarsi e la loro breve durata lo testimoniano), anche se hanno l'inestimabile merito di aver tenuto viva l'idea dell'immolazione nella S. Messa. Soprattutto insoddisfacente è il come danno ragione della essenziale relazione della S. Messa col Calvario. Messa e Calvario non sono due sacrifici, ma lo stesso sacrificio. Questa insoddisfazione, sotto la spinta del generale ritorno a san Tommaso, porta a cercare la soluzione nell'insegnamento del Dottor Comune. San Tommaso non affronta ovviamente la questione nella stessa ottica – non conosce il protestantesimo! – ma fornisce elementi importantissimi e fecondissimi per una soluzione. La Messa è sacrificio in quanto figura della Passione. Figura però che contiene l'evento col suo protagonista e ne applica la virtus. È il sacramentum perfectum Passionis. In san Tommaso troviamo ancora il termine «memoriale» nel suo tradizionale senso forte.

Altro fattore che porta a riscoprire la nozione di memoriale sono le ricerche storico-liturgiche di Odo Casel84. Lo studio del culto misterico pagano e dei Padri lo porta ad elaborare la teoria della Mysteriengegenwart (presenza misterica). Se vi è tanto di discutibile in Casel, incontestabile però è il rilievo che la Tradizione conosce una nozione di memoria e rappresentazione (ri-presentazione) che è sensibilmente diversa da quella psicologico-soggettiva moderna.

Non ultimo per importanza è il fattore ecumenico. Anche da parte protestantica un rinnovato interesse per la liturgia e i Padri, nonché l'approfondimento di alcuni concetti biblici, porta degli studiosi a riscoprire il significato «pieno» del termine «memoriale». Di fronte a questo stato di cose, in vista di un'intesa ecumenica, da parte cattolica si è sottolineato con forza il carattere di memoriale della Messa. L'IGMR non è altro che un tentativo (assai spinto) in questa direzione.

Quello che a noi interessa è che i termini «memoriale» e «ripresentazione» vi devono essere letti tenendo conto di questa ambientazione storica. L'influsso caseliano in particolare è nettissimo.

«Memoriale» deve essere inteso, dunque, come ricordo oggettivo che rende presente ciò che è ricordato, e «ripresentare» come rendere-di-nuovo-presente.

Il legame con questo indirizzo della teologia è forse ancora più marcato nelle nuove preghiere ambrosiane. Venute dopo la introduzione del NOM, dopo la sua sperimentazione, dopo le critiche che ha sollevato e l'evoluzione liturgica che ha determinato, possono essere anche viste come un tentativo di precisare quei concetti che, nelle nuove preghiere eucaristiche del rito romano (che l'ambrosiano fa pure proprie), sono troppo vaghi.

Questa nozione di memoriale si configura nel suo significato proprio – che è quello appena descritto – accostando le espressioni equivalenti dell'IGMR:

art. 2: «sacrificio eucaristico», «memoriale della sua (di Cristo Signore) passione e risurrezione»;

art. 7: «Cena del Signore», «Messa», «Sacra sinassi riunita per celebrare il memoriale del Signore»;

art. 48: «memoriale della sua (di Cristo) morte e della sua risurrezione», «sacrificio e banchetto pasquale»;

art. 54: mediante la preghiera eucaristica tutta l'assemblea dei fedeli si unisce con Cristo nell'offerta del sacrificio;

art. 55d: «sacramento della sua (di Cristo) Passione e Risurrezione»;

art. 55f: nel memoriale la Chiesa offre l'ostia immacolata al Padre nello Spirito Santo;

art. 56h: la Comunione è «partecipazione al sacrificio che si sta attualmente celebrando (quod actu celebratur)»;

art. 62: i fedeli offrono l'ostia immacolata per le mani del sacerdote;

art. 259: sull'altare «si rende presente mediante i segni sacramentali il sacrificio della croce»;

art. 335: «La Chiesa offre per i defunti il sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo».

Ne emerge che il sacrificio eucaristico è memoriale della Passione e della Risurrezione in quanto ne è il sacramento. Cioè segno che rappresenta e produce. Infatti, nella Messa, Cristo offre attualmente il suo sacrificio, al quale i fedeli si associano per mezzo del sacerdote.

Questo memoriale non può esser un ricordo vuoto, perché in esso la Chiesa offre l'ostia immacolata al Padre e, mediante la comunione, si partecipa al sacrificio attualmente celebrato, che non è altro che quello del Calvario reso presente sotto i segni sacramentali...

Si noti come, almeno implicitamente, la finalità propiziatoria è affermata nell'affermare l'identità sacramentale con il Sacrificio del Calvario e l'applicazione del sacrificio eucaristico per i defunti.

Pur desiderandosi una maggiore esplicitazione e chiarezza, riconosciamo i tratti fondamentali e necessari della definizione di Trento.

L'espressione «sacrificio eucaristico», introdotta anche nell'art. 7 dal rimaneggiamento del '70, se da una parte si presta ad essere confusa col semplice «sacrificio di rendimento di grazie» in senso protestantico, può avere il vantaggio di esprimere anche a livello lessicale l'importante compenetrazione fra sacrificio e sacramento nel contesto globale dell'eucaristia.

Se poi passiamo al contesto prossimo, allora incontriamo fin dall'art. 2 (nota 6; ritornerà poi anche all'art. 48, nota 38) l'importante n. 47 della Sacrosanctum Concilium, che è la 'definizione più comprensiva che ci dà il Concilio della S. Messa:

«Il nostro Salvatore nell'ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il Sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua Morte e Risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura».

In questa definizione dobbiamo cercare il significato genuino dei termini «sacrificio eucaristico» e «memoriale» che ricorrono nella IGMR.

La nota 12 all'art. 7 rimanda a Presbyterorum Ordinis 5, in cui si afferma che i presbiteri «offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo». Ecco che il memoriale si riconferma rappresentazione «sacramentale» del sacrificio di Cristo che ripresenta, rinnovandone l'offerta.

La nota 49 all'art. 60 (aggiunta però nel '70) richiama PO 2, in cui è detto che «questo sacrificio di Cristo (...) per mezzo dei presbiteri e in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell'eucaristia in modo incruento e sacramentale». Il termine «incruento» rimanda al Tridentino e non è altro che un modo per designare il carattere sacramentale, di «segno», del sacrificio della Messa.



Lumen Gentium 28, cui si fa cenno nella medesima nota, dice che i presbiteri «nel sacrificio della messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l'unico sacrificio del Nuovo Testamento, il Sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata». Anche questa espressione: «rendono presente (o "rappresentano") e applicano» è del Tridentino.

Le aggiunte del '70 interessano soprattutto l'articolo 7 e l'art. 55 nel corpo della IGMR. Inoltre offrono una importante precisazione nel Proemio.

Art. 7 ('69): «La Cena del Signore, ossia la Messa, è la sacra assemblea o adunanza del popolo di Dio, che si riunisce insieme, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore...».

Art. 7 ('70): «Nella messa o cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico (...). Infatti nella celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce (...)».

Innanzitutto vediamo che viene soppressa l'ambigua identificazione fra Cena-Messa e assemblea. Questo cambiamento toglie al passo l'andamento di una definizione. Non più «La Cena del Signore (...) è» ma «Nella messa o cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato (...)», il che ha più l'aria di una descrizione che di una definizione vera e propria.

Si esplicita poi che «memoriale del Signore» equivale a «sacrificio eucaristico». Questo era già evidente dal contesto (cfr. art. 2, nel corpo e nella nota 6).

Si dice inoltre che nella celebrazione si perpetua il sacrificio della croce. È una ripresa dell'espressione di SC 47, documento già citato nelle note 6 e 38.

L'operazione si rivela dunque come un portare a livello di testo quello che era implicito in nota. Non si tratta cioè tanto di una vera e propria correzione (tranne però l'inizio dell'art. 7...) quanto di una esplicitazione. Esplicitazione tuttavia importante.

La nota 14, aggiunta, rimanda al Concilio di Trento, al fondamentale cap. I della XXII sessione, che contiene l'essenza della dottrina tridentina sulla Messa, e alla Solenne Professione di Fede di Paolo VI. Perché le chiare espressioni tridentine non sono state riportate direttamente nel testo? Perché – in generale – non si è fatto uso della classica espressione «rinnovazione del Sacrificio del Calvario»? Evidentemente la preoccupazione ecumenica ha giocato un ruolo fondamentale.

Veniamo ora all'art. 55d.

Versione '69: «Narrazione dell'istituzione: mediante la quale con le parole e le azioni di Cristo, si ripresenta quell'ultima cena, nella quale lo stesso Cristo Signore istituì il sacramento della sua Passione e Risurrezione, quando diede agli Apostoli, sotto le specie del pane e del vino, il suo Corpo e il suo Sangue, da mangiare e da bere, e lasciò loro il comando di perpetuare lo stesso mistero».

Versione '70: «Il racconto dell'istituzione e la consacrazione: mediante le parole e i gesti di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell'ultima cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere agli apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero».

La correzione è di peso. Non più «ripresentazione dell'ultima cena», espressione certamente non erronea ma neppure teologicamente precisa, ma compimento del sacrificio istituito da Cristo nell'ultima cena. Sacrificio che è consistito nell'offerta del corpo e del sangue (aspetto anabatico) e nel darlo a mangiare ai discepoli (aspetto catabatico). Il sacrificio si compie mediante le parole e i gesti di Gesù ripresi nel «racconto dell'istituzione» e «consacrazione» (prima si parlava solo di «narrazione dell'istituzione»). Il tutto è preciso e inequivocabile.

Il Proemio85 vuole agganciare il carattere sacrificale alla nozione di memoriale: ricorda per questo SC 47, l'espressione del Sacramentarium veronense presente nel vecchio e nel nuovo Messale: «Ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio si compie l'opera della nostra redenzione», e sottolinea gli aspetti sacrificali delle nuove preghiere eucaristiche. Inoltre è importante l'esplicito riferimento alle finalità del sacrificio: «di lode, di azione di grazie, di propiziazione e di espiazione».

Questo richiamo del Proemio alle preghiere eucaristiche merita di essere verificato.

La prima (Canone romano) – nonostante le modifiche – conserva un tono inequivocabilmente propiziatorio.

La seconda è la più deficitaria (il Proemio infatti non ne fa menzione...).

La terza presenta delle allusioni oggettive: «Guarda con amore e riconosci nell'offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo un solo corpo e un solo spirito». Il testo latino è ben più efficace: «Respice, quaesumus, in oblationem Ecclesiae tuae et, agnoscens Hostiam, cuius voluisti immolatione placari, concede, ut qui Corpore et Sanguine Filii tui reficimur Spiritu eius Sancto repleti, unum corpus et unus spiritus inveniamur in Christo»86. Ancora: «Per questo sacrificio di riconciliazione dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero».

Nella quarta troviamo queste parole: «In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo». «Guarda con amore, o Dio, la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa...».

Anche il dialogo che precede l'Offertorio contiene un'allusione al fine propiziatorio: «Pregate fratelli, perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente. – Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio per il bene nostro e di tutta la sua Santa Chiesa». Anche qui il testo latino è ben altrimenti incisivo: «ad utilitatem quoque nostram».

È certo che confrontando la chiarezza e la frequenza delle espressioni del Canone Romano e di tutto l'insieme del rito tradizionale con queste affermazioni piuttosto timide e allusive si può rimanere insoddisfatti. Soprattutto considerando il contesto dell'umanità di oggi con tutto il bisogno che ha di essere educata al senso del peccato, all'umiltà e al sacrificio. Ma di lì a dire che il testo è eretico o anche direttamente favens haeresi c'è un abisso.

Un altro aspetto del problema poi che non deve essere trascurato è questo: tutta la sostanza della dottrina sulla Messa è formalmente oggettivamente contenuta nella parte essenziale costituita dalla consacrazione. I riti accessori non sono – in fondo – che spiegazione, esplicitazione e solennizzazione di questa parte fondamentale. E questo, evidentemente, lo possono fare in modo più o meno soddisfacente e pronunciato. Bisogna anzi riconoscere che l'aggiunta del «quod pro vobis tradetur» (1 Cor 11, 24) alle parole pronunciate sul pane accentua nella nuova formula il significato propiziatorio.

Quando il ministro (che, secondo 1'IGMR, «agit in persona Christi»: nn. 7, 10, 60, 48) pronunzia le parole «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi» e «Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati» afferma oggettivamente nello stesso tempo la presenza reale e il sacrificio propiziatorio. Il «tradetur» e 1'«effundetur» (nel testo greco participi presenti con significato di futuro prossimo), con il «pro vobis et pro multis» e il «in remissionem peccatorum», significano chiaramente l'identità sacramentale fra questo gesto e quello dell'Ultima Cena con la sua relazione essenziale con il sacrificio redentore del Calvario. Non vedo che altro significato si potrebbe dare a queste parole alla luce dell'azione «in persona Christi» affermata dall'Institutio. Dice giustamente l'abbé de Nantes che i tradizionalisti dovrebbero stare attenti, nel calore della polemica, a non far coro con i protestanti nel negare un chiaro significato sacrificale a queste espressioni scritturistiche.

Al NOM viene rimproverata anche una «pratica soppressione dell'offertorio». Le attuali preghiere offertoriali infatti testimonierebbero lo scivolamento da una offerta in chiave sacrificale ad una semplice «presentazione di doni». Un ulteriore impoverimento del significato oblativo del rito.

C'è molto di vero in questa osservazione. Non bisogna però attribuirle una portata eccessiva.

Innanzitutto le teorie che considerano l'offertorio (come rito) parte essenziale del sacrificio sono decisamente superate e non hanno più nessun serio sostenitore. Storicamente è accertato che le preghiere dell'offertorio si sono introdotte tardivamente nella Messa romana, sovrapponendosi al rito (che prima si compiva silenziosamente o con accompagnamento di canti) per sottolinearne il significato87. Nella sua essenza, poi, l'offertorio è tutto contenuto nella consacrazione88. L'antico rito di offertorio era anticipazione e evidenziazione dell'offerta tutta contenuta nella consacrazione.

Le nuove preghiere sono certamente teologicamente più povere delle precedenti. In particolare non hanno più, in sé stesse quel ricco significato oblazionistico che avevano prima. Tuttavia, 1'IGMR afferma che il rito dell'offertorio «ha il suo valore e il suo significato spirituale» (n. 49). Valore e significato che Giovanni Paolo II interpreta così: «Tutti coloro (...) che partecipano all'Eucaristia, senza sacrificare come lui (il sacerdote), offrono con lui, in virtù del sacerdozio comune, i loro propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, sin dal momento della loro presentazione all'altare. (...) Il pane e il vino diventano, in certo senso, simbolo di tutto ciò che l'assemblea eucaristica porta, da sé, in offerta a Dio, e offre in spirito. È importante che questo primo momento della liturgia eucaristica, nel senso stretto, trovi la sua espressione nel comportamento dei partecipanti. A ciò corrisponde la cosiddetta processione con i doni, prevista dalla recente riforma liturgica (...). La consapevolezza dell'atto di presentare le offerte dovrebbe essere mantenuta durante tutta la Messa. Anzi deve essere portata a pienezza al momento della consacrazione e dell'oblazione anamnetica ...» (Dominicae Cenae: EV 7, 191-192). Il rito, pur accompagnato da preghiere decisamente meno espressive, continua dunque a conservare il suo valore oblazionistico e il suo legame profondo con il nucleo centrale del sacrificio della Messa.

Concludendo:

1. La nozione di sacrificio è presente, anche nell'articolo 7, attraverso la nozione di memoriale, il cui valore sacrificale è evidente da tutto il contesto magisteriale, liturgico e teologico.

2. La finalità propiziatoria emerge sempre dal concetto di memoriale, che è ripresentazione del sacrificio propiziatorio di Cristo, e da alcune espressioni delle preghiere eucaristiche.

3. Il rito offertoriale, pur accompagnato da preghiere più povere teologicamente, conserva il suo significato tradizionale. Non esistono elementi oggettivi che debbano far pensare ad un cambiamento di significato89.


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