Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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Capitolo

Terzo




SACRIFICIUM MISSAE

MEMORIALE MORTIS DOMINI

«L'eucaristia è soprattutto un sacrificio» (Dominicae Cenae: App. 28). Per comprendere questa verità che fa eco oggi, sulla bocca del Papa, all'affermazione solenne del Concilio di Trento e di tutta la Tradizione della Chiesa, ci dobbiamo riportare «in illo tempore», all'avvenimento istitutivo: all'Ultima Cena e, in particolare, alle parole che hanno istituito il «mysterium fidei».

Qualcuno (Bouyer) ha criticato la teologia eucaristica classica giudicandola impoverita, circoscritta com'è a pochi passi scritturistici e, soprattutto, alle parole dell'istituzione. Ora, se è vero che un allargamento del quadro, soprattutto nella direzione delle tradizioni liturgiche, non può che giovare all'approfondimento, ciò non toglie che le parole e il gesto dell'istituzione «concentrano» in sé tutto il mistero dell'eucaristia, in modo tale che sacramento e sacrificio trovano lì la loro sorgente, il loro essere e il loro significato.

Il sacrificio della messa si attua tutto nell'azione sacra della consacrazione. Così come il sacramento si fa con la consacrazione. Facendo il sacramento si offre il sacrificio. «Rendendo veramente presenti il Corpo e il Sangue di Cristo sotto le specie del pane e del vino, (...) (la celebrazione eucaristica) rende – nello stesso tempo – attuale e accessibile, alla nostra generazione, il Sacrificio della Croce» (Giovanni Paolo II: App. 29).



Andiamo dunque all'Ultima Cena. Già il contesto di quell'avvenimento parla un chiarissimo linguaggio sacrificale. Il Signore compie quel gesto e pronuncia quelle parole nel rito della Pasqua ebraica. Rito complesso, ma, innanzitutto, manducazione dell'agnello precedentemente sacrificato nel Tempio. Il banchetto dipende da quel sacrificio, da cui trae tutto il suo significato. Si tratta di un «convito sacrificale».

Quando Gesù, in due momenti distinti (gli esegeti discutono attorno alla loro esatta collocazione nella sequenza rituale), compie il gesto di prendere del pane e del vino accompagnando questo gesto con parole che ne determinano il significato, compie un «gesto simbolico», o meglio, un «gesto profetico». Segno profetico del tipo di quelli che si ritrovano spesso nella S. Scrittura (si pensi a Osea) col particolare, peculiare, valore di segni che non si limitano a favorire l'apprendimento di un insegnamento, ma denunciano e attuano un intervento di Dio. Gesù annuncia, profetizza, il sacrificio dell'indomani e, nello stesso tempo, lo rende misteriosamente già attuale. Il significato sacrificale del suo gesto è palese. Risulta dall'insieme e anche da ogni singola parte. Il pane è il suo corpo (forse «carne», basar) «dato», offerto, «per voi». Nell'offerta del calice si ha «per molti», evidente richiamo ad una importantissima profezia dell'AT, quella del Messia – «servo sofferente», che si sacrifica per i peccatori, di Is 53. «Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori» (53, 11-12). Nel richiamare le parole della profezia, Cristo chiaramente manifesta di compierla in quell'atto stesso. Il sangue è «per la nuova ed eterna Alleanza», riferimento trasparente al gesto di Mosè che sancisce l'Alleanza con Dio aspergendo con il sangue delle vittime sacrificate l'altare e il popolo (cfr. Es 24, 3-8). Anche pane e vino in quanto alimenti hanno (sempre nel contesto biblico) un significato sacrificale: il pane si spezza per distribuirlo. Il vino è il sangue dell'uva (cfr Gen 49, 11). Il calice dice sofferenza («Padre (...) allontana da me questo calice!» Lc 22, 42). I due segni combinati insieme accentuano questo significato: carne e sangue sono i due elementi del sacrificio espiatorio (cfr. Lv 1, 2-9). La loro presenza separata parla un chiaro linguaggio di morte. In forza delle parole infatti sono resi presenti separatamente corpo e sangue: per concomitanza naturale poi sotto le specie del pane è reso presente anche il sangue e viceversa. In forza dei simboli messi in opera dunque, che sono «simboli di morte» (Mediator Dei), è direttamente la morte sacrificale ad essere significata e, per essa, è significato il sacrificio nella sua globalità. Il sacrificio nella sua globalità comporta l'accettazione da parte di Dio. Questa accettazione è implicata nella Risurrezione, che si inserisce così in pieno nella dinamica del sacrificio. È dunque vero che la Messa è «memoriale mortis et resurrectionis», anche se, nella misura in cui i due aspetti sono messi sullo stesso piano, non si rende con precisione il fatto che essa è «direttamente» memoriale della morte e solo «per concomitanza» della Risurrezione. È un limite della terminologia dell'IGMR e anche del rito. Il Canone Romano dice, con molta finezza (nell'originale latino però ...): «unde et memores (...) tam beatae passionis, nec non et ab inferis resurrectionis».

Il pane e il vino, mentre hanno un indubbio significato sacrificale, non cessano di essere alimenti. Segno che sono stati prescelti perché la partecipazione al sacrificio possa perfezionarsi mediante la manducazione («prendete e mangiate...»). Il sacrificio è «sacrificio conviviale»66.

Abbiamo detto che il gesto di Cristo è un «gesto profetico» che, nel ricordare le antiche profezie e fatti profetici, le compie, indicando ed attuando l'intervento divino che è la realtà prefigurata. È dunque un segno che attua ciò che significa. In altri termini, un «sacramento».

San Tommaso e, sulla sua scia, il Concilio di Trento, distinguono nell'eucaristia sacrificio e sacramento. Si tratta di una distinzione importante: negarla, o anche minimizzarla, è un errore pericoloso67. Tuttavia questa distinzione deve guardarsi bene dal diventare separazione, dimenticando che si tratta di aspetti intimamente congiunti in una stessa realtà. Essi si richiamano a vicenda e non è possibile comprendere adeguatamente l'uno senza aver presente anche l'altro. Questa verità ha subito un certo oscuramento nel periodo post-tridentino, in cui la distinzione si è accentuata in modo un po' unilaterale, mentre è evidente in san Tommaso: per lui l'eucarestia è insieme sacrificio e sacramento «quod quidem et offertur ut sacrificium, et consecratur ut sacramentum» (III q. 83, a. 4 c). Sono due formalità di una stessa concreta realtà, due formalità che ne designano l'aspetto anabatico (ascendente) di sacrificio offerto dall'uomo a Dio, e l'aspetto catabatico (discendente) di strumento mediante il quale Dio opera la santificazione dell'uomo. È il sacramento stesso, preso nella sua totalità, che è sacrificio. Il che implica, reciprocamente, che il sacrificio è tutto intero nel sacramento68.

È merito del card. Billot l'aver riportato, in linea col rinnovamento tomistico, la ratio sacrificii nell'ambito della sacra-mentalità69. Se l'eucaristia è un sacramento, la sua natura sacrificale deve essere, alla radice, sacramentale. Il rito eucaristico è rappresentativo del Sacrificio del Calvario. Lo rappresenta e lo ri-presenta. È segno efficace della Passione di Cristo70.

Per comprendere come la natura sacrificale della eucaristia si inscriva nella sacramentalità è opportuno ricostruire a grandi linee la struttura del sacramento, seguendo sempre le orme del Dottore comune.

Nella teologia tomistica sono fondamentali due nozioni per comprendere il sacramento. Quella di segno e quella di strumento. Il sacramento è innanzitutto segno e poi strumento. È infatti strumento nelle mani di Dio per causare la grazia in quanto innanzitutto significa, rappresenta, questo intervento di Dio che salva. L'intervento fondamentale è l'Incarnazione (con tutta l'opera della Redenzione che ne segue), per cui i sacramenti possono essere detti «reliquiae incarnationis». La causalità del sacramento si trova così, in qualche modo, in dipendenza dal suo significato: produce quello che significa, significandolo (significando causat, causando significat).

Il sacramento però è un segno molteplice. Rimanda direttamente al gesto del Verbo Incarnato, che rende presente significandolo. In questo modo rende possibile che questo gesto, evocato e ri-presentato, produca il suo effetto. Quindi non rimanda a questo effetto (grazia) che in quanto significa e rappresenta la causa che lo produce, dunque indirettamente. È quanto insegna san Tommaso quando definisce il sacramento «segno di una realtà che santifica l'uomo» (III q. 60, a. 2 c; a. 3, ob. 2 e ad 2).

Questo doppio significato fondamentale del sacramento (1. Gesto di Cristo reso presente significandolo, 2. Produzione dell'effetto significato nella significazione rappresentativa della causa) si esprime in una classica tripartizione. Essa affonda le sue radici nella speculazione medioevale, gioca un ruolo fondamentale nella teologia tomistica ed è ancora merito del Cardinal Billot l'averla riportata in auge a dar nuova prova della sua fecondità. È la tripartizione in sacramentum tantum, res et sacramentum, res tantum.

Il sacramentum tantum è il segno sacramentale nella sua realtà sensibile e percepibile in quanto segno. Materia, gesto parole. «Materia e forma» secondo un'applicazione analogica del binomio ilemorfico mutuato dalla cosmologia.

La res et sacramentum è la realtà direttamente significata. Realtà che opera la santificazione dell'uomo e la gloria di Dio. Se a fondamento vi è l'Incarnazione con tutta l'opera della Redenzione, la realtà direttamente significata è sempre la Passione, in quanto la sola formalmente meritoria.

La res tantum è la realtà significata nella precedente, in quanto da essa procede. È la grazia che santifica l'uomo e costruisce la Chiesa.

Quando si dice che il segno rende presente l'evento salvifico, bisogna intendere questo non nella sua fattualità storica, e è irripetibile, ma nella realtà soprastorica ormai raggiunta in Cristo, Verbo di Dio incarnato, morto e risorto. L'oblazione di Cristo è ormai inscindibilmente legata alla sua persona. Il Risorto, che siede alla destra del Padre, continua ad offrire il suo sacrificio. Il sacramento lo rende presente, cioè Cristo lo offre di nuovo al Padre attraverso la persona del ministro e il segno sacramentale.

Il merito di aver recentemente esplicitato questo aspetto è del p. Garrigou-Lagrange71. Ripresentando il sacrificio di Cristo, il rito consacratorio rende a Dio un culto perfetto. Lo stesso identico a Lui reso sul Calvario. Nello stesso tempo l'evento ri-presentato è causa di salvezza per chi vi partecipa con le dovute disposizioni. Sia offrendo con e per mezzo del sacerdote. Sia, soprattutto, partecipando al banchetto sacro che è la logica conseguenza del sacrificio. Non solo: essendo applicazione del sacrificio del Calvario, il sacrificio della Messa può essere offerto anche per i vivi non presenti e per i defunti e – in quanto offerto sempre a nome della Chiesa – giova di fatto sempre a tutta la Chiesa.

Questo aspetto di culto a Dio è presente in ogni sacramento. Come in ogni sacramento è presente il riferimento al sacrificio di Cristo. Solo questo però è il «sacramentum perfectum passionis» (III q. 73, a. 5 ad 2), perché contiene il protagonista stesso dell'evento salvifico commemorato: Cristo in corpo, sangue, anima e divinità (sacramentum perfectum Dominicae passionis tanquam continens ipsum Christum passum).

Questo «sacramento della Croce»non è dunque una nuda commemorazione per due motivi:

a. Uno comune a tutti i sacramenti: perché contiene la virtus salvifica che profluisce dall'evento riattualizzato.

b. L'altro suo specifico: perché «continet ipsum Christum passum». Da intendersi non di un Cristo attualmente sofferente, ma di un Cristo che, in virtù della sua passione, continua a meritare davanti al Padre. Il Cristo presente nell'eucaristia è il Cristo glorioso. Tuttavia sempre offerente al Padre il suo sacrificio. L'evento è ripresentabile in quanto «eternizzato» nella persona del suo protagonista.

Alla luce di quanto abbiamo detto si comprende facilmente come il sacrificio della Messa sia, in se stesso, immolazione. Abbia cioè un valore assoluto di sacrificio senza essere «un altro» sacrificio rispetto a quello del Calvario. È sacrificio in quanto il segno sacramentale realizza nel modo suo proprio l'atto compiuto allora da Cristo sul Calvario, ripetendo il «gesto profetico» dell'Ultima Cena. È proprio del sacramento realizzare rappresentando: «imago quaedam est repraesentativa passionis Christi, quae est vera eius immolatio» e producendo: «per hoc sacramentum particeps efficimur fructus Dominicae passionis» (III q. 83, a. 1 c). È dunque nell'ordine del segno che la Messa è immolazione. Appunto: immolazione sacramentale (o «mistica»). Non nell'ordine reale, altrimenti ci troveremmo di fronte fatalmente ad «un altro» sacrificio. Il sacrificio sacramentale non contraddice all'unicità del Sacrificio di Cristo per la semplice ragione che, non essendo dello stesso ordine, non si può «sommare» con lui. Due realtà di ordine diverso non possono entrare in concorrenza. E questo vale anche per il gesto dell'Ultima Cena, che non costituisce, sacramentalmente, un'altra cosa rispetto al Sacrificio del Calvario, anche se la sua collocazione temporale (prima del Calvario) lo connota differentemente rispetto alle Sante Messe celebrate in seguito. È anticipazione e non ancora memoria. Rispetto all'Ultima Cena la Messa «ripete», mentre rispetto al Calvario «ripresenta».

Il sacrificio è lo stesso («unum et idem» dice il Catechismo tridentino) ma compiuto in due modi differenti: nell'Ultima Cena e nella Messa nel modo del segno e del rito sacramentale (modo «incruento»); sulla Croce nella realtà della vita e della storia (modo «cruento»).

«Il primo di questi due modi è ordinato al secondo nel quale si compie, trovandovi il suo significato e la sua piena realizzazione. E il secondo, quello del sacrificio di Cristo in Croce, è destinato ad estendersi a tutti gli uomini. Ora, è proprio il gesto sacramentale della Cena rinnovato alla Messa, in tutte le Messe, come era stato prefigurato dai sacrifici rituali dell'Antica Alleanza e della legge di natura, che permette a Cristo di estendere il sacrificio della sua vita a tutti i membri del suo Corpo Mistico e, con ciò, di prendere e di ricapitolare tutti i loro sacrifici per offrirli al Padre nel suo»72

Abbiamo detto che il sacramento è un segno molteplice. Questa caratteristica si manifesta anche nel suo snodarsi lungo un'altra linea: quella che potremmo chiamare delle tappe della salvezza. L'evento passato agisce nel presente per compiersi definitivamente nel futuro. «Unde sacramentum est et signum rememorativum eius quod praecessit, scilicet passionis Christi; et demonstrativum eius quod in nobis efficitur per Christi Passionem, scilicet gratiae; et prognosticum, idest praenuntiativum, futurae gloriae» (III q. 60, a. 3 c).

L'aspetto prognostico è stato particolarmente sottolineato dal NOM rispetto al vetus ordo. Lo constatiamo, per esempio in tre punti:

1. In due delle acclamazioni previste dopo la consacrazione (la prima, che è la più frequentemente usata, dice: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta»);

2. Nelle parole che precedono la comunione: «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt», dove il riferimento a Apoc 19, 9 è evidentissimo: il banchetto eucaristico è anticipazione del «banchetto delle nozze dell'Agnello» escatologico;

3. Nell'aggiunta apportata alla preghiera dopo il Pater: «Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi benigno la pace ai nostri giorni: perché con il soccorso della tua misericordia, sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, viviamo nella attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo».

La nozione di sacramento si trova in strettissima relazione (e dipendenza) con la nozione di «memoriale». È questo un concetto molto importante in se stesso e in relazione al nostro tema specifico. Sarebbe troppo lungo seguirne le vicende nella Scrittura e nella Tradizione: ci limitiamo qui a fornire delle conclusioni73.

Il concetto di memoriale biblico implica:

a. Un aspetto «reale»: di cosa, gesto, rito che opera il ricordo.

b. Un aspetto di efficacia oggettiva: non soltanto in virtù della considerazione del soggetto.

Dunque il «memoriale» non deve essere confuso con un semplice ricordo soggettivo, psicologico. È una oggettiva ripresentazione. Il termine ha declinato in senso soggettivo-psicologico per influsso della deviazione nominalistico-concettualistica del pensiero occidentale (le essenze universali si risolvono nelle idee della mente).

Nel memoriale biblico troviamo tutte le caratteristiche del sacramento, per cui i termini diventano pressoché sinonimi. Il memoriale, come il sacramento, è innanzitutto una realtà oggettiva (gesto, parole, cose); una realtà oggettiva che si ricollega ad un evento passato per renderlo in qualche modo presente con una sua efficacia indipendente dalla considerazione del soggetto. È un rito che perpetua l'avvenimento salvifico passato, costituendone quindi un «ricordo» oggettivo (aspetto anamnestico), che è strumento del suo influsso sul presente (aspetto dimostrativo) nella prospettiva del suo definitivo compimento futuro (aspetto prognostico).

Naturalmente c'è il problema che il termine «memoriale» non ha più oggi lo stesso valore semantico. Ed ha cominciato a non averlo ben presto, se è vero – come pensa p. Bouyer – che l'inserimento di termini esplicitamente sacrificali nella preghiera eucaristica fu come una traduzione per gli ambienti ellenistici della nozione biblica di «memoriale»74. Esso richiede dunque una catechesi attenta e insistente per evitare di essere inteso come semplice ricordo soggettivo.

Rimane la sua utilità ecumenica (oltre che l'indubbia profondità teologica che racchiude). Ma anche questa non è priva di ambiguità: se da una parte certi teologi protestanti hanno riscoperto tramite il «memoriale» biblico il valore sacrificale della Messa, continua però il rifiuto della sua efficacia propiziatoria e quindi del suo valore propriamente «sacramentale»75.

A noi però interessa soprattutto constatare come l'uso del termine non comporta affatto la negazione del carattere sacrificale dell'eucaristia76.


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