Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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Capitolo

Secondo




UN PROBLEMA DI INTERPRETAZIONE

Il problema è soprattutto ermeneutico. Stiamo infatti parlando delle critiche che si possono fare, e sono state fatte, ad un testo. È allora ovvio che i criteri di interpretazione dovranno rivestire un ruolo fondamentale.

I criteri ermeneutici dovranno essere quelli comuni, ma bisognerà anche tener conto delle peculiarità di un testo liturgico e di un testo che emana dal supremo magistero della Chiesa.

Nell'ambito dei criteri comuni rientra per esempio il principio base che «bisogna interpretare ciò che è confuso alla luce di ciò che è chiaro». Poi che occorre tenere in debito conto il contesto prossimo (gli elementi di interpretazione presenti nell'immediata vicinanza: i passi paralleli dello stesso testo e le note) e quello remoto (soprattutto le interpretazioni esterne al testo che emanano da chi ne è formalmente l'autore: interpretatio autentica)62.

Nell'ambito di quelli peculiari, occorrerà tener conto del fatto che la funzione di un testo liturgico non è direttamente quella di proporre la dottrina (non è né un catechismo, né un testo di teologia e neppure può essere una «definizione dogmatica», che è sempre atto del magistero formalmente insegnante) ma quella di regolamentare e guidare una prassi cultuale. La liturgia è soprattutto azione e solo secondariamente, riflessivamente e radicalmente dottrina.

Occorrerà poi tener conto da chi emana il testo. Nel caso esso è espressione della suprema autorità della Chiesa. Varrà allora il criterio «in dubio standum est pro auctoritate» che, se vale per ogni autorità, vale a fortiori per un'autorità divinamente assistita. Occorrerà tener conto che il magistero della Chiesa è strutturalmente «tradizionale». Cioè rimanda, per sua propria natura, a ciò che ha già insegnato per gettare luce su ciò che sta insegnando. Occorrerà tener conto della sua unità morale che richiede di leggere un singolo pronunciamento nel contesto più ampio di tutto il suo insegnamento.

Anche Xavier da Silveira si rende conto dell'importanza dei criteri di interpretazione e vi dedica un intero capitolo. In particolare esamina il seguente argomento: «Vi sono nell'Institutio (edizione del 1969 e soprattutto edizione del 1970) certi passaggi che affermano i principi tradizionali su quei punti che alcuni pensano esservi esposti in modo insufficiente o sospetto.

Ora, i testi confusi devono essere interpretati con l'aiuto di testi più chiari, e quelli che sembrano eterodossi con l'aiuto di quelli che sono ortodossi.

Così, una volta che il documento è stato considerato nel suo insieme, non può essere giudicato come sospetto».

«Questa obiezione sembra, a prima vista, così valida che vorremmo esaminarla qui con tutta la nostra attenzione, consacrandole un capitolo speciale»63.

Rilevata l'importanza dell'obiezione, che punta il dito sul nocciolo del problema, l'autore si addentra in una risposta articolata che esamineremo nel dettaglio.

Innanzitutto fa un'osservazione di fatto: «l'affermazione tradizionale è in qualche modo (nel nostro testo) messa in secondo piano rispetto all'affermazione contraria»64. Questo rilievo mi sembra già evidenziare una certa ambiguità di fondo. Esso infatti può significare due cose:

a. Accanto alla verità c'è l'errore e l'errore sta in primo piano.

b. La formulazione esplicita dei punti contestati dal protestantesimo è in una posizione di sottofondo rispetto a formulazioni – in sé non errate – ma non esplicitamente anti-protestantiche.

Quindi l'autore avanza tre risposte: una di carattere direttamente ermeneutico, una di ordine storico e una di ordine metafisico.

A. Risposta fondamentale di ordine ermeneutico


La regola invocata (ciò che è confuso deve essere interpretato alla luce di ciò che è chiaro) è vera, tuttavia essa non si applica sempre e comunque, ma conosce restrizioni nella sua applicazione. La regola può essere applicata solo se i passaggi sospetti o eterodossi appaiono raramente, come per errore.

Essa non ha più valore se i passaggi sono numerosi (ciò che si produce per errore è – di sua natura – fortuito e non frequente): allora bisogna ricorrere ad altre regole o criteri di interpretazione. Allorché questi passaggi confusi, sospetti e eterodossi, considerati nel loro insieme, formano un sistema dì pensiero, la regola di interpretazione invocata non è più valida, ma si applica la regola inversa: è necessario chiedersi se non sono i testi ortodossi che devono essere interpretati alla luce dei passi confusi, sospetti e eterodossi.

Mi sembra, in definitiva, che, più che di una vera e propria eccezione alla regola, si tratti piuttosto di una sua applicazione a livello più approfondito. Una volta individuato il «sistema» soggiacente ai numerosi passi confusi, sospetti e eterodossi, allora sono essi, rispetto ai pochi chiari, a diventare veramente «chiari» e a costituire il punto di partenza per una corretta interpretazione.

Rileviamo tuttavia come questo «ribaltamento» sia possibile solo nel caso in cui:

1. Ci si trovi di fronte a passi confusi, sospetti e eterodossi. Cioè quando il testo, oltre ad essere confuso, presenta anche qualche punto obiettivamente e inequivocabilmente erroneo.

2. Quando questi passi sono i più frequenti, mentre i passi


ortodossi hanno l'aria di essere degli «obiter dicta».

3. Quando questi passi costituiscono un «sistema».



B. Risposta sul piano della storia: «modus operandi» degli eretici


Tutti gli eretici, almeno fino alla rottura definitiva con la Chiesa cattolica, hanno cercato di dissimulare le loro vere intenzioni. Gli eretici poi hanno l'abitudine di ammettere – se necessario – principi apertamente contraddittori.

C. Risposta che prende come punto di partenza la metafisica neo-modernista


Non è solo per tattica che i modernisti accettano la contraddizione dottrinale, ma anche per sistema. Un esempio significativo lo troviamo nella riduzione fenomenologica del tomismo, che comporta una «messa fra parentesi» dell'oggettivismo tomistico.
Fin qui il nostro autore. Vengo ora alle mie osservazioni.

Niente da dire quanto alle risposte B e C. Anche la risposta A contiene una osservazione verissima. Rilevo soltanto come si tratta solo apparentemente di una eccezione alla regola: in realtà l'interpretazione globale dei passi confusi, sospetti e eterodossi, conferisce loro una nuova chiarezza (accresciuta dal fatto che si trovano in primo piano) e consentono un'applicazione più approfondita della stessa regola.

Tuttavia questo procedimento, in sé validissimo, esige delle condizioni ben precise:

a. Che vi siano nel testo singoli passaggi che manifestino per se stessi esplicita opposizione alla dottrina cattolica. Passaggi cioè chiaramente erronei.

b. Oppure che i singoli passi che possono avere un senso ortodosso, costituiscano inequivocabilmente un sistema, in modo tale da rivelarsi, alla luce del contesto, come solo materialmente interpretabili pro bono, ma formalmente erronei.
Ora, nel caso presente, mi sembra di poter dire che:

1. Nessun passo può essere – preso in se stesso – dichiarato assolutamente falso. Non è possibile parlare cioè di passi «confusi, sospetti e eterodossi». Ciascuno anzi può essere interpretato, senza violentare il testo, in senso cattolico. Qualche passo di difficile – non impossibile – interpretazione, può essere considerato come «obiter dictum».

2. L'interpretazione che deve far emergere il «sistema» dominante deve estendersi a tutto il contesto prossimo e remoto: — Alle note che costituiscono un elemento importantissimo per ogni interpretazione e soprattutto per quella di un testo di Magistero (Xavier da Silveira le trascura completamente); — Ai documenti in cui l'autore formale del testo (Papa e Santa Sede) manifesta – anche senza specifico riferimento al documento in questione – il suo pensiero sulla materia in oggetto; — Deve tener conto del genere letterario che si desume non solo dal tono del testo stesso, ma anche (e soprattutto) dall'intenzione dell'estensore65.

Xavier da Silveira ricorre ad elementi estrinseci al documento per farne emergere il «sistema»: fa ampio riferimento al commento Nuevas normas de la misa (BAC, Madrid 1969). Questa scelta non è arbitraria: fra gli autori vi sono personalità che hanno partecipato ai lavori di redazione del NOM. Tuttavia si tratta pur sempre di un «luogo improprio». Chi ha redatto materialmente il NOM, ne è soltanto l'autore materiale (come si dice che l'allora padre Billot e padre Lemius siano stati gli «autori» dell'enciclica Pascendi di san Pio X o padre Tromp della Mystici Corporis di Pio XII) mentre l'autore formale è il Papa. Un riferimento a queste fonti per orientare la propria interpretazione può essere utile, ma non è assolutamente determinante, soprattutto se si tace quasi completamente dei testi del Magistero che sono il «luogo proprio» da cui desumere il pensiero dell'autore formale.

3. Una lettura integrale, alla luce di tutto il contesto e prossimo e remoto, dà ragione insieme: — della fondamentale ortodossia del sistema; — del perché dell'uso di espressioni edulcorate. La spiegazione ovvia è l'ecumenismo. Ecumenismo inteso però come scelta pastorale, non come posizione dottrinale (indifferentismo).

Questo non esclude affatto che altre intenzioni ben più pericolose e distorte abbiano avuto il loro ruolo nella fase di materiale redazione del testo. È anzi assai verosimile che le cose siano andate così. Tuttavia quello che conta è quanto il testo dice oggettivamente come testo del Magistero, non quanto avrebbero voluto dire alcuni suoi estensori materiali. Vedremo infatti, esaminando i principali punti critici del NOM (soprattutto la Institutio generalis) che: — nessuna espressione, anche singolarmente presa, è qualificabile come eretica; — l'ambiguità di molte espressioni si scioglie alla luce del contesto prossimo e del contesto remoto proprio; — il tutto risulta abbastanza confuso, ma non di una confusione tale da rendere impossibile ad una lettura attenta di riconoscere la dottrina cattolica.

Posto che rientra nelle funzioni del magistero quella di chiarire, di «spezzare il pane», di proporzionare le verità di fede anche ai non «addetti ai lavori», esso si mostra difettoso quando è bisognoso di troppo attenta e sofisticata ermeneutica per rivelare le sue vere intenzioni. Tuttavia un atto anche difettoso non è per ciò stesso anche inaccettabile.
Una volta invece adottato il criterio ermeneutico che consiste, in ultima analisi, nel mettere tra parentesi l'origine magisteriale del testo, per elevare a chiave interpretativa la lettura progressistica più radicale, si impongono conseguenze assai gravi:

1. Il NOM e, in modo particolare 1'IGMR, anche se le loro singole parti possono essere intese in senso cattolico, costituiscono nell'insieme un testo eretico. L'eresia non si esplicita in nessuna delle singole affermazioni (o almeno assai raramente), tuttavia risulta chiaramente da un esame di insieme. Si tratta insomma di un testo che è «occultamente» eretico. Potremmo quindi dire: favens haeresi in senso intrinseco.

2. Quindi, posto che il testo è stato promulgato dal Papa e accettato dai suoi successori e dall'unanimità dei vescovi residenziali, oltre che dall'unanimità morale dei fedeli (si consideri che non tutti i fedeli che assistono anche abitualmente alla Messa tradizionale oppongono un rifiuto di principio al NOM), discendono da queste altre conseguenze ecclesiologiche:


  • Il papa, tutti i vescovi residenziali e la totalità morale dei fedeli sono almeno eretici materiali.

  • Il fedele cattolico si può oggi salvare nella misura in cui: o rompe ogni comunione liturgica con la gerarchia e la maggioranza dei fedeli della Chiesa cattolica romana, o agisce in stato di ignoranza invincibile (né più né meno come il fedele di una qualsiasi setta).

  • La Chiesa gerarchica e visibile avrebbe dunque cessato di essere vivente mezzo di salvezza. Non ci si salva più mediante essa, ma nonostante essa.

Né l'una né l'altra di queste conseguenze è esplicitamente tratta dal nostro autore. Mi sembra che questo derivi anche dalla natura interlocutoria dell'opera. Nella sua intenzione originaria essa voleva provocare un salutare dibattito sulla questione, che purtroppo non si è sviluppato. Tuttavia esse si impongono – mi pare – a fil di logica.

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