Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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85 «La natura sacrificale della messa, solennemente affermata dal Concilio di Trento, in armonia con tutta la tradizione della chiesa (Trid.: DS 1738-1759), è stata riaffermata dal Concilio Vaticano II, che ha pronunziato, a proposito della messa, queste significative parole: "Il nostro Salvatore nell'ultima cena (...) istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione" (SC 47; cfr. LG 3, 28; PO 2, 4, 5). Questo insegnamento del concilio lo si ritrova costantemente nelle formule della messa. Dice il sacramentario leoniano: "Ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio si compie l'opera della nostra redenzione"; ebbene, la dottrina espressa con precisione in questa frase è sviluppata con chiarezza e con cura nelle preghiere eucaristiche: in queste preghiere, quando il sacer dote fa l'anamnesi, rivolgendosi a Dio in nome di tutto il popolo, gli rende grazie e gli offre il sacrificio vivo e santo, cioè l'oblazione della chiesa e la vittima per la cui immolazione Dio ha voluto essere placato (Pregh. eucar. III), e prega perché il corpo e il sangue di Cristo siano un sacrificio accetto al Padre per la salvezza del mondo intero (Pregh. eucar. IV). Così, nel nuovo messale, la regola della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua costante regola della fede; questa ci dice che, fatta eccezione per il modo di offrire che è differente, vi è piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella messa, che Cristo Signore ha istituito nell'ultima cena e ha ordinato agli apostoli di celebrare in memoria di lui; e per conseguenza, la messa è insieme sacrificio di lode, di azione di grazie, di propiziazione e di espiazione» (EV 3, 2018).

86 Un discorso a parte meriterebbero le traduzioni, che, in generale, snervano ulteriormente il testo latino. Su questo problema si veda: J. Renié, Missale Romanum et Missel Romain, (Ed. du Cèdre, Parigi 1975). Le osservazioni di Renié riguardano la traduzione francese, ma si applicano ampiamente anche a quella italiana. Per il card. Ratzinger «è urgente una revisione della traduzione tedesca del Messale di Paolo VI» (Op. cit., p. 47). Xavier da Silveira ha fatto uno studio sulla versione portoghese, non riportato nella traduzione francese del suo libro. Il disagio è avvertito un po' da tutti.

87 Cfr. Righetti, La Messa (Milan 19663) pp. 305-341.

88 «Consecratione ... sacrificium offertur» (III q. 82, a. 10).

89 Ciò non toglie evidentemente l'opportunità che una successiva revisione del messale metta di nuovo in migliore evidenza questo significato oblazionistico. Cfr. l'interessante proposta di dom Paul Tirot, Histoire des prières d'offertoire dans la liturgie romaine du II au VII siècle (suite et fin), in: Ephemerides liturgicae 3-4 (1984) pp. 390-391.

90 Giovanni Paolo II, Alle religiose di Milano e della Lombardia, 20 maggio 1983: La Traccia 5 (1983) p. 495.

91 «Factum transubstantiationis, scilicet desitio totius substantiae panis et vini et conversio eius in Corpus et Sanguinem Christi, est de fide divina et catholica definitum. Vocem ipsam transubstantiationis aptissimam esse ac retinendam, est doctrine catholica» (J.A. De Aldama, De sacramento unitatis christianae seu de sanctissima Eucharistia: Sacrae Theologiae Summa, vol. IV [BAC, Madrid 19624] p. 276).

92 Non è l'unico testo. L'importanza di questo punto di dottrina per l'integrità del dogma della presenza reale, nonché del termine dogmatico atto a preservarlo con sicurezza, sarà nuovamente ribadita dall'Humani generis di Pio XII, dalla Mysterium fidei di Paolo VI e, recentemente da Giovanni Paolo II. Cfr. Giovanni Paolo II, Omelia del 23 febbraio 1980: La parola di Giovanni Paolo II 2-3 (1980) p. 23; Idem, Omelia a Rio de Janeiro, 1 luglio 1980: Ibid. 7 (1980) pp. 31-32; Idem, Allocuzione ai pellegrinaggi delle diocesi di Milano e Alessandria, 14 novembre 1981: La Traccia 10 (1981) p. 680.

93 Su questo punto, fondamentale per l'ecumenismo, si veda l'ottima puntualizzazione di Carlos Cardona, La «Jerarquia de las verdades» y el orden de lo real, in: Scripta theologica 4 (1972), pp. 123-144.

94 Cfr. Card. Joseph Ratzinger, Trasmissione della fede e fonti della fede, in: Cristianità 96 (1983), pp. 5-11.

95 Cfr. Op. cit., pp. 16-20, 38-40, 118-119.

96 «Una divergenza che rimane consiste certamente nel problema della conservazione e adorazione dell'ostia consacrata, non distribuita, dopo la celebrazione eucaristica... Essa è strettamente connessa con i diversi modi di intendere il modus praesentiae...» (Gemeinsame römisch-katolische evangelisch-lutherische Kommission, Das Herrenmahl, cit., pp. 89-90). Max Thurian, che può rappresentare la posizione protestantica «ecumenicamente» più vicina, si attesta – nel suo importante libro del 1963 – su posizioni agnostiche: «Sebbene il fine dell'eucaristia sia la comunione..., noi non oseremmo definire la natura della relazione di Cristo con le specie eucaristiche che rimangono dopo la comunione. Non ci sentiamo autorizzati a pronunciarci né per la permanenza della presenza reale, né per la sua cessazione. Qui è necessario rispettare il mistero. In questo atteggiamento di rispetto, è bene che le specie eucaristiche che rimangono siano consumate dopo la celebrazione» (L'Eucaristia memoriale del Signore, cit., pp. 299-300). La sua posizione sembra però mutata in un testo più recente: «La presenza del corpo risorto di Cristo rimane legata ai segni eucaristici, perché la chiesa non dispone di quella presenza che è frutto della Parola di Dio e dell'azione dello Spirito Santo. Con quale diritto potrebbe essa fissare il momento in cui le specie del pane e del vino non sarebbero più segni del corpo e del sangue di Cristo? Ciò sarebbe contrario alla fede nella grazia efficace di Dio. "I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rm 11, 29). La certezza che la presenza di Cristo continua dopo la celebrazione e la comunione, sotto le specie del pane e del vino che restano, è un importante segno della fede eucaristica» (Il mistero dell'eucaristia, Roma 1982, p. 99).

97 «Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II (SC 7, 47; PO 5, 18) e dagli altri documenti del magistero della Chiesa (Pio XII, Humani generis; Paolo VI, Mysterium fidei; Solenne professione di fede; Eucharisticum mysterium), nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il concilio di Trento l'aveva proposto alla nostra fede (Trid., sess. XIII: DS 1635-1661). Nella celebrazione della messa, questo mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della consacrazione, che rendono il Cristo presente per mezzo della transustanziazione, ma anche dal senso e dall'espressione esterna di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della liturgia eucaristica. Per lo stesso motivo, al giovedì santo e nella solennità del corpo e del sangue del Signore, il popolo cristiano è chiamato a onorare in modo particolare, con l'adorazione, questo ammirabile sacramento» (EV 3, 2021).

98 Cfr. Mysterium fidei: EV 2, 422.

99 Cfr. C.M. Martini, La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa, in: La Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione (LDC, Torino-Leumann 1967), pp. 423-425 (con bibl.). Classico è il cap. XI del libro IV dell'Imitazione di Cristo: «Due cose sento che mi sono sommamente necessarie in questa vita... Esse si potrebbero anche chiamare due mense situate di qua e di là nel tesoro di Santa Chiesa. L'una è la mensa del Sacro Altare che ha il Pane santo, cioè il Corpo prezioso di Cristo. L'altra è la mensa delle legge divina ...».

100 Opera oratoria postuma, vol. VI (Roma 1945) p. 255. Sottolineo come queste espressioni si ritrovano nel vivo della predicazione del santo. Predicazione biblica quant'altre mai. Una scorsa lo testimonia anche al più disattento dei lettori. Prova che le accuse di allontanamento dalla Scrittura lanciate affrettatamente alla (cosiddetta) Controriforma (ma si pensi anche al Catechismo del Concilio di Trento!) poggiano su una superficiale conoscenza degli autori. Per Bellarmino la Parola di Dio predicata e ascoltata ha un valore sacramentale: «signum et effectus gratiae praesentis, et simul... causa eiusdem» (Ibid., vol. I, p. 339). Ha un valore più grande della stessa parola soltanto letta. «Anche le persone colte, pur potendo capire da sole la Scrittura, debbono andare alle prediche perché la parola pronunciata ha una energia che non possiede la parola scritta» (Ibid., p. 215). La predicazione poi deve sempre essere spiegazione della Parola di Dio e non deve perdersi in considerazioni teologiche, filosofiche o storiche...

101 Si veda a questo proposito la risposta della Pontificia Commissione per l'interpretazione dei decreti del Concilio Vaticano II del 5 febbraio 1968 (AAS 60, 1968, p. 362).

102 Quando afferma che la Messa non è mai un sacrificio privato del sacerdote, ma pubblico, di tutta la Chiesa: «la Chiesa non condanna come private e illecite quelle Messe, nelle quali il sacerdote soltanto si comunica sacramentalmente, ma anzi le approva e le raccomanda, in quanto anche quelle Messe devono ritenersi veramente comunitarie, sia perché in esse il popolo partecipa spiritualmente, sia perché sono celebrate dal ministro pubblico della Chiesa non solo per sé, ma anche per tutti i fedeli appartenenti al Corpo di Cristo» (Sess. XXII, cap. 6: Fdc, p. 423). Quando dice che Cristo ha lasciata il sacrificio eucaristico alla Chiesa (Ibid., cap. 1: FdC, p. 419) e che, in questo sacrificio, Lui stesso è immolato dalla Chiesa per mezzo dei sacerdoti (Ibid., cap. 1: FdC, p. 420).

103 Si possono consultare: A. Piolanti, Il mistero eucaristico, cit., pp. 521-546, con ampia bibliografia, e S. Tromp, De Christo capite (Pontificia Università Gregoriana, Roma 1960) pp. 323-338. Utile, soprattutto per l'abbondante documentazione di Santi Padri, teologi pre e post-tridentini: Y.M-J. Congar, Per una teologia del laicato (Morcelliana, Brescia 1967) pp. 248-310.

104 A. Xavier da Silveira, Op. cit., p. 31.

105 Ibid., pp. 117-118.

106 Ibid., p. 32.

107 Ibidem.

108 Cfr. p. 33 con la nota 59.

109 Cfr. Mediator Dei, in: Insegnamenti pontifici, vol. 8: La Liturgia, cit., n. 563.

110 Cfr. A. Xavier da Silveira, cit., pp. 102-105.

111 Cfr. Urbano VIII, Sancta mater, 5 marzo 1633, cit. in: S. Tromp (edit.), Litterae encyclicae Pius Papa XII de mystico Iesu Christi Corpore deque nostra in eo cum Christo coniunctione «Mystici Corporis Christi» 29 iun. 1943 (Pontificia Università Gregoriana, Roma 19634) p. 122; Pio XII, Lett enc. Mystici Corporis, in: Insegnamenti pontifici, vol. 12: La Chiesa (Roma 1961) nn. 1046.1083; Idem, Lett. enc. Mediator Dei, 20 novembre 1947, in: Insegnamenti pontifici, vol. 8: La Liturgia, cit., nn. 565, 569-572.

112 A. Piolanti, Op. cit., pp. 538. La sottolineatura è nostra.

113 Op. cit., p. 334.

114 Questa differenza si può, analogicamente, paragonare a quella fra la concezione democratica moderna del potere, per cui il soggetto originario è il popolo come somma di individui e quella tradizionale-suareziana, secondo cui è lo stesso popolo, ma come unità organica. Fra Chiesa e società civile permane naturalmente la fondamentale differenza che in questa c'è libertà di espressione concreta della forma di governo, mentre in quella essa è prestabilita dal divin Fondatore.

115 Can 813, 1. La norma si ritrova anche nel nuovo Codice, pur con una certa attenuazione che era però già entrata nella pratica: «Il sacerdote non celebri il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa» (Can. 906).

116 La crisi nella Chiesa e Mons. Lefebvre (Brescia 1976), p. 32, nota 12. Cfr. anche J.M. Sustaeta, Misal y Eucaristia (Valencia 1979), p. 197.

117 Lettera «Sacerdotium ministeriale» su questioni concernenti il ministro dell'Eucaristia del 6 agosto 1983, parte II, n. 3: L'Osservatore Romano, 9 settembre 1983.

118 Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae, 24 febbraio 1980: EV 7, 186; testo ripreso nel documento citato alla nota precedente: parte II, n. 4.

119 Cfr. M. Righetti, La Messa ..., cit., pp. 245 ss.

120 Si vedano le documentate critiche di Klaus Gamber, Der Altarraum in der Ost- und Westkirche in seiner geschichtlichen Entwicklung, in Una Voce Korrespondenz 2 (1976) pp. 123-132; Idem, La riforma della Liturgia Romana. Cenni storici – Problematica, (Una Voce, Roma 1980) pp. 52-60; Card. Joseph Ratzinger, Das Fest des Glaubens (Einsiedeln 1981) pp. 121-126. In sostanza i critici fanno notare che: 1) La celebrazione «versus populum» non può essere qualificata come «primitiva», in quanto l'antichità conosce soltanto un comune rivolgersi a Oriente (o verso la croce che si trova sulla parete orientale) di sacerdote e fedeli; 2) Questa forma di celebrazione comporta – nel contesto attuale – il rischio di mettere la comunità al centro, dimenticando l'orientamento trascendente del rito.

121 Card. G. Lercaro, Presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem liturgicam, Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali, 25 gennaio 1966, n. 6: Notitiae 18 (1966) p. 160.

122 IGMR, Proemio, n. 4: EV 3, 2022. Il testo del Prefazio dice: «Con l'unzione dello Spirito Santo hai costituito il Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza, e hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli non soltanto comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, ma con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli e mediante l'imposizione delle mani li fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti».

123 Per il senso più antico (prefisso «con» che designa intensificazione del verbo), si veda: Benedicta Droste O.S.B., «Celebrare» in der römischen liturgiesprache: Eine liturgie-theologische Untersuchung (Max Hueber Verlag, München 1963) p. 90.

124 Op. cit., p. 112. Mi pare che l'autore non tenga debitamente conto del fatto che il carattere battesimale conferisce una reale «deputazione al culto». Se primariamente esso abilita alla ricezione passiva dei sacramenti, secondariamente abilita anche ad un ruolo attivo nel culto, per cui anche il fedele offre – mediante il sacerdote ministro – la vittima eucaristica, ed è dunque, seppure subordinatamente, rappresentante ufficiale di Cristo nel culto. La posizione di fondo di Xavier da Silveira risulta assai minimalistica nei confronti del sacerdozio comune. Sostenibile forse come opinione teologica, non può però mai assurgere a «dottrina cattolica» e, men che meno, a dogma definito, da contrapporre ad un documento del Magistero.

125 Cfr. Introduzione, p. 11, nota 9.

126 «Abbiamo dimostrato che la parola "celebrare" a partire dai primi tempi della latinità classica fino alla lingua liturgica cristiana è rimasta intatta nel suo significato fondamentale. "Celebrare" è un agire comunitario, pubblico, che si perfeziona soprattutto in una certa solennità e si stacca dalla quotidianità» (B. Droste, cit., p. 196). «In "celebrare" sono visibili il significato di "congregare" e "in unum convenire", l'agire creativo del "facere" e l'intensività dell'"agere", quello sempre rinnovantesi del "recurrere" e il ricordo affettuoso che si può rendere con "recolere". In rapporto all'oggetto corrispondente la parola si carica del senso di sacrificio o di rendimento di lode, con l'aspetto del "predicare" ed "esultare"» (Ibid., p. 197). È interessante rilevare che anticamente il soggetto di "celebrare" era per lo più al plurale: «Soggetto del "celebrare" è nei Sacramentari il più delle volte "nos", oppure questo è contenuto nella forma verbale "celebramus – celebremus"... Si tratta del "noi" della Chiesa e proprio quella hic et nunc riunita che compie il sacrificio, rappresenta il mistero, festeggia la solennità» (Ibid., p. 75).

127 Cfr. Lessico Universale Italiano (Treccani), volume IV (Roma 1970) sub voce. L'espressione «dir Messa» indica inequivocabilmente, nell'italiano corrente, l'azione specifica del sacerdote. Il fondamento teologico esiste: solo il sacerdote «dice» le parole essenziali, quelle della consacrazione. Così «sentir Messa» rende univocamente il ruolo del fedele.

128 Cfr. Salaverri, De Ecclesia Christi, in: Sacrae theologiae summa, vol. I (Madrid 19625), pp. 721-724. Per oggetto secondario o indiretto dell'infallibilità si intende tutto ciò che è necessario per assicurare la trasmissione dell'oggetto primario, che sono le verità rivelate.

129 Cfr. Ch. Journet, L'Eglise du Verbe incarné, vol. I (Brouges 19623), pp. 473-474. Nel corso di questa esposizione ci serviremo abbondantemente delle pagine lucide e penetranti che questo autore ha dedicato al problema del magistero infallibile. Penso che siano, a tutt'oggi, quanto di più completo sia stato scritto dal punto di vista speculativo.

130 «Come può essere antipastorale una legge disciplinare ecclesiastica universale, quale è quella che ha per oggetto la nuova Messa? Innanzitutto rovesciamo la frase: siccome è antipastorale – et contra factum non valet argumentum – non può essere oggetto di legislazione ecclesiastica, vuoi universale, vuoi particolare: la legge non può avere per oggetto che il bonum communitatis» (Pro Missa Traditionali, suppl. al n. 58 di Notizie, pro manuscripto, Torino s.d., p. 12).

131 Cfr. L. Salleron, Solesmes e la Messa (Roma 1976).

132 Quindi le diverse parti di un rito sacramentale hanno valore diverso secondo il legame oggettivo che intrattengono con la substantia sacramenti.

133 Allocuzione all'udienza generale del 19 novembre 1969: Insegnamenti di Paolo VI, vol. VII, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1970, p. 1123.

134 Cfr. Il senso teologico della liturgia, cit., pp. 493-496 e 535-536.

135 Cfr. Ch. Journet, Op. cit., p. 433.

136 «Infatti anche se si trattasse di quella sottomissione da prestarsi attualmente alla Fede divina, non dovrebbe limitarsi tuttavia a quanto è stato definito con pubblici decreti dai Concili ecumenici o dai Romani Pontefici di questa Sede, ma deve estendersi anche a quanto è comunicato come rivelato da Dio per magistero ordinario di tutta la Chiesa sparsa nel mondo, e quindi per consenso universale e costante è ritenuto dai teologi cattolici come di Fede» (Lettera di Pio IX all'Arcivescovo di Monaco-Frisinga, 1862: FdC, p. 272).

137 In tutta questa esposizione seguo passo passo il Journet, di cui riporto anche letteralmente certe espressioni.

138 Enciclica Quo graviora del 4 ottobre 1833: Insegnamenti pontifici, vol. 11, La Chiesa (Roma 1961) n. 173.

139 De locis theologicis, 1. V, cap. V, concl. 2, cit. in: Journet, cit., pp. 470-471.

140 De Romano Pontifice, 1. IV, cap. V, cit. in: JOURNET, cit., p. 471.

141 M. Cano, De locis theologicis, 1. V, cap. V, concl. 2: Ibid., p. 470.

142 Citiamo a titolo di esempio, il più classico dei commentari del vecchio Codex, il Wernz-Vidal: «I romani Pontefici non sono per niente impediti di legiferare contro gli statuti disciplinari dei loro predecessori (poiché non vi è autorità di "par in parem") o contro il diritto comune di veneranda antichità... E sebbene può accadere che i romani Pontefici promulghino eventualmente, per breve tempo, leggi meno opportune che dovrebbero essere corrette o ritrattate da lui stesso o dai suoi successori, tuttavia non può succedere e non succederà mai che venga promulgata dal romano Pontefice per la Chiesa universale una legge disciplinare contraria alla retta fede e ai buoni costumi. Infatti, sebbene non sia stato promesso ai Papi il supremo grado di prudenza nel promulgare leggi disciplinari, tuttavia certamente godono di quell'infallibilità di cui gode la Chiesa circa le leggi universali disciplinari» (Jus canonicum, t. I [Roma 19522] pp. 268-269). Si senta anche il Suarez: «Bisogna comprendere questo (l'infallibilità assoluta), quanto alla sostanza o quanto all'onestà dei costumi: infatti, per quanto riguarda le circostanze o di moltiplicare i precetti o il rigore o pene eccessive, non è sconveniente talvolta incorrere in qualche umano difetto, poiché questo non va contro la santità della Chiesa; ma approvare cose turpi per oneste o, al contrario, condannare cose oneste per inique, ripugna alla verità e alla santità della Chiesa, e pertanto anche in queste cose il Pontefice non può errare» (Cit. in: Jus canonicum, cit., p. 269, nota 28).
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