Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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37 Cfr. Riviere, cit., col. 1096.

38 Ibid., col. 1095.

39 Cfr. Godefroy, cit., coll. 1341-1342.

40 «Quod Christi corpus per essentiam et realiter, hoc est corpus ipsum naturale, in coena aut adsit aut ore dentibusque nostris mandatur, quemadmodum papistae et quidam qui ad ollas aegypticas respectant perhibent, id evro non tantum negamus sed errorem esse qui verbo Dei adversetur, constanter adseveramus» (cit. in: J.-V.-M. Pollet, Zwinglianisme: DThC XV/2, col. 3840).

41 Cfr. Gemeinsame römisch-katolische evangelisch-lutherische Kommission, Das Herrenmahl (Verlag Bonifacius-Druckerei, Paderborn 1979) pp. 85-86.

42 Cfr. B. Gherardini, Theologia crucis. L'eredità di Lutero nell'evoluzione teologica della Riforma (Ed. Paoline, Roma 1978).

43 Cfr. Godefroy, cit., col. 1352.

44 B. Neunheuser, cit., p. 54. La sottolineatura è mia.

45 Cfr. L'Eucaristia memoriale del Signore, sacrificio di azione di grazia e d'intercessione (AVE, Roma 19712) pp. 284 ss. Questo è un libro molto importante per il nostro argomento. L'autore è stato fra gli osservatori protestanti ammessi ai lavori per la redazione del NOM e le sue idee, soprattutto quelle espresse in questo testo, hanno certamente avuto una grande influenza. Assieme a Watteville, von Allmen e altri rappresenta la posizione protestantica più vicina al cattolicesimo in tema di Eucaristia: una posizione che si è delineata nell'alveo del movimento liturgico e di più approfonditi studi patristici. Valutazione cattolica del volume di Thurian in: F. Spadafora, L'Eucaristia nella S. Scrittura (Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1971) pp. 25-28. Esprime dubbi sulla sua interpretazione di Calvino B. Neunheuser, cit., p. 54, nota 18.

46 «Denn alle die, sso den glauben haben, das Christus fur sie ein pfarrer sey ym hymell fur gottis augen, und auff yhn legen, durch yhn furtragen, yhre gepett, lob, nod und sich selbst, nit dran zweyffeln, er thu das selb und opffer sich selb fur sie, nehmen drauff leyplich oder geystliche das sacrament unnd testament als ein zeychen allis desselbenn, unnd zweyffeln nit, es ist da alle sund vorgeben, gott gnediger vatter worden und ewiges leben bereyt, sihe, alle die, wo sie sein, das seyn rechte pfaffen, und halten warhafftig recht mess, erlangen auch damit, was sie wollen» (Ein Sermon von dem neuen Testament, das ist von der heiligen Messe, 1520: W 6, 370, 16-24). Per una succinta ma documentata esposizione del pensiero di Lutero sull'argomento cfr. B. Gherardini, La Chiesa nella storia della teologia protestante (Borla, Torino 1969) pp. 46-57.

47 «Dan alle Christen sein warhafftig geystliche stands, unnd ist unter yhn kein unterscheyd, denn des ampts halben allein, wie Paulus I Corint. XII sagt, das wir alle sampt eyn Corper seinn, doch ein yglich glid sein eygen werck hat, damit es den andern dienet, das macht allis, das wir eine tauff, ein Evangelium, eynen glauben haben, unnd sein gleyche Christen, den die tauff, Evangelium und glauben, die machen allein geistlich und Christen volck. Das aber der Bapst odder Bischoff salbet, blatten macht, ordiniert, weyhet, anders dan leyen kleydet, mag einen gleysner and olgotzen machen aber nymmer mehr ein Christen odder geystlichen menschen. Dem nach sso werden wir allesampt durch die tauff zu priestern geweyhet» (An den christlichen Adel deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung, 1520: Ibid., 407, 13-23).

48 «Alle Christen sind priester, Aber nicht alle Pfarrer ... Der beruff and befehl macht Pfarrer and Prediger» (Der 82, Psalm ausgelegt, 1530: W 31/1, 211). «Dan weyl wir alle gleich priester sein, muss sich niemant selb erfur thun und sich unterwinden, an unsser bewilligen und erwelen das zuthun, des wir alle gleychen gewalt haben, Den was gemeyne ist, mag niemandt on der gemeyne willen and befehle an sich nehmen» (An der christl. Adel..., cit., p. 408, 13-17).

49 «Si episcopi suo officio rette fungerentur et curam ecclesiae et evangelii gererent, posset illis nomine caritatis et tranquillitatis, non ex necessitate, permitti, ut nos et nostros concionatores ordinarent et confirmarent, hac tamen conditione, ut seponerentur omnes larvae, prestigiae, deliramenta et spectra pompae ethnicae. Quia vero nec sunt nec esse volunt veri episcopi, sed politici dynastae et principes, qui nec concionantur et docent, nec baptizant, nec coenam administrant, nec ullum opus et officium ecclesiae prestant, sed eos, qui vocati munus illud subeunt, persequuntur et condemnant: profecto ipsorum culpa ecclesia non deserenda, nec ministris spolianda est. Quapropter, sicut vetera exempla ecclesiae et patrum nos docent, idoneos ad hoc officium ipsi ordinare debemus et volumus. Et hoc nobis prohibere non possunt, etiam secundum sua iura, quae affirmant etiam ab haereticis ordinatos vere esse ordinatos, et illam ordinationem non debere mutari. Et Hieronymus scribit de ecclesia Alexandrina, eam primum absque episcopis, presbyteris et ministris communi opera gubernatam fuisse» (Articuli Smalcaldici, pars III, art. X: Müller , cit ., p. 323).

50 «Drumb ist des Bischoffs weyhen nit anders, den als wen er an stat und person der ganzen samlung eynen ausz dem hauffen nehme, die alle gleiche gewalt haben, und yhm befilh, die selben gewalt fur die andern auszzurichten (...). Wen ein heufflin fromer Christen leyen warden gefangen unnd in ein wusteney gesezt, die nit bey sich hetten einen geweyheten priester von einem Bischoff, unnd wurden alda der sachen eynisz, erweleten eynen unter yhn er were ehlich odder nit, und befihlen ym das ampt zu teuffen, mesz halten, absolvieren und predigenn der wer warhafftig ein priester, als ob yhn alle Bischoffs unnd Bepste hetten geweyhet» (An den christl. Adel ... cit pp 407-408, 29-1). «Si ordo in hoc modo intelligatur, neque impositionem manuum vocare sacramentum gravemur. Habet enim ecclesia mandatum de constituendis ministris, quod gratissimum esse nobis debet, quod scimus Deum approbare ministerium illud et adesse in ministerio» (Filippo Melantone, Apologia Confessionis Augustanae, art. XIII (VII): Müller, cit., p. 203, 12-13).

51 Cfr. Catechismo tridentino (Ed. Cantagalli, Siena 1981) parte II, n. 284, PP. 364-367.

52 «Non si deve negare né mettere in dubbio – dice Pio XII – che anche i fedeli hanno un certo sacerdozio; né è lecito disprezzarlo o svalutarlo. (...) Ma qualunque sia il vero e pieno senso di questo titolo onorifico e della cosa stessa, bisogna tuttavia ritenere che questo comune sacerdozio di tutti i fedeli, per quanto alto ed arcano, differisce non solo nel grado, ma anche essenzialmente dal vero e proprio sacerdozio, che consiste nel potere di operare il sacrificio dello stesso Gesù Cristo, impersonando Cristo Sommo Sacerdote» (Alloc. Magnificate Dominum del 2 novembre 1954: Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XVI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1955, p. 248).

L'espressione «non solo nel grado, ma anche essenzialmente» sarà ripresa dal Vaticano II: LG 10.



53 Cfr. su questo punto L. Cristiani-A. Galuzzi, La Chiesa al tempo del Concilio di Trento: Storia della Chiesa, a c. di A. Fliche e V. Martin, volume XVII (SAIE, Torino 1977), pp. 9-82. «Tutto il programma dei riformatori cattolici è riassunto in queste righe: non nuove dottrine, perché sarebbe una offesa al Signore Gesù e allo Spirito Santo pensare che la Chiesa possa essere stata abbandonata al punto di aver perduto la capacità di insegnare la verità rivelata, ma bensì vita nuova, con il ritorno al perfetto ideale evangelico» (p. 44).

54 FdC, pp. 419-420.

55 L'espressione non è del Concilio ma del Catechismo tridentino che qui lo interpreta in modo autorevolissimo: pars II, cap. IV, 76 (trad. it. Cantagalli, cit., p. 292).

56 FdC, p. 421.

57 Il termine repraesentare è portatore di una certa ambiguità, non solo perché oscilla fra due significati storicamente dati: quello classico di praesens sistere aliquid e quello moderno di rappresentare, raffigurare, simboleggiare (cfr. Brunero Gherardini, Prefectio omnium prefectionum, IV Sent 8, 1, 1, 1 ad 1. La SS. Eucaristia in un recente volume di Mons. A. Piolanti, in: Divinitas 2 (1984) pp. 157-159), ma anche perché il suo originario senso forte – che è quello caseliano di Vergegenwärtigung, Gegenwärtigsetzung – non perde l'allusione ad un render presente in signo, in imagine. Il termine stesso cioè si trova ad essere portatore di una intrinseca affinità con la misteriosa dinamica del sacramento che significando causat. Il significato di «rappresentare» sottolinea che la realtà è resa presente nel modo misterioso del segno. Quando si traduce repraesentatio con rappresentazione, occorre allora precisare che è una rappresentazione efficace e di una efficacia non soltanto psicologico-morale. Il significato di «render presente di nuovo» sottolinea che la realtà stessa irrompe di nuovo nel presente, creandosi fra la rappresentazione e la realtà una sostanziale identità. Per dare ragione però del fatto che questa identità rimane velata nel segno e non deve essere intesa come una iterazione o come un impossibile annullamento delle circostanze di spazio e di tempo, occorre qualificarla come «mistica, misterica, sacramentale».

58 Tuttavia bisogna sottolineare, contro la tendenza odierna a mettere tutti questi aspetti sullo stesso piano (tendenza a cui il NOM non ci sembra estraneo), come essi si gerarchizzano sotto la nozione di sacrificio. Solo questa nozione dà il reale significato a tutti gli altri aspetti secondari. Necesse est invenire principium in omnibus in quibus est ordo (san Tommaso, In Iohannem, cap. I, lect. I).

59 FdC, p. 411.

60 Ibid., pp. 412-413.

61 FdC, pp. 478-479.

62 «Leges ecclesiasticae intelligendae sunt secundum propriam verborum significationem in textu et contextu consideratam; quae si dubia et obscura manserit, ad locos parallelos, si qui sint, ad legis finem ac circumstantias et ad mentem legislatoris est recurrendum» (Codex Iuris Canonici, can. 17). Il nuovo Codice riprende il vecchio can. 18 del Pio-benedettino, estendendo semplicemente – come è nella natura delle cose – il contesto a tutto l'ambito delle leggi ecclesiastiche e non soltanto a quello del Codice.

63 Arnaldo Xavier da Silveira, op. cit., p. 43.

64 Ibid., p. 44.

65 Cfr. la Dichiarazione della Congregazione per il Culto Divino «Institutio generalis» del 18 novembre 1969: EV 3, pp. 1272-1273 in nota. Cfr. anche Missale Romanum: EV 3, 1000. Questi testi sottolineano il carattere più pratico-descrittivo che dottrinale dell'Institutio generalis. La versione italiana ufficiale del 1973 ha tradotto Institutio generalis con «Principi e norme per l'uso del Messale Romano» confermando questa tendenza a ridurre la portata dottrinale del documento.

66 Cristo, dicendo «fate questo», non si riferisce al contesto del banchetto – che era la parte caduca, legata al rito ebraico, di quanto stava facendo – ma al «gesto simbolico» appena compiuto. Il gesto, che si riferiva al Calvario, dava un significato nuovo (quello vero rispetto alla «figura» costituita dal rito ebraico) alla Pasqua e costituiva l'elemento fondamentale e da ripetersi come «memoriale». Questa osservazione ha una notevole importanza per i suoi risvolti rituali. Il «segno fondamentale» del sacrificio eucaristico non è il banchetto – che sarebbe segno del sacrificio solo in virtù della relazione essenziale fra Cena e Calvario – ma la preghiera eucaristica, che, nella sua essenza, si risolve nella consacrazione. La consacrazione è essa stessa un sacrificio (anche se sacramentale) e, in quanto sacrificio, memoriale-rinnovazione del Sacrificio del Calvario. Il segno, per essere segno di un sacrificio, deve essere esso stesso sacrificale. Ciò che fa della Messa un sacrificio non è il solo fatto che essa «fa riferimento» all'oblazione del Calvario. Anche l'affermazione che la Messa è un «sacrificio relativo»può essere ambigua. La Messa infatti è un sacrificio in quanto è rappresentativa del Calvario. Ora, la rappresentatività è una relazione «secundum dici», cioè tale da comportare in se stessa l'ordine alla realtà rappresentata. La Messa è costituita dunque «in esse sacrificii» da ciò che fonda la sua relazione all'immolazione della Croce come alla realtà rappresentata: cioè dal segno sacramentale. Il puro e semplice fatto di essere ripetizione dell'Ultima Cena che si trova nel contesto del Sacrificio del Calvario non è sufficiente per fare della Messa in se stessa (anche se sacramentalmente) un sacrificio. Un banchetto non è, di per sé rappresentativo di un sacrificio (cfr. L. Billot, De Ecclesiae sacramentis, t. I [Roma 19246] p. 624, n. 1). Evidentemente il fatto che la «materia» sia costituita da alimenti implica una fondamentale relazione con un banchetto, che però, nella struttura del segno, è l'elemento secondario, derivato, non quello principale. Il non aver tenuto conto di questo ha condotto a una incomprensione per certi aspetti rituali tradizionali e ad un accentuarsi squilibrante degli aspetti conviviali nella celebrazione eucaristica. Cfr. J. Ratzinger, Das Fest des Glaubens (Einsiedeln 1981) pp. 31-54.

67 «Il Concilio di Trento restando legato a questa distinzione di origine teologica e non basata in alcun modo sulla fede nell'eucaristia, quale si poteva dedurre dalla Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa, ha fatto il gioco dei protestanti» (S. Marsili, Teologia della celebrazione dell'eucaristia, in Anamnesis 3/2 [Casale Monferrato 1983] p. 62). Il rifiuto di questa distinzione conduce, puramente e semplicemente, a obliterare l'aspetto anabatico: il sacrificio si rende di nuovo presente e vi si partecipa nel sacramento, ma non è di nuovo offerto a Dio. In sostanza si ricalcano le orme di Lutero.

68 Cfr. III q. 80, a. 12, ad 3; q. 82, a. 10 c e ad 1. Questo importante punto di dottrina contribuisce a risolvere un dubbio corrente in certi ambienti tradizionalisti. Si ammette generalmente che la Messa celebrata secondo il NOM è valida. Ma ciò non significa ancora – si dice – che sia «buona». Una Messa valida può essere cattiva e costituire una «offesa per Dio» anziché l'atto di adorazione per eccellenza quando è celebrata illegittimamente o con intento blasfematorio. Sarebbe questo il caso della «Messa nera». Anche il NOM rientrerebbe in questa categoria di riti validi ma negativi nei loro effetti. Di qui il rifiuto assoluto. Ora, abbiamo visto che l'Eucaristia si realizza tutta nella consacrazione. L'Eucaristia come sacramento (presenza di Cristo che si dà in cibo per i fedeli e si offre alla loro adorazione), l'Eucaristia come sacrificio (presenza di Cristo che si offre al Padre per la salvezza degli uomini). Se il gesto consacratorio è valido, esso realizza il sacramento e il sacrificio con tutto il suo infinito valore latreutico e propiziatorio, di gloria resa a Dio e di salvezza per l'uomo. Mi pare contraddittorio perciò ipotizzare una Messa valida ma offensiva nei confronti di Dio. Non vale invocare contro questa osservazione, che sorge sempre spontaneamente nella reazione di puro buon senso della gente semplice (se è valida allora è buona!), che si dà anche la Messa valida ma illegittima. La Messa .illegittima è una Messa celebrata o da una persona non autorizzata (per esempio un sacerdote sospeso a divinis o scismatico) o mediante un rito non autorizzato. Concerne elementi esterni al rito o comunque attinenti al modo, non alla sostanza. La Messa, se c'è, è, in se stessa, santa. Né vale invocare il caso della Messa nera, cioè di una messa la cui intrinseca finalità è di rendere culto al Demonio offendendo Dio. Prima di tutto perché non è ad rem, poi – mi pare – per una ragione teologica di fondo: una consacrazione attuata con l'intenzione di offendere Dio non può essere una consacrazione, perché l'intenzione – intendo l'intenzione che si manifesta nel contesto prossimo del rito – contraddice il significato oggettivo del gesto, vanificandolo nella sua essenza di segno. Sarebbe un altro segno e, quindi, privo del contenuto sacro che gli compete in quanto è quel segno. La Messa nera – a mio sommesso avviso – non può essere che una parodia blasfema, oppure la profanazione di ostie precedentemente consacrate nel contesto di un rito veramente sacro. Sul problema della Messa nera cfr. Egon von Petersdorff, Dämonologie, vol. II (Christiana-Verlag, Stein am Rhein 19822) pp. 91-92.

69 «... oblationis essentiam in eo reperiri, unde habet Eucharistiae celebratio ut sit passionis Christi memoriale et imago. Hoc accipimus ex doctrina Patrum asserentium, incruentum sacrificium esse antitypum passionis, et repraesentationem mortis Unigeniti per mysterium». «... Missam inde habere quod sit verum et proprium sacrificium de praesenti, unde habet esse vivan imaginem unici illius sacrificii cuius memoria erat conservanda in populo redempto» (De Ecclesiae sacramentis I, cit., pp. 623-624).

70 Ecco qualche riferimento tomistico: «Sacrificium autem quod quotidie in Ecclesia offertur, non est aliud a sacrificio quod ipse Christus obtulit, sed eius commemoratìo. Unde Augustinus dicit, in X de Civ. Dei: Sacerdos ipse Christus offerens, ipse et oblatio: cuius rei sacramentum quotidianum esse voluit Ecclesiae sacrificium». (III q. 22, a. 3, ad 2); «Eucharistia est sacramentum perfectum Dominicae passionis, tanquam continens ipsum Christum passum» (III q. 73, a. 5 ad 2); «Sacramentum illud fuit institutum in Cena ut in futurum esset memoriale Dominicae passionis, ea perfecta»(Ibid., ad 3); III q. 75, a. 1 c primo; «Hoc sacramentum non solum est sacramentum, sed etiam est sacrificium. Inquantum enim in hoc sacramento repraesentatur passio Christi... habit rationem sacrificii; inquantum vero in hoc sacramento traditur invisibilis gratia sub visibili specie, habet rationem sacramenti. Sic ergo hoc sacramentum sumentibus quidem prodest et per modum sacramenti et per modum sacrificii, quia pro omnibus sumentibus offertur ... Sed aliis, qui non sumunt, prodest per modum sacrificii, inquantum pro salute eorum offertur...» (III q. 79, a. 7 c); III q. 79, a. 2 c, ad 1 e ad 2; «Hoc sacrificium, quod est memoriale Dominicae passionis...»(III q. 79, a. 7, ad 2); Ibid. ad 1 e ad 3; q. 83, a. 1 c. Su questo aspetto della dottrina di san Tommaso si veda: J.P. Nau, Le mystère du Corps et du Sang du Seigneur (Solesmes 1976).

71 Cfr. De Eucharistia (Torino 1943) pp. 290-300.

72 J. De Sainte-Marie, L'Eucharistie salut du monde (Parigi 1982) pp. 292-293. Per tutta questa esposizione siamo ampiamente debitori a questo libro.

73 Verificabili per esempio in: E. Galbiati, L'Eucaristia nella Bibbia (Milano 1982) pp. 27-35,180-187; A. Piolanti, Il mistero eucaristico (Vaticano 19833) pp. 56-61,74-78; B. Gherardini, Eucaristia ed ecumenismo, in: Il mistero eucaristico, cit., pp. 643-649. Chi desidera una documentazione più abbondante vedrà: M. Thurian, L'Eucaristia memoriale del Signore, cit. e O. Casel, Das Mysteriengedächtnis des Messliturgie im Lichte der Tradition, in: Jahrbuch für Liturgie­wissenschaft 6 (1926) pp. 113-204.

74 «Bisognerà dunque aspettarsi di veder sorgere nell'anamnesi (...) le prime formule esplicitamente sacrificali dell'eucaristia. Esse non saranno altro che la traduzione, in un linguaggio più immediatamente accessibile per i non-ebrei, di tutto ciò che il memoriale giudaico implicava» (Eucaristia. Teologia e spiritualità della preghiera eucaristica [Torino – Leumann 1969] p. 165).

75 Cfr. l'attenta analisi a cui B. Gherardini sottopone il documento di Lima del 1982, espressione di convergenza ecumenica fra le maggiori confessioni cristiane su Battesimo, Eucaristia e ministero: Eucaristia ed ecumenismo, cit., pp. 637-649. Nel documento la nozione di memoriale svolge un ruolo importantissimo, per cui vi si afferma che: «L'Eucaristia è il sacramento del sacrificio unico di Cristo». Viene però subito precisato che «quello che Dio ha voluto compiere nell'incarnazione, nella vita morte risurrezione ascensione di Cristo, egli non lo ripete. Questi avvenimenti sono unici e non possono essere né ripetuti né prolungati». Sacramento allora non è più qualcosa che «manifesta e compie», come il concetto di memoriale perentoriamente suggerisce. L'evento rimane chiuso in se stesso e il memoriale torna fatalmente ad essere un ricordo privo di verità. Così M. Thurian, mentre sottolinea il valore sacramentale dell'Eucaristia-memoriale, non può trattenersi dall'affermare che «non è un sacrificio espiatorio» (L'Eucaristia ..., cit., p. 245). Cfr. anche L. Meroz, Recensione a F.-J. Leenhardt, Ceci est mon corps, Neuchâtel 1955, in: Nova et Vetera 1 (1956) pp. 76-80.

76 È anche l'opinione di Gherardini: «A proposito della discussione sul sacrificio, e intendo sul sacrificio eucaristico, mi dissocio nettamente da quei cattolici che gridano allo scandalo soltanto perché la riforma liturgica parla di "memoriale", e le rimproverano perciò d'aver ridotto la messa a pura commemorazione dell'ultima Cena e, in essa, del sacrificio della Croce. La ragione del mio dissociarmi insorge dall'idea biblica di memoriale...» (op. cit., p. 643).

77 A. Vidigal Xavier da Silveira, Op. cit., p. 20.

78 Ibid., p. 21.

79 Ibid., p. 24.

80 Ibid., p. 25.

81 Cfr. Ibid., pp. 100-121 e 335-336.

82 Ibid., p. 69.

83 Cfr. il classico M. Lepin, L'idée du sacrifice de la Messe d'après les Théologiens depuis l'origine jusqu'à nos jours (Parigi 19262).

84 Cfr. Das Mysteriengedächtnis des Messliturgie im Lichte der Tradition, in: Jahrbuch für Liturgiewissenschaft 6 (1926), pp. 113-204; Mysteriengegenwart, Ibid. 8 (1928), pp. 145-224; Neue Zeugnisse für das Kultmysterium, Ibid. 13 (1933-35), pp. 99-171; Il mistero del culto cristiano (Borla, Torino 1966). Per una valutazione critica della teoria misterica di Case!, si veda C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia, (Roma 19654), pp. 115-122.
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