Piero Cantoni Novus Ordo Missae e Fede Cattolica




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CONCLUSIONE




Giunti al termine del nostro cammino, è arrivato il momento di lanciare uno sguardo retrospettivo all'itinerario percorso.

Siamo partiti da questa domanda fondamentale: le critiche di radicale protestantizzazione rivolte al NOM, che si .presenta con caratteristiche tanto diverse dall'ordo tradizionale e con tante somiglianze con la pratica protestantica, sono giustificate?

Per rispondere a questo quesito abbiamo, anche se frettolosamente, interrogato la storia, per cogliere i punti essenziali di divisione/distinzione fra concezione cattolica e protestantica della Messa.

Identificatili nel carattere sacrificale, nella presenza reale e nel sacerdozio ministeriale, ci siamo accinti a verificarne il permanere nel nuovo rito, nella sua «introduzione generale» e nelle sue rubriche.

Ci è sembrato tuttavia necessario premettere due esposizioni di carattere teologico e metodologico. Perché la Messa è sacrificio? Perché è «imago repraesentativa passionis Christi», risponde san Tommaso. Perché è il «memoriale della morte del Signore», dice la tradizione. Il concetto chiave di memoriale si trova così inserito nella «sana dottrina». Quali sono i criteri corretti di interpretazione di un testo liturgico e di un atto del magistero (perché in casu si tratta dell'uno e dell'altro)? Poiché si tratta di interpretare un testo, il problema di una corretta metodologia che tenga conto della natura del testo si impone, e si rivela in definitiva come il punto centrale. L'allargamento dell'orizzonte ermeneutico alle note e ai pronunciamenti del Magistero nella loro continuità costituisce un imprescindibile dovere. Solo in questo contesto allargato si può cogliere il senso proprio e oggettivo dei nostri testi ed esso si rivela inequivocabilmente cattolico.

La prova documentaria si snoda seguendo i punti dottrinali cardine che si vuole verificare negli articoli dell'IGMR e nelle preghiere dell'OM.

a) Si constata allora che il carattere sacrificale non è negato coll'uso del termine «memoriale» e che il fine propiziatorio è affermato con l'affermata identità di sacrificio del Calvario e sacrificio eucaristico e con l'uso di termini equivalenti.

b) Si constata che il sospetto silenzio sul termine scottante «transustanziazione» è stato corretto nel testo definitivo, che l'insistenza su altre forme di presenza di Cristo, diverse da quella eucaristica, non esce dall'ambito della concezione cattolica della presenza eucaristica «reale non per esclusione ma per antonomasia» (Mysterium fidei).

c) Si constata che la differenza essenziale fra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale è nuovamente affermata e l'insistenza sulla partecipazione dei fedeli si inserisce in una concezione «organica» e non ha niente a che vedere con la concezione indifferenziata dei protestanti.

Fatta la verifica che il rito è sostanzialmente cattolico, ci siamo posti la domanda se – data la sua indiscutibile natura di «misura di interesse generale» emanante dalla suprema autorità della Chiesa – sarebbe stato, per ipotesi, possibile giungere ad una conclusione contraria. La dottrina sull'infallibilità dottrinale e pratica della Chiesa ha confermato i nostri rilievi. Problematica esaminata dopo nella riflessione teologica, ma che viene prima nel concreto esercizio dell'atto di fede.

Una raccolta di testi del Magistero viene a fornire il supporto documentario (non completo, ma sufficientemente vasto) alla nostra linea interpretativa, mentre qualche testo liturgico, esaminato nelle sue parti più importanti, costituisce una ulteriore, preziosa, verifica.

Abbiamo detto all'inizio che era nostra intenzione fare dell'apologetica autentica, la quale, fondata come è sulla verità e sull'obiettività, non può esimersi dal registrare anche quello che le critiche hanno di vero. Questo è importante per comprendere come le critiche sono state possibili e per aprire la strada ad una soluzione che dia soddisfazione ai malcontenti fondati.

Abbiamo così riscontrato uno sbilanciamento ecumenico eccessivo che dà luogo ad una certa confusione. L'attenuazione dei termini efficacemente propiziatori risulta poi tanto più pericolosa in quanto avviene nel contesto edonistico contemporaneo che ha perduto – è cosa evidente per tutti – il senso del peccato e ha dimenticato il valore del sacrificio. La centralità della presenza eucaristica risulta anch'essa attenuata, quando si tratta del nucleo centrale del mistero e di qualcosa di particolarmente ostico per la mentalità moderna refrattaria al «miracolo» e al «mistero» (e quindi bisognoso di più ferma professione). Anche la sottolineatura unidirezionale del sacerdozio dei fedeli ci pare molto pericolosa nel contesto ugualitaristico contemporaneo, per cui il rischio di comprendere tutto – senza distinzioni – in un'ottica «democratica» risulta tutt'altro che chimerico.

La prima redazione dell'IGMR ha poi messo in circolazione un testo (il famoso articolo 7) perlomeno gravemente ambiguo nella forma (definizione?) e nel contenuto (la Messa è un'assemblea?). Questo testo purtroppo, nonostante l'autorità lo abbia corretto e abbia dunque lasciato il testo modificato come unico valido, continua a circolare ...

A queste (e ad altre che si trovano sparse nel tessuto dell'argomentazione) si può aggiungere una osservazione di carattere più generale.

Il fatto che il NOM si presenti come un rito nuovo. Nuovo sotto tanti punti di vista. Quanto al modo della sua comparsa: «molto è successo in modo troppo improvviso – osserva il card. Ratzinger – in modo tale che per molti fedeli non era più riconoscibile l'intima unità con ciò che precedeva». Quanto alla relazione con il Messale precedente: «si è data l'impressione di un nuovo libro, anziché presentare il tutto nell'unità della storia liturgica» e con il Concilio: «qui è stato travolto anche lo stesso Concilio, che per esempio aveva ancora detto che la lingua del rito latino rimaneva il latino dando alla lingua volgare uno spazio conveniente. Oggi ci si può chiedere se esiste ancora un rito latino; una coscienza di esso è a stento ancora riscontrabile». Quanto al modo con cui è stato realizzato: il nuovo Messale «è stato realizzato come se fosse un nuovo libro elaborato da professori e non una fase di una crescita continuata. Una cosa simile, in questa forma, non era mai successa, contraddice il modello del divenire liturgico e proprio questo procedimento ha soprattutto provocato l'idea assurda che Trento e Pio V avessero fatto, da parte loro, un messale quattrocento anni fa. La liturgia cattolica è stata così declassata a prodotto degli inizi dell'età moderna e, in questo modo, si è prodotto uno scivolamento di prospettiva che è inquietante». Inquietante perché rischia di compromettere qualcosa di essenziale: «la coscienza dell'ininterrotta intima unità della storia della fede, che si manifesta proprio nell'attuale unità della preghiera proveniente da questa storia»168.

Ciononostante dobbiamo affermare, come conclusione che ci pare ampiamente dimostrata dal nostro studio, che l'«intima unità» di cui parla il card. Ratzinger, sia sostanzialmente conservata nel NOM, anche se la sua manifestazione ha subito qualche attenuazione. Non si può legittimamente mettere in dubbio che si tratti di un rito cattolico, che rappresenta, rispetto alla sostanza del mistero celebrato, un cambiamento soltanto accidentale, espressione di un avvicinamento ecumenico, che può essere discutibile nella «politica» che sottintende, ma non può essere accusato di compromesso dogmatico.

Detto questo non possiamo non auspicare che una «riforma della riforma» venga a ridonare una maggiore limpidità al rito della Messa, fugando definitivamente ogni restante ombra e permettendo così a tutti, anche a coloro che un certo ecumenismo ha allontanato, di partecipare ancor meglio al mistero del Corpo e del Sangue del Signore, in attesa che, caduto il velo dei sacramenti, possiamo partecipare insieme, nella visione, alla Messa eterna.




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