La grazia della divina potatura Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto




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La grazia della divina potatura

Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto
Pellegrinaggio diocesano in Francia

Nevers, Convento di Saint-Gildard – 11 luglio 2009

Festa di S. Benedetto, abate, patrono d’Europa

Omelia

La liturgia della Parola proposta per la festa di san Benedetto ci suggerisce tre aspetti peculiari della figura spirituale di quello che è considerato il padre del monachesimo occidentale.

1. Il brano tratto dalla seconda lettera di Paolo a Timoteo ci rimanda al grande lascito che Benedetto ha fatto non solo al monachesimo ma a tutta la spiritualità cristiana dell’Occidente: la Regola, diventata punto di riferimento per generazioni di monaci e che nella sua geniale sintesi cristiana ha generato una cultura che dai monasteri benedettini ha innervato in profondità tutta la civiltà europea.

A chiusura del Prologo della Regola, Benedetto dichiara la sua intenzione di fondo, espressa con la nota formula Dominici schola servitii: occorre istituire una “scuola di servizio del Signore”. E’ dunque per servire il Signore che il monaco, anzi ogni cristiano accetta liberamente di assoggettarsi ad un ordine di vita, ad una disciplina anzitutto interiore, ad un “codice spirituale” che non costringe la sua libertà, ma piuttosto le dà forma, perché le sue energie non siano disperse in molti rivoli ma come incanalate, il più possibile concentrate nella ricerca di ciò che è essenziale.

E’ appunto questo il messaggio che l’apostolo Paolo consegna al discepolo Timoteo, utilizzando le immagini del soldato, dell’atleta e dell’agricoltore: c’è un fine da perseguire, un frutto da cogliere, qualcuno a cui rispondere. Per questo occorre la serietà delle scelte, occorre non barare nella corsa della vita, ma rispettare le leggi che danno fecondità alla vita stessa, fare la volontà di Colui che ci ha chiamato. In sintesi, la “regola superiore” è secondo Paolo la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, il perseverare nella sua sequela, condividendo anche la sua croce. Questo “codice cristiano”, che ultimamente si esprime nel comandamento dell’amore, si trasmette fedelmente da una generazione all’altra, per opera di cristiani educatori e testimoni: così, per questa via, si trasmette e si può attingere la grazia di Cristo che è la nostra forza. Come scrive l’apostolo: «Figlio mio, Timoteo, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (vv.1-2).

Vorrei ricordare come al termine dell’Assemblea sinodale del Clero anche la nostra Chiesa di Milano in quanto tale ha voluto darsi una “regola pastorale”, ritrovando nello stile della prima comunità cristiana di Antiochia un’esemplarità capace di farci «puntare più decisamente all’essenziale evangelico, attraverso scelte di saggia e coraggiosa sobrietà pastorale».

2. La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi (2,1-9), sembra alludere al “segreto” della straordinaria diffusione e fortuna che la Regola di Benedetto ha conosciuto. Essa è un capolavoro di sapienza, più precisamente di equilibrio, di prudenza evangelica e di duttilità pratica. Essa mostra, potremmo dire, l’umanità profonda e autentica dei precetti divini: Dio che ha plasmato l’uomo con le sue stesse mani, ne conosce le fragilità e le risorse, la vulnerabilità di fronte al male e la straordinaria capacità di bene. Sembra che Benedetto abbia come assunto, per grazia, qualcosa del punto di vista del Creatore nei confronti della sua creatura: egli guarda i suoi monaci con amabilità e con la discrezione della carità, li chiama ad esigenze alte e radicali fuggendo la mediocrità, ma insieme accoglie con molto realismo e grande pazienza la manifestazione dei loro limiti, accompagna con rigore e dolcezza il faticoso esercizio quotidiano della giustizia e della rettitudine nel bene.

I due grandi cardini della spiritualità benedettina, la preghiera e il lavoro (cui va affiancata la “lettura”, cioè lo studio e l’amore per la cultura), esprimono così, da una parte, l’alta considerazione della dignità della persona, proponendo il lavoro come espressione centrale di tale dignità in un’epoca in cui il lavoro era proprio degli schiavi e quindi segno dell’avvilimento dell’umanità; dall’altra parte, la preghiera intesa come l’esercizio del timore del Signore, del “santo timore di Dio” che ne riconosce la trascendenza su tutte le cose create.

Il capitolo XX della Regola è dedicato alla reverentia orationis e insiste sulla necessità di stare davanti a Dio con grande umiltà e con cuore puro, non con molte parole ma con purezza di intenzioni. Si tratta di un’ideale personale, ma non raggiungibile se non nel contesto di una intensa vita comunitaria, di un’autentica fraternità cristiana. Così, nella sua recente visita pastorale all’Abbazia di Montecassino, il Santo Padre Benedetto XVI ricordava come il santo di Norcia «fu maestro di civiltà che, proponendo un’equilibrata ed adeguata visione delle esigenze divine e delle finalità ultime dell’uomo, tenne sempre ben presenti anche le necessità e le ragioni del cuore, per insegnare e suscitare una fraternità autentica e costante, perché nel complesso dei rapporti sociali non si perdesse di mira un’unità di spirito capace di costruire ed alimentare sempre la pace» (Benedetto XVI, Omelia ai Vespri della Solennità dell’Ascensione del Signore, domenica 24 maggio 2009).

3. Il brano del Vangelo secondo Giovanni (15,1-8) ci richiama al fondamento di ogni esistenza cristiana e quindi di ogni cammino che una “regola di vita” conduce verso la santità e la piena umanizzazione. Il fondamento di ogni cammino cristiano è uno “stare”, un “rimanere”, un essere radicati, un essere innestati in una radice che sta salda, che non appassisce. Questa radice è il Signore Gesù e attraverso di lui la Santa Trinità.

A sua volta, però, questo rimanere non è fissità, non è immobilismo: Benedetto direbbe che è un’ininterrotta “ricerca” di Dio, un quaerere Deum come principale attività, come fondamentale passione dell’uomo. «Rimanete in me» (v.4), dice Gesù: la traduzione benedettina può ben essere la famosa espressione nihil amori Christi praeponere, “nulla anteporre all’amore di Cristo” (Regola, cap. IV). In questo, ricordava ancora il Papa ai monaci cassinesi, “consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano, più che mai nella nostra epoca, in cui si avverte la necessità di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali” .

Vorrei soffermarmi su un’espressione particolare di questa pagina evangelica: «ogni tralcio che porta frutto, [il Padre] lo pota perché porti più frutto» (v.2). Sono parole, queste, che mi rimandano al nuovo stemma della Abbazia di Montecassino con il motto: Succisa virescit, cioè “tagliata, ricresce”, “recisa, germoglia di nuovo”. In realtà, come quercia secolare piantata da san Benedetto, l’Abbazia è stata quattro volte distrutta e ricostruita, a cominciare dalla prima devastazione ad opera dei Longobardi nel 589 fino alla distruzione sotto i bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, nel febbraio 1944.

Ma anche la vicenda personale del fondatore, in particolare nella peregrinazione vissuta nella prima parte della sua esistenza, è per tanti aspetti una storia di scacchi e di ricominciamenti, di fallimenti e di nuove ripartenze. Infatti, chiamato a dirigere una comunità monastica a Vicovaro, Benedetto se ne andò dopo che quei monaci indisciplinati e inclini ai compromessi avevano tentato di avvelenarlo. Così pure l’esperienza successiva di Subiaco destò l’invidia del prete Fiorenzo, il quale tentò di distruggere la sua fama e, ancora una volta, la sua vita fisica. Approdato poi a Montecassino e avviata dal nulla una nuova solida comunità, un giorno Benedetto conosce per rivelazione divina che la sua opera sarà data nelle mani dei barbari pagani e devastata. Ma a noi oggi è dato di sapere quali frutti hanno portato tutte queste dolorose potature, quale uomo abbandonato a Dio, mite e fermo, abbiano formato, quale semente di santità abbiano sparso nella cristianità e nella civiltà occidentale.

Oggi ci troviamo nel luogo in cui visse per dodici anni, fino alla morte avvenuta nel 1879, all’età di 35 anni, santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes. Viene da chiederci: quale collegamento possiamo trovare tra questa ragazza dei Pirenei, apparentemente modesta eppure destinataria di una comunicazione straordinaria della Vergine Immacolata, e il grande monaco Benedetto fondatore di Montecassino, che intere generazioni di monaci chiamano con il titolo di “padre”?

Forse senza eccessiva fatica possiamo individuare in santa Bernadette una sintesi limpida e luminosa di sapienza evangelica e di radicale appartenenza a Cristo, anche attraverso l’esperienza della “potatura”. Bernadette era una ragazza semplice, provata da condizioni di vita precarie e da una salute non più solida, affetta da asma cronica; una ragazza amabile, dal candore disarmante, riservata e modesta eppure ferma e sicura, serena e priva di imbarazzi nel raccontare la sua straordinaria avventura spirituale alle mille persone che volevano ascoltarla, molte delle quali, soprattutto nel periodo delle apparizioni, decisamente mal disposte nei suoi confronti.

Giunta a Saint-Gildard nel luglio 1866, a poco più di 22 anni, le superiori della Congregazione delle Suore della Carità e dell’Istruzione Cristiana di Nevers temevano che Bernardette nel chiuso del convento potesse subire il contraccolpo della cessazione repentina di quel clima di entusiasmo popolare che già la venerava quasi come una santa o potesse, così ricercata e ammirata, perdere la preziosa virtù dell’umiltà.

Anche la tormentata recente vicenda della veggente di La Salette, Mélanie Calvat, entrata e uscita diverse volte da conventi di diverse congregazioni nel giro di pochi anni, suggeriva non poche preoccupazioni. Si decise di sottrarla alla curiosità insistente delle persone esterne, le si proibì di parlare dell’esperienza delle apparizioni e in convento fu trattata senza particolari privilegi, salvaguardandola dall’ammirazione indiscreta delle consorelle e avviandola ad una esistenza claustrale del tutto ordinaria.

Nel giorno della vestizione Bernardette confidò ad una consorella: “Sono venuta qui per nascondermi”. Anche quando la severità della Maestra delle novizie si mutò piuttosto in freddezza e autoritarismo, accompagnati da scarsa stima e addirittura da qualche perplessità riguardo all’esperienza delle apparizioni, Bernadette visse questa umiliazione con profonda e semplice umiltà, amando il silenzio e la discrezione. Testimonianze di persone che l’hanno conosciuta e giudizi posteriori di autori che l’hanno studiata concordano nell’affermare che Pio XI non ha canonizzato la veggente in quanto tale, ma un vissuto di santità che va al di là del privilegio oggettivo delle diciotto apparizioni ricevute nella grotta di Massabielle. Un’ordinaria e, proprio per questo, luminosa professione religiosa, condotta tra gli alti e bassi di una salute malferma che la portò ad una morte precoce, fece dunque seguito agli anni esaltanti e turbolenti delle visioni di Lourdes, nei quali Bernadette conservò sempre una pace divina che risultò uno degli elementi più credibili della sua straordinaria esperienza.

Vorrei tornare ancora un attimo sulla “potatura” che ha segnato la vita di Benedetto, di Bernadette, di molti altri santi e sante, ma che in realtà segna anche quella di ciascuno di noi. La vita dei santi, nella sua intensità straordinaria, non è che una rivelazione di quanto lo Spirito santo compie nascostamente in ogni credente. L’agricoltore pratica sul tralcio che porta frutto una “potatura” perché porti più frutto. Proprio là dove si desidererebbe offrire al Signore, alla Chiesa, al bene di ogni uomo quanto di meglio la nostra umanità, con le sue attitudini e la sua passione per il Vangelo può edificare, accade invece di subire una potatura: la salute, gli accadimenti della vita, la volontà dei superiori conducono altrove. Seguire il Signore significa allora entrare con lui nel giardino della spogliazione.

Bernadette ci insegna che in questa “potatura” è davvero possibile sperimentare una misteriosa e straordinaria vicinanza del Signore Crocifisso e Risorto e anche imparare da lui a portare frutto sovrabbondante per vie che non conosciamo. Diceva Bernadette che nella prova “sarebbe un vero peccato soffrire tanto e sprecarne il frutto”, e ancora che “soffrire è così bello, così dolce, e soprattutto così fruttuoso”, tanto da riconoscere nella sofferenza “una carezza dello Sposo divino”.
Vogliamo dunque questa mattina ottenere anche dalla sua intercessione, come da quella di san Benedetto, i doni della sapienza e del timore del Signore, la grazia dell’umiltà e della fortezza specialmente nelle avversità e nelle umiliazioni, la perseveranza nella fede che ci stabilisca sempre di più nell’amore di Cristo e non ce ne separi mai.

Soprattutto in un mondo assai preoccupato per l’immagine, l’esibizione di sé e il risultato tangibile, ci conceda il Signore di meditare e trarre frutto da “un modello di santità cristiana spoglia di bagliori, di opere e di scienza, solo concentrata nella radice del Vangelo, nell’amore che Dio offre e attende di ricevere” (R. Laurentin).


+ Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano





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