La forza delle parole del "canto degli italiani" Franzo Grande Stevens Recentemente è stato affacciato di nuovo il dubbio che le parole de «Il Canto degli Italiani»




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La forza delle parole del "canto degli italiani"

Franzo Grande Stevens

Recentemente è stato affacciato di nuovo il dubbio che le parole de «Il Canto degli Italiani» (così fu chiamato l’Inno) non fossero state scritte da Goffredo Mameli, giovane e piuttosto ignorantello. Giovane sì, ma che aveva dato molte prove di talento poetico: basti leggere le sue tante poesie, di diverso genere, riprodotte nel recente volumetto di Guido Davico Bonino «Il Canto degli Italiani Poesie d’amore e di guerra - Goffredo Mameli». O ricordare che nel commemorarlo (morì giovanissimo all’età di 22 anni per aver combattuto con Garibaldi al Gianicolo) Giosuè Carducci riportò alcuni suoi versi scrivendo: «Con questo canto il diciottenne Mameli si annunziava nel 1846 nuovo poeta della patria». I versi che già arieggiano quelli dell’Inno erano:


«Nelle feste che fa il popolo Egli accende monti e piani
Come bocche di vulcani,
Egli accende le città.
Poi vi dico in verità,
Che, se il popolo si desta,
Dio si mette alla sua testa, la sua folgore gli dà».

E Giuseppe Mazzini, dal suo luogo d’esilio in Svizzera, scrisse che la mestizia per la morte di Goffredo Mameli si convertiva in desiderio, fra altro, del «... profumo di poesia che ondeggiava intorno alla sua persona; dei canti che erravano ad ora ad ora sulle sue labbra, facili, ispirati, spontanei come il canto dell’allodola in sul mattino...».

Vittorio Bersezio deputato del Parlamento Subalpino, giornalista e scrittore fecondo, nel suo libro «I nostri tempi» racconta che «Fu... in quell’autunno del 1847 che s’intese per la prima volta dell’Inno del Mameli, musicato dal Novaro, che doveva diventare il canto nazionale italiano». S’incontrarono alcuni patrioti, «nel caffè Calosso, nel primo tratto a sinistra della via Garibaldi (allora via Dora Grossa) per chi viene da piazza Castello» e poi andarono ad ascoltarlo nella dimora del Novaro. E successivamente, a Torino, l’inno portato da Genova dal patriota Borzino fu ascoltato e definito in casa Valerio (alla via XX Settembre 68/4 (allora via della Rosa Rossa n. 10) dove è apposta la lapide commemorativa

«IN QUESTA CASA CHE FU DI LORENZO VALERIO, UNA SERA SUL 10 NOVEMBRE 1847 IL MAESTRO MICHELE NOVARO DIVINAVA LE NOTE AL FATIDICO INNO DI MAMELI»

E la prima esecuzione pubblica dell’Inno - a Torino - si dovette alla locale Accademia Filodrammatica in via Rossini n. 8 (l’attuale Teatro Gobetti) dov’è appunto una lapide dal testo: «Qui risuonò - per la prima volta l’inno profetico di Goffredo Mameli qui lo risvegliarono - in letizia di spirito e di cuore - arditamente - i soldati d’Italia - 15 giugno 1930 - VIII - P. Boselli dettò».

Chi era Lorenzo Valerio? Un deputato (di sinistra) del Parlamento Subalpino, che aveva intensi rapporti anche epistolari con i protagonisti del Risorgimento: da Garibaldi a Mazzini, da Napoleone III a Cavour, da Daniele Manin a Pasquale Stanislao Mancini, da Francesco Crispi a Viesseux, da Depretis a Siccardi, da Enrico Cosenz a Massimo d’Azeglio ecc. ecc.

Il carteggio 1850-1855 di Lorenzo Valerio, raccolto in parte da Luigi Firpo, Guido Quazza e Franco Venturi è stato di recente pubblicato, ordinato e presentato con una lunga introduzione del prof. Adriano Viarengo. In alcune lettere Valerio parla di Mameli, dell’Inno, di Borzino ed altri.

Lo spartito originale del «Canto degli Italiani» con i versi è custodito a Torino dal Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Una copia fu data al Presidente il 4 marzo 1998, in occasione del 150° anniversario dello Statuto Albertino (che fu poi la Costituzione del Regno d’Italia) e della presentazione a Carlo Azeglio Ciampi nell’aula del Parlamento Subalpino dei progetti per il Museo, da me che ne ero presidente con al fianco il Senatore Giovanni Agnelli.



Forse, oggi, val la pena di ricordare le parole di Lorenzo Valerio che sembrano scritte proprio per il tempo attuale, con le quali s’apre il suo giornale risorgimentale «La Concordia» nel primo numero della terza annata nel 1850: «Parrà utopia: e i nostri avversari ce ne accuseranno, come ci accusano di amar troppo ostinatamente la libertà e l'Italia. Parrà utopia invocar concordia ora che le sventure sembrano aver invelenite tutte le ire secolari fra provincia e provincia, ora che il sospetto, persuasore di provocazioni, si è intromesso di nuovo fra le diverse classi della società, ora che un furore confuso di accuse e di maledizioni soffoca le parole della ragione e i gemiti della pietà; ora che tutti i partiti, calunniandosi a vicenda d'ipocrisia e di slealtà, di niun’altra cosa sono più gelosi che della fedeltà negli odii. Parrà utopia: ma è necessità. E la necessità è la più forte delle forze».


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