Istituto nazionale di statistica




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SISTEMA STATISTICO NAZIONALE

ISTITUTO NAZIONALE DI STATISTICA


In collaborazione con

OSSERVATORIO NAZIONALE PER L’IMPRENDITORIA FEMMINILE ED IL LAVORO IN AGRICOLTURA

L’EVOLUZIONE STRUTTURALE DELLE AZIENDE AGRICOLE FEMMINILI

Gualtiero M.F. Schirinzi



SEMINARIO

Il percorso delle donne in agricoltura:



dalla terra all’impresa”

28 settembre 1999

Aula Magna Istat – Roma

1 - Premessa
In occasione del Seminario del 15 ottobre del 1998, effettuato nell’ambito delle manifestazioni programmate per la giornata della donna rurale, l’Osservatorio per l’imprenditoria femminile ed il lavoro in agricoltura ha fatto la sua prima uscita ufficiale affrontando, sulla base di una relazione tenuta dall’Istat, il problema della presenza delle donne in agricoltura. L’esigenza, fortemente sentita, di avere a disposizione dei dati1 analitici per delineare il ruolo delle donne imprenditrici in agricoltura ha spinto l’Istat ad organizzare questo seminario per dare una risposta organica alla domanda di informazioni emersa su questo specifico fenomeno.

Alcune delle problematiche sollevate nel seminario di ottobre2 sono state, successivamente, affrontate dall’Istat in forma specifica, nell’ambito di seminari organizzati a livello nazionale3 e regionale,4 ed in forma generalizzata, in un seminario sulle Statistiche di genere5. Sulla disponibilità di statistiche di genere, il settore agricolo è in una posizione di avanguardia rispetto agli altri settori, visto che la rilevazione dei dati, anche per sesso, fa parte di una tradizione ormai fortemente consolidata. Peraltro, l’attività dell’Istat e del Sistema statistico nazionale è da tempo improntata alla progettazione, rilevazione ed elaborazione delle statistiche con disaggregazioni per sesso ed età, secondo quanto previsto dall’apposita direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 marzo 1997.

In presenza di una specifica domanda di informazioni, l’Istat ha effettuato una serie di elaborazioni, aggiuntive a quelle già correntemente disponibili, per mettere a disposizione informazioni ancora più ricche su una realtà entrata da qualche anno al centro dell’interesse anche politico.

Per venire incontro alla domanda degli utenti è stata prevista, a partire dalla edizione del 1997, la pubblicazione di uno specifico volume “Agricoltura al femminile” dedicato alla struttura delle aziende agricole condotte da donne o nelle quali esse assumono la figura di capo azienda.

La pubblicazione annuale di detto volume sarà anche un modo per monitorare l’evoluzione che le aziende condotte da donne subiranno nel tempo, in conseguenza delle iniziative assunte sul piano politico.

2 - Lo scenario di riferimento

L’agricoltura sta attraversando una complessa fase di trasformazione e ridefinizione del ruolo sociale ed economico che essa deve assolvere.

Da settore separato, l’agricoltura è divenuta componente di un più vasto sistema agricolo alimentare e, soprattutto, è passata da settore protetto a settore competitivo, in un mercato unico europeo che si va allargando ed aprendo all’esterno6.

L’aspetto economico dell’attività agricola, inquadrato in un contesto di concorrenza a livello mondiale per la produzione dei prodotti agricoli, va considerato unitamente al ruolo multifunzionale dell’agricoltura.7

Il mantenimento e la preservazione del paesaggio, la protezione dell’ambiente naturale e la gestione durevole delle risorse, sono i nuovi obiettivi da perseguire. Non a caso, il trattato di Maastricht considera come prioritaria l’inclusione della protezione dell’ambiente nelle politiche comunitarie e l’agricoltura, con la sua componente territoriale, gioca un ruolo determinante sia in senso positivo che negativo8.

Nell’ambito dei differenti ruoli sociali che l’agricoltura va acquisendo e svolgendo in favore della società e di una generale migliore qualità della vita, la presenza e l’azione delle donne si caricano di nuovi e più qualificanti significati economico-sociali e demografico-ambientali.

La realtà italiana, nella quale le donne conduttrici di aziende agricole operano, è caratterizzata da una forte presenza di piccole aziende, aventi una struttura tipicamente familiare9 con caratteristiche strutturali fortemente differenziate territorialmente.

Un terzo delle aziende italiane non raggiunge la dimensione di un ettaro di superficie e la conduzione diretta del coltivatore è quella adottata dal 96,5% delle aziende.

Dallo studio condotto dall’Istat e dall’Università di Cassino sulle tipologie aziendali,10 risulta che le aziende professionali, aventi una spiccata caratteristica produttiva, mercantile e occupazione familiare in agricoltura di tipo professionale, costituiscono circa il 20% delle aziende agricole italiane. Le aziende che esercitano la loro attività a titolo complementare, nelle quali si verifica un equilibrio produttivo e sociale grazie ad una spinta pluriattività, costituiscono il 40% circa delle aziende agricole, mentre il rimanente 40% è rappresentato da aziende di piccole dimensioni che esplicano principalmente una funzione residenziale, essendo basate essenzialmente sull’autoconsumo.

Ulteriore elemento che caratterizza l’agricoltura italiana è la presenza di un considerevole numero di conduttori anziani. Nel 1997, il 53,2% dei conduttori aveva un’età superiore ai 60 anni; situazione, questa, che fa assumere all’Italia una posizione di primato nei confronti degli altri paesi europei.

Il processo in atto di meridionalizzazione dell’agricoltura italiana trova le sue componenti in: una forte presenza nel Sud di aziende agricole di piccole dimensioni e con alcune inefficienze produttive; una affermazione al Nord di aziende con una superficie media di una volta e mezza superiore a quelle del Sud e con produzioni che garantiscono un reddito11 due volte superiore a quello ottenuto dalle aziende meridionali.12

In questo contesto si innesta il fenomeno della presenza delle donne imprenditrici in agricoltura, che ha avuto l’esodo13 dei lavoratori agricoli quale fattore costante. Mentre i maschi se ne andavano, le donne subentravano o, perlomeno, si allontanavano anch’esse ma ad un ritmo meno veloce. Questo processo, lento ma costante, ha portato ad un aumento della presenza della donna verso posizioni di imprenditorialità passando dal 18,9% del totale dei conduttori nel 1970, al 21,8% nel 1982, per raggiungere, infine, nel 1990, epoca di effettuazione del 4° censimento dell’agricoltura, una consistenza pari al 25,9%.14 La presenza delle donne conduttrici si sviluppa con particolare intensità nelle aziende comprese tra i 10 e i 20 ettari di SAU15 (aumentate del 66,4% dal 1970 al 1990), una classe ambigua,16 ritenuta meta di pura professionalità, nella quale la presenza del part-time è divenuta consistente.

Negli anni ‘90, con il mutare della situazione economica, la presenza delle donne in agricoltura si fa meno generalizzata per divenire più qualitativa, frutto di precise scelte. Si abbandona la piccola azienda, economicamente poco rilevante, per rafforzare la propria presenza su dimensioni aziendali in grado di consentire una significativa presenza sul mercato.17

Questa relazione, utilizzando i dati contenuti nel volume “Agricoltura al femminile”, novità assoluta del piano editoriale dell’Istat, mette in evidenza gli aspetti evolutivi registratisi nelle aziende femminili negli ultimi sette anni, e cioè dal censimento dell’agricoltura del 1990 al 1997, epoca di effettuazione dell’ultima indagine sulla struttura delle aziende agricole per la quale sono disponibili i risultati.

Venendo incontro alle richieste avanzate da più parti18, si descriverà anche il ruolo delle donne imprenditrici in agricoltura ed il tipo di assetto da esse dato alle loro aziende, con riferimento all’impiego della forza lavoro familiare ed alle scelte organizzative fatte per rendere l’azienda competitiva e reggere la concorrenza del mercato. Ruolo che non può prescindere dall’azione svolta dalle donne anche nell’ambito familiare, con un equilibrato bilanciamento tra la sfera del lavoro professionale e la sfera privata di attenzione dedicata alla famiglia.
3 - Le aziende agricole condotte da donne

In base ai dati dell’ultimo censimento dell’agricoltura del 199019 le donne che svolgevano attività lavorativa presso aziende agricole, forestali e zootecniche erano 2.326.000 pari al 39,9% del numero complessivo delle persone impegnate in lavori agricoli. Di queste il 26%, pari a 782.000 unità risultavano essere conduttrici di azienda. In termini di giornate di lavoro, il contributo portato dalle donne era costituito da 142 milioni di giornate con una media di 61 giornate pro-capite, meno elevato rispetto ai colleghi maschi la cui media era di 90,9 giornate.

La presenza delle donne come titolari di aziende agricole inizia a svilupparsi nel periodo dal 1970 al 1982 facendo registrare un incremento pari al 4,7%. Gli aumenti hanno riguardato le aziende di tutte le dimensioni, ad eccezione delle piccole con meno di 1 ettaro di SAU e di quelle con più di 100 ettari, con aumenti crescenti a partire dai minifondi con un massimo nella dimensione da 5 a 10 ettari, dimensione dalla quale gli incrementi diventano meno consistenti fino a tramutarsi in diminuzione nella classe delle aziende con almeno 100 ettari di superficie coltivata. Da questa prima avanzata delle donne in agricoltura sono già desumibili alcuni orientamenti strategici, messi in evidenza dalle successive rilevazioni su base aziendale, che rimarranno come una costante nella loro azione: poco interesse per le piccole aziende, particolare attenzione per le aziende con una superficie compresa tra i 3 ed i 30 ettari, dove si è registrato l’aumento più significativo(+ 26,1%).

Non rientrava negli obiettivi delle donne affermare la loro presenza di imprenditrici nelle piccole aziende, visto che sono diminuite del 2,8%, ma di entrare nel mercato affermando la propria professionalità.

La spinta registratasi dal 1970 al 1982 si è accentuata nel successivo periodo dal 1982 al 1990 con un aumento generalizzato in tutte le classi di superficie. L’aumento complessivo delle aziende femminili si attesta su una percentuale del 9,9%, superiore a quello fatto registrare in precedenza. Rimangono fermi gli stessi elementi strategici messi in atto nel passato, con in più un elemento di novità. Il raggio d’azione delle donne si sposta verso aziende di dimensione superiore a quelle perseguite in passato, con preferenza per quelle da 10 a 20 ettari, classe dove l’aumento registrato è stato del 29,6%. La presenza femminile si espande in modo consistente anche verso le classi di dimensione superiore ai 20 ettari dove aumenta nella misura del 25,6%. Anche le aziende con dimensione superiore a 100 ettari di superficie, dove in passato le donne avevano ceduto posizioni , con il 17,4% in più rispetto al 1982, fanno parte delle conquiste femminili. E’, inoltre, confermato il poco interesse per le piccole aziende, con superficie da 1 a 3 ettari, che fanno registrare gli incrementi più bassi in assoluto. In sostanza, nel ventennio che va dal 1970 al 1990, gli incrementi verificatisi nelle aziende femminili sono generalizzati e vanno dal 40,7% per le aziende da 3 a 5 ettari ad un massimo del 66,4% per quelle da 10 a 20 ettari. Anche le aziende da 20 a 100 ettari presentano aumenti di quasi il 50%.

L’analisi dei dati porta a considerare, fino al 1990, la femminilizzazione come un carattere strutturale dell'agricoltura italiana, basato su una scelta della donna, la cui affermazione come imprenditrice è stata, in parte, agevolata da un processo di sostituzione, derivante dall’esodo dei maschi verso occupazioni più remunerative in altri settori. La particolare struttura del mercato del lavoro, infatti, richiedendo manodopera maschile per lavori pesanti ed usuranti, ha lasciato più spazio alla presenza femminile in campo agricolo20. In sostanza, si riscontra per le donne un maggiore attaccamento alla terra di quanto si sia registrato per gli uomini, attirati dalla possibilità di lavorare in altri settori più redditizi. In tali circostanze le donne, restie ad abbandonare definitivamente l’agricoltura, sono subentrate, in alcuni casi, ai maschi nella conduzione aziendale.

Successivamente al 1990, per seguire l'ulteriore evoluzione della presenza femminile in agricoltura, risulta assai utile il confronto fra i dati rilevati con le indagini sulla struttura e produzioni delle aziende agricole, eseguite nel periodo intercensuario, con quelli del censimento agricolo del 1990, utilizzando lo stesso Campo di osservazione CEE, più ristretto di quello nazionale colto col censimento21.

Fra il 1990 ed il 1997, le aziende agricole italiane nel loro complesso subiscono una diminuzione sia della numerosità, passando da 2.659 mila a 2.315 mila (-13,1%), che della superficie totale, passata da 21.466 mila ettari a 20.156 mila (-6,1%) e della superficie agricola utilizzata (SAU), scesa da 14.947 mila ettari a 14.833 mila (-0,8%). Questi mutamenti determinano anche una variazione nella superficie media delle aziende, che passa da 8,07 ettari di superficie totale nel 1990 a 8,70 ettari nel 1997, e nella SAU che passa da 5,62 ettari nel 1990 a 6,41 ettari nel 1997. Aumenti consistenti, dunque, che danno impulso ad un processo di adeguamento delle strutture agricole italiane a quelle degli altri partner europei, anche se ancora molto lontane dall’essere raggiunte.

Le aziende di piccola dimensione si riducono drasticamente. Quelle con meno di un ettaro di SAU passano da 923 mila a 518 mila, con una diminuzione del 56,1%, mentre quelle da 1 a 2 ettari e da 2 a 3 ettari di SAU si riducono, rispettivamente, di 64 mila unità (-11,4%) e di 13 mila unità (-4,2%).

Le aziende appartenenti alle classi di superficie superiore a 3 ettari subiscono tutte degli aumenti, i più consistenti si verificano per le aziende con una superficie di 100 ettari di SAU e oltre (+53,8%).

La forma di conduzione diretta del coltivatore diventa ancora più consistente, con un peso percentuale che passa dal 95,4% nel 1990 al 96,5% nel 1997. Si riduce in modo considerevole, per problemi di costi, il ricorso alla manodopera salariata, preferendo un maggior coinvolgimento del conduttore stesso e della sua famiglia nell’esecuzione dei lavori aziendali. Le forme di conduzione con salariati, definite secondo il graduale utilizzo in azienda delle loro giornate di lavoro, subiscono tutte delle forti riduzioni. La conduzione con salariati e/o compartecipanti, di tipo capitalistico, subisce una diminuzione del 30,1%, mentre la conduzione diretta con manodopera familiare prevalente e con manodopera extrafamiliare prevalente si riducono in maniera ancora più drastica, rispettivamente del 34,7% e del 39,7%.

Le giornate di lavoro impiegate nei processi produttivi si contraggono del 3,6%, passando da 445 milioni di giornate nel 1990 a 429 milioni nel 1997. Diminuzione che ha interessato tutte le categorie di manodopera agricola, eccetto il conduttore il quale ha aumentato il suo impegno, in complesso, di 7 milioni di giornate di lavoro.

La meccanizzazione, per il complesso delle aziende, ha registrato sostanziali incrementi dal 1990 al 1997. Il numero di mezzi meccanici utilizzati, nonostante il calo verificatosi nel numero delle aziende, è aumentato del 18,7% per le trattrici, del 65,5% per le mietitrebbiatrici e del 35,1% per le macchine per la concimazione.

Per il ricorso da parte delle aziende al contoterzismo, invece, non si segnalano significative variazioni rispetto al 1990.

E le donne ? Come si sono mosse, in tale contesto, negli ultimi sette anni?

L’avanzata delle donne titolari di aziende agricole subisce, in linea generale, un rallentamento dal 1990 al 1997, tanto da far registrare una diminuzione dell’11% nella loro presenza complessiva, dovuto essenzialmente al forte calo delle aziende di piccola dimensione. Le aziende dirette dalle donne passano dalle 667 mila, censite nel 1990, alle 593 mila rilevate con l’indagine di struttura del 1997, con un calo di 74 mila unità. Ad un processo indifferenziato di aumento della femminilizzazione nell’agricoltura italiana si contrappone, negli anni ’90, una presenza delle donne più selettiva, aderente all’indirizzo generale di comportamento fatto registrare da tutti i conduttori, più orientato verso la costituzione di aziende medio - grandi.

Sia i maschi che le donne tendono ad abbandonare le aziende di piccola dimensione, con superficie agricola utilizzata al di sotto dei 3 ettari. Dal 1990 al 1997 si sono avuti cali sostenuti per le aziende maschili e meno pronunciati per quelle femminili.

Anche se condizionate dalla attenuazione dell’esodo dei maschi dall’agricoltura verso altri settori economici, le donne continuano nella loro strategia basata sull’affermazione di una presenza nelle dimensioni di aziende superiore ai 3 ettari con particolare preferenza per quelle da 10 a 20 ettari.

Volendo fare un parallelo tra il comportamento dei maschi e quello delle donne, si può osservare che le variazioni registrate nel numero delle aziende maschili e femminili, per tutte le classi di superficie da meno di un ettaro a quella da 10 a 20 ettari, hanno lo stesso andamento ed analoga intensità. Dalla dimensione di 20 ettari in poi, la spinta propulsiva delle donne verso la creazione di aziende di dimensione superiore tende ad affievolirsi, facendo registrare aumenti sempre meno consistenti. Da un incremento del 17,0%, per le aziende da 10 a 20 ettari si passa a valori del 16,3%, per le aziende da 20 a 30 ettari, del 12,8%, per le aziende da 30 a 50 ettari e del 15,8% per quelle di 100 ettari e più.

Per le aziende maschili, invece, è proprio dalla dimensione di 20 ettari in poi che si registrano gli aumenti più significativi. Da un incremento del 39,4% per le aziende da 30 a 50 ettari si sale progressivamente ad un aumento del 57,7% per le aziende con 100 ettari e più di SAU.

In sostanza, i conduttori maschi puntano in maniera decisa sulle grandi aziende con superficie superiore ai 20 ettari, espressione di una professionalità avanzata, dove il part-time, se pur presente, non raggiunge valori consistenti. Per i conduttori maschi lo svolgimento di un’attività extraziendale, oltre alla direzione dell’azienda, decresce col crescere della dimensione aziendale, mentre il fenomeno è meno pronunciato per le donne conduttrici, per le quali l’attività extraziendale presenta oscillazioni limitate al variare della dimensione aziendale (13,4% sul totale delle conduttrici). Per i maschi, nelle aziende con meno di 1 ettaro di superficie, il 34% dei conduttori svolge anche un’altra attività mentre si passa ad un valore pari al 15,5% nelle aziende comprese tra i 10 e 20 ettari. Dopo tale superficie la percentuale dei conduttori maschi, che effettua anche un’attività in altri settori economici, è del 13,4%, dei quali più di un terzo per un tempo minore di quello dedicato all’azienda.

Fattore, quest’ultimo, alla base di una resistenza da parte dei conduttori maschi a concedere spazi nella gestione delle grandi aziende per un’affermazione femminile.

Probabilmente, una più forte e diffusa presa di coscienza da parte delle donne delle loro capacità imprenditoriali potrebbe costituire un elemento di pressione per conquistare posizioni anche in queste dimensioni aziendali.

Se le scelte dei conduttori sembrano ispirarsi essenzialmente ad una logica economica il cui obiettivo è il mantenimento delle posizioni di mercato in un contesto di libera concorrenza con le altre unità economiche, per le donne l’azione svolta si ispira ad una logica di carattere economico - sociale. Le scelte vengono fatte in un contesto diverso da quello in cui operano i maschi. Le donne tengono conto anche del loro ruolo di moglie e di madre rivestito nell’ambito della famiglia.22. Il loro stare nel mercato, per la maggior parte di esse, si fonde con gli impegni familiari, attività resa possibile anche dalla coincidenza del posto di lavoro con il luogo di residenza della famiglia. Situazione più favorevole rispetto a quella delle altre donne attive in altri settori, più inserite in un contesto urbano. La gestione dell’azienda e la conduzione della famiglia divengono un unico campo di azione, nel quale la donna esplica la sua attività. Azienda e famiglia sono i due pilastri attorno ai quali la donna fonda il suo modo di essere e di realizzarsi.

Dove la donna scende in campo come imprenditrice, la famiglia assume un assetto diverso da quello delle famiglie dei conduttori maschi. Nelle famiglie di questi ultimi le mogli, per il 23,4% dei casi, sono dedite esclusivamente ai lavori familiari e per il 63,4%, all’attività svolta nella sfera familiare si aggiunge il contributo, in termini di giornate di lavoro, fornito nell’azienda di cui il marito è titolare. In sostanza le mogli mantengono una presenza più legata alla famiglia ed al lavoro in azienda.

Nelle aziende femminili i compiti tra coniugi sono distribuiti in maniera differente. I mariti che non sono coinvolti nel lavoro in azienda sono il 5,9%. Il resto dei mariti si ripartisce in maniera quasi equivalente, anche a livello di ciascuna classe di superficie, tra quelli che si dedicano esclusivamente all’attività aziendale, come coadiuvanti della moglie (48,7% dei casi), e tra quelli che, oltre ai lavori aziendali, svolgono anche attività a part-time in altri settori (45,4% dei casi).


4 - L’organizzazione delle aziende femminili

L’atteggiamento delle donne, in linea con quello tenuto a livello generale da parte di tutti i conduttori, è quello di orientarsi verso una conduzione basata sul potenziamento delle giornate di lavoro fornite dai membri della famiglia, riducendo sostanzialmente le forme di conduzione che richiedono impiego di manodopera salariata. Le aziende femminili con salariati, dal 1990 al 1997, si sono ridotte del 35%, quelle a conduzione diretta con manodopera familiare prevalente del 38,2% e la conduzione con manodopera extrafamiliare prevalente addirittura del 42,2%. Viene dato un impulso all’aumento della dimensione aziendale ricorrendo all’affitto di terreni da aggregare, eventualmente, a quelle già in proprietà. A fronte di un calo di 220.000 ettari di superficie per le aziende con terreni solo in proprietà, si registra un aumento di 137.000 ettari di superficie in affitto. Le aziende con terreni solo in affitto e parte in proprietà e parte in affitto mostrano una dinamica notevole con un aumento in numero (+8,9%) ed un consistente incremento della superficie (+35%). In conseguenza di tali variazioni la superficie media delle aziende con terreni solo in affitto passa da 6,2 ettari nel 1990 a 8,3 ettari del 1997 e quella delle aziende con terreni parte in proprietà e parte in affitto passa, nello stesso periodo, da 10,6 ettari a 12,9, più del doppio della dimensione media nazionale delle aziende condotte da donne, pari a 5,2 ettari di superficie totale.

Anche per le forme di utilizzazione dei terreni, le donne attuano processi di ristrutturazione finalizzati al conseguimento di un maggior reddito. Rispetto alla situazione accertata col censimento del 1990, nel 1997 si nota una diversa distribuzione dell’utilizzo dei terreni, con incrementi particolarmente consistenti per le coltivazioni della vite per vini DOC e DOCG (+72%) e dell’olivo (+15,3%). Questi mutamenti riflettono, in generale, la politica condotta dalle donne verso produzioni di qualità valorizzando soprattutto quelle tipiche mediterranee.

Fra il 1990 ed il 1997, nelle aziende femminili si registra anche un incremento del numero dei mezzi meccanici utilizzati, di gran lunga superiore a quello fatto registrare per il complesso delle aziende, pari a 46,2% per le trattrici, al 17,0% per i motocoltivatori, 34,2% per gli apparecchi per l'irrorazione e la lotta antiparassitaria ed all’81,8% per le macchine per la concimazione.

Risulta evidente come le imprenditrici siano fortemente impegnate nel processo di sviluppo agricolo mediante la meccanizzazione anche per recuperare, in alcuni casi, posizioni di avanguardia già acquisite dai maschi. Per le donne, quindi, la competitività sul mercato passa attraverso una ristrutturazione aziendale nella quale trova largo spazio l'impiego di un parco macchine, ben dimensionato come numero, potenza e qualità di mezzi, in grado di rafforzare la crescita della produzione agricola.

Anche riguardo alla ripartizione del lavoro tra i vari soggetti appartenenti alla famiglia si attua un processo di ristrutturazione le cui direttrici sono essenzialmente identificabili in:

1 - un sostanziale aumento della prestazione lavorativa della donna imprenditrice. Dal 1990 al 1997, nonostante il calo verificatosi nel numero delle aziende, le giornate di lavoro prestate dalle conduttrici di azienda sono passate da 31,2 milioni circa a 38,3 milioni con un aumento del 22,6%. Le giornate di lavoro medie per azienda sono passate dalle 46,8 del 1990 alle 64,5 del 1997;

2 – maggior presenza in azienda del marito le cui giornate di lavoro, negli ultimi sette anni, sono aumentate del 25%, passando da 11,6 milioni a 14,5 milioni. Gli aumenti sono generalizzati per tutte le classi di superficie delle aziende e particolarmente elevati nelle aziende aventi da 10 a 20 ettari (+59,4%) e per quelle da 20 a 30 ettari (+76,8%);

3 – un tendenziale minore e più razionale ricorso al lavoro di operai a tempo indeterminato e determinato. I valori per azienda sono passate dalle 22,3 giornate del 1990 alle 17,5 del 1997.

La riorganizzazione del lavoro all’interno della famiglia ha comportato un recupero, rispetto al 1990, di 15,9 milioni giornate di lavoro per il complesso delle aziende condotte da donne, equivalente in termini economici a qualcosa come 2.000 miliardi di lire, somma che, ricorrendo al mercato, si sarebbe dovuta corrispondere come retribuzione agli operai a tempo indeterminato o determinato. Il miglioramento della competitività passa, quindi, attraverso una revisione dei processi di produzione e dell’input di lavoro.

A parità di dimensione aziendale, le donne conduttrici utilizzano per i processi produttivi, sistematicamente, un numero di giornate di lavoro minore rispetto ai conduttori maschi. Questo fenomeno è affatto generale e non circoscritto ad aziende di una particolare dimensione in termini di superficie. Più aumenta la dimensione dell’azienda e più aumenta il gap tra il numero di giornate medie impiegate nelle aziende delle donne rispetto a quelle impiegate nelle aziende dei maschi. Le differenze raggiungono valori consistenti per le aziende da 10 a 20 ettari di SAU, con il 44,3% di giornate in meno di quelle impiegate dai maschi, e per quelle da 30 a 50 ettari con il 54% in meno.

Il numero medio di giornate prestate dalle donne conduttrici nelle loro aziende cresce col crescere della dimensione dell’azienda, passando dalle 38,4 giornate medie di lavoro, per le aziende con meno di 1 ettaro, alle 120,2 per quelle con una superficie da 10 a 20 ettari ed alle 124,3 per quelle con più di 100 ettari di SAU. Per il marito, invece, l’impegno va aumentando dalle aziende con meno di 1 ettaro fino a quelle da 20 a 30 ettari, passando da un minimo di 36,8 giornate medie per azienda ad un massimo di 112,5 giornate. Dopo tale dimensione la prestazione del marito decresce leggermente per stabilizzarsi intorno alle 104 giornate.

Il ricorso alla manodopera salariata avviene, in forma sostanziale, nelle aziende da 20 ettari in poi. Tale limite fa da spartiacque tra le aziende dove l’organizzazione poggia essenzialmente sulla famiglia e quelle, a carattere più professionale, la cui gestione è basata sul consistente utilizzo di manodopera salariata. Per queste ultime aziende, le giornate medie prestate da salariati ammontano a 109,5, valore che cresce con la dimensione aziendale fino a raggiungere le 880,9 giornate medie per le aziende con più di 100 ettari.

Anche per i conduttori maschi il numero medio di giornate di lavoro prestate cresce con la dimensione aziendale passando, dalle aziende con superficie minore di 1 ettaro a quelle con superficie tra 50 ed i 100 ettari, da 51,8 giornate alle 226,3. Nonostante la donna conduttrice sia riuscita a coinvolgere il marito nei lavori aziendali in maggior misura che in passato non riesce, tuttavia, a farlo lavorare più di quanto il conduttore maschio faccia lavorare la propria moglie. Quest’ultima si impegna tra famiglia ed azienda dedicando ai lavori aziendali da un minimo di 35,3 giornate di lavoro, nelle aziende con meno di 1 ettaro, ad un massimo di 125,5 giornate, nelle aziende con una dimensione di 100 ettari e oltre. Valori nettamente più alti, dalle aziende di più di 3 ettari, dei valori medi riscontrabili per il marito della donna conduttrice. In realtà non si è in presenza, da una parte, di un marito conduttore autoritario che, con lusinghe o maniere subdole, riesce ad impegnare al massimo la propria moglie anche nei lavori aziendali e dall’altra, di una moglie conduttrice che non riesce ad alzare la voce abbastanza per far lavorare di più il marito, restio ad assumere la figura di coadiuvante di una donna o più dedito agli ozi agresti.

Si tratta, invece, di un diverso ruolo assunto nell’ambito delle rispettive famiglie. Quello che il conduttore chiede alla propria moglie è di badare alla famiglia e di aiutarlo nei lavori aziendali. La richiesta della moglie conduttrice al proprio marito è, invece, di lavorare in azienda e di integrare il reddito aziendale mediante l’effettuazione di un’attività in altri settori. I coniugi delle conduttrici che lavorano anche al di fuori dell’azienda sono il 45,4%, percentuale molto al di sopra del 13,2% fatto registrare dalle mogli dei conduttori. Se si calcolano le giornate medie di lavoro prestate dai mariti che lavorano esclusivamente in azienda e quelle fornite dai mariti che effettuano anche attività extraziendale, si nota che i due dati sono notevolmente differenti. I mariti che lavorano esclusivamente in azienda danno un contributo ai lavori aziendali in media il 23% circa superiore a quello fornito dai mariti che hanno un’attività extraziendale, superiore anche a quello fornito dalla propria moglie conduttrice e superiore a quello della moglie dei conduttori maschi. Le donne, quindi, riescono a coinvolgere in maniera totale i propri mariti i quali forniscono, com’è ovvio, il necessario contributo in azienda.

Niente atteggiamenti autoritari o fuga dai propri doveri, dunque, ma una semplice diversità di ruoli assegnati ai membri delle famiglie dei conduttori e delle conduttrici. Diversità che spinge la conduttrice, a parità di dimensione dell’azienda, a prestare meno giornate di lavoro rispetto al collega maschio, dato che alla conduzione aziendale assomma anche le responsabilità verso la famiglia.

Molti fenomeni che emergono dall’esame dei dati relativi alle aziende femminili trovano la loro spiegazione se esaminati in un contesto familiare. La logica, nella quale si muove la donna in agricoltura, sembra essere improntata ad una organica e razionale suddivisione dei ruoli nell’ambito della famiglia, la quale assume, in questo caso, la funzione di unità di riferimento rispetto alla quale definire i propri atteggiamenti. La funzione del marito, in questa ottica, ne esce rivalutata rispetto al ruolo del marito coadiuvante in posizione subordinata rispetto alla donna imprenditrice. Al contrario, il ruolo del marito risponde ad una valida logica economica nell’interesse della famiglia per creare situazioni di maggior reddito, del quale quello tratto dall’attività aziendale costituisce solo una parte. Merito della donna aver saputo dare un razionale assetto organizzativo alla conduzione familiare e aziendale e merito del marito aver abbandonato la logica del potere per aderire ad una concezione di più ampio respiro sociale.

E’ questo un fatto considerevole o, se vogliamo, una svolta importante in quanto il passaggio della donna dal ruolo di coadiuvante, storicamente attribuitole, a quello di imprenditrice è già il segno di un cambiamento sostanziale, registratosi in un mondo che ha visto per secoli l’assoluta prevalenza del sesso maschile. Inoltre, assurta ai vertici dell’azienda, la donna svolge la funzione di leader riuscendo a gestire famiglia e azienda in un contesto unico, ad esprimere un maggior coinvolgimento del marito, dei familiari e parenti in genere, e ad ottenere una collaborazione in termini di giornate di lavoro maggiore che in passato.

D’altra parte questo evidenzia che il mondo dell’agricoltura non è chiuso alle innovazioni ed in grado di recepire situazioni ormai consolidate negli altri settori economici.

La dedizione della donna ai lavori agricoli o, in altri termini, l’impegno dedicato all’azienda è una caratteristica peculiare della donna imprenditrice, dato che la percentuale di quelle che svolgono anche lavori extraziendali non subisce sostanziali modifiche con l’aumentare della dimensione aziendale. Al contrario di quanto avviene per i colleghi maschi, non esiste per le donne una marcata correlazione inversa tra attività extraziendale e dimensione aziendale. La percentuale delle conduttrici che svolgono attività extraziendale varia di poco all’aumentare della superficie aziendale. Il valore del 16,3% riscontrato per le aziende con meno di un ettaro, scende al 12,6% circa per quelle che conducono aziende aventi da 1 a 5 ettari di SAU per poi stabilizzarsi intorno al 9,5% per tutte le classi di aziende con una superficie superiore a 5 ettari.

Interessante notare il diverso atteggiamento tenuto dalle donne conduttrici, al variare della dimensione aziendale, nell’assegnare a ciascuna componente della manodopera aziendale la copertura del fabbisogno di giornate di lavoro in azienda.

La donna imprenditrice nelle aziende con meno di 5 ettari di superficie mantiene, in termini percentuali, pressoché costante il proprio impegno, pari al 54% circa del fabbisogno di giornate di lavoro dell’azienda. Il resto del fabbisogno viene coperto per il 20% circa dal marito, per il 18% circa dai familiari e parenti e per il rimanente 8% circa dai salariati. Per le aziende con superficie superiore a 5 ettari, l’impegno della donna conduttrice, del marito e dei familiari, in termini percentuali, va progressivamente diminuendo per dare spazio all’impiego della manodopera salariata. Dalla soglia di 20 ettari in poi la gestione dell’azienda diventa più professionale. La donna imprenditrice aumenta il suo impegno stabilizzando la sua prestazione in 125 giornate di lavoro circa, facendo leva contemporaneamente sul lavoro dei familiari e parenti dai quali riesce ad ottenere un maggior coinvolgimento. Il ricorso alla manodopera salariata si fa sempre più consistente passando, in termini percentuali, dal 28,7% del fabbisogno complessivo di giornate di lavoro per le aziende da 20 a 30 ettari fino ad arrivare alla percentuale del 77,2% nelle aziende con superficie superiore a 100 ettari. Per le grandi aziende il ricorso alla manodopera salariata, sia in termini percentuali sia in valore assoluto, è superiore per le aziende femminili rispetto a quelle maschili. Rimane pur sempre il fatto che, per tutte le dimensioni delle aziende, il numero delle giornate di lavoro complessive impiegate nelle aziende femminili, a parità di superficie coltivata, è sempre inferiore a quello delle aziende maschili.

In sostanza, le donne imprenditrici riescono meglio degli uomini ad organizzare il lavoro in azienda, gestendo i processi produttivi in modo da impiegare il meno possibile un costoso fattore della produzione.

Nella aziende maschili, invece, l’impegno del conduttore, in termini percentuali del fabbisogno di giornate di lavoro in azienda, è continuamente decrescente, dal 63,5% per le aziende con superficie inferiore ad 1 ettaro al 14,1% per le aziende con superficie superiore a 100 ettari. Riguardo all’impegno della moglie, ad una sostanziale costanza registrata per le classi di aziende fino a 5 ettari, fa seguito un apporto decrescente, in termini percentuali del fabbisogno aziendale, che raggiunge il valore del 3,6% per le aziende con almeno 100 ettari. Per i familiari ed i parenti si ha un coinvolgimento crescente per tutte le dimensioni aziendali, salvo per le aziende con più di 100 ettari dove il contributo in giornate di lavoro scende al 14,7%. Il ricorso al lavoro dei salariati va progressivamente aumentando da un minimo del 4,8% per le piccole aziende con meno di 1 ettaro fino ad arrivare al 67,6% del fabbisogno aziendale per le aziende con più di 100 ettari. Il disimpegno, quindi, del conduttore e del proprio coniuge nei lavori aziendali viene progressivamente bilanciato col ricorso al mercato, impiegando manodopera salariata in misura crescente con l’aumentare della dimensione aziendale.



5 - I risultati economici delle aziende femminili

Quali i riflessi, sul piano economico, ed i risultati ottenuti dalla diversa impostazione della gestione aziendale adottata dalle donne rispetto a quella degli uomini? Per analizzare questo aspetto, in sostituzione delle classificazioni su base fisica, adottate in precedenza, si farà riferimento ai dati relativi alla cosiddetta tipologia comunitaria23delle aziende agricole.

In termini generali, l’agricoltura italiana è caratterizzata dalla presenza di un consistente numero di aziende di piccole dimensioni economiche.24 Risultato ovvio, se si considera che il 51,3% delle aziende italiane non supera i 2 ettari di superficie coltivata. La distribuzione delle aziende per classi di dimensione economica riflette quella effettuata in base all’estensione della SAU, caratterizzata da una forte presenza di piccole unità. Nel 1997, le aziende con meno di 2 UDE di reddito lordo standard (RLS) costituiscono il 45,0% del complesso delle aziende italiane. Rispetto alla percentuale del 49,7%, fatta registrare nel 1990, si è avuto un miglioramento della situazione, che non intacca, però, uno dei caratteri strutturali dell’agricoltura italiana. Nella successiva classe da 2 a 4 UDE ricade il 20,1% delle aziende per cui il 65,1% del complesso delle aziende italiane non supera la dimensione di 4 UDE. Dopo tale dimensione si ha una drastica riduzione della numerosità delle aziende nelle varie classi di dimensione economica, ciascuna delle quali ha un peso percentuale che non oltrepassa il 9,5% di valore. Le grandi aziende con più di 100 UDE rappresentano soltanto lo 0,9% del totale.

Per i maschi la presenza delle piccole aziende, con meno di 4 UDE, raggiunge la percentuale del 61,7%, inferiore a quella fatta registrare dalle aziende femminili (74,9%). Quest’ultimo valore è reso consistente anche per la presenza di aziende condotte da donne sole, di età avanzata, il cui scopo non è acquisire una significativa presenza sul mercato, ma ottenere una produzione, in parte da consumare direttamente ed in parte da vendere, per integrare il reddito percepito da altre fonti.

La numerosità delle aziende femminili, nelle singole classi, va diminuendo man mano che aumenta la dimensione economica, passando dall’8,8% per la classe compresa tra 4 e 6 UDE fino ad arrivare allo 0,3% per quella con oltre 100 UDE. Fa eccezione la classe da 16 a 40 UDE, che presenta un valore al di sopra della linea di tendenza. La distribuzione delle aziende maschili segue lo stesso andamento decrescente con l’aumentare della dimensione economica delle aziende, salvo i valori delle classi da 8 a 12 UDE e da 16 a 40 UDE, per i quali si registrano dei massimi relativi. Rispetto a quelle femminili le aziende condotte dai maschi sono distribuite, pertanto, verso le classi economicamente più rilevanti. Elemento che caratterizza tale situazione è una numerosità delle aziende maschili superiore a quelle femminili di 7 volte, per quelle con più di 16 UDE di reddito, e di oltre 11 volte per quelle con almeno 100 UDE.

Da un punto di vista dinamico, è interessante notare che, passando dal 1990 al 1997, le aziende femminili si sono rafforzate nelle classi da 2 a 8 UDE e da 12 a 40 UDE, mentre nelle altre classi si sono registrate delle diminuzioni di diversa intensità. Il peso percentuale delle aziende con meno di 2 UDE è passato dal 61,2% al 53,4%, a causa del progressivo abbandono delle piccole aziende.

Nelle aziende maschili, al contrario, il calo registratosi dal 1990 al 1997 nel numero delle aziende ha interessato tutte le classi di dimensione economica. In sostanza, le donne hanno difeso e mantenuto meglio dei maschi lo spazio conquistato con le loro aziende, facendo registrare dei miglioramenti, anche se limitati ad alcune classi di reddito lordo standard.

Da sottolineare l’elevato grado di senilizzazione dell’agricoltura femminile. In termini di RLS le aziende condotte da giovani imprenditrici, con età inferiore a 34 anni, sono il 3,7% del totale, detengono il 5,6% della superficie agricola utilizzata e producono il 5,6% del reddito lordo standard totale delle aziende femminili. Fenomeno, questo, che caratterizza l’agricoltura italiana in generale e per il quale non si notano rilevanti miglioramenti nel tempo. Sotto questo profilo, le donne sono svantaggiate rispetto ai colleghi maschi. I giovani conduttori detengono il 4,5% delle aziende, il 7,9% della SAU e producono l’8,1% del reddito lordo standard prodotto in tutte le aziende maschili.

La SAU media delle aziende ricadenti in ciascuna classe cresce con la dimensione economica, visto anche il rapporto di proporzionalità che lega l’estensione della superficie coltivata al reddito lordo standard. Per il totale delle aziende si passa dal valore di 1,3 ettari per la dimensione con meno di 2 UDE a quello di 119,4 ettari per le aziende con almeno 100 UDE di reddito.

Un elemento, che caratterizza la distribuzione della SAU media nelle aziende femminili, è che questa presenta valori uguali o inferiori alla corrispettiva distribuzione delle aziende maschili. La differenza più consistente si registra nella classe da 16 a 40 UDE, dove la superficie agricola utilizzata media delle aziende femminili è inferiore di 4,6 ettari a quella delle aziende maschili.

Non dissimile dalla distribuzione della SAU media, è quella delle giornate di lavoro medie impiegate nelle aziende relative a ciascuna classe di dimensione economica. I valori sono crescenti col crescere del RLS aziendale passando, per il complesso delle aziende, da 66,6 giornate per le aziende con meno di 2 UDE a 1537,5 giornate medie per le aziende con più di 100 UDE di reddito.

Nelle aziende femminili, per ciascuna classe di reddito lordo standard, il numero medio di giornate di lavoro utilizzate nei processi produttivi si presenta sempre inferiore a quello delle aziende maschili, con differenze che toccano punte superiori al 20% per le classi da 8 a 12 UDE e da 40 a 100 UDE.

Elemento, questo, di netta differenziazione tra le aziende maschili e femminili, già messo in evidenza a proposito dell’analisi delle aziende per classi di superficie agricola utilizzata. In valore assoluto le differenze sono lievi per le aziende con meno di 2 UDE, ma vanno aumentando con l’aumentare della loro dimensione economica. Si passa così da un divario di 10 giornate di lavoro circa per le aziende comprese tra 2 e 4 UDE alle 121,3 giornate per la classe con oltre 100 UDE.

Se si determina, per ciascuna classe di dimensione economica, il reddito medio per ettaro di SAU, si ha un indicatore per esaminare i diversi risultati economici ottenuti nelle aziende femminili e maschili. Questo parametro è costantemente favorevole alle donne, ad eccezione delle aziende con almeno 100 UDE di reddito.

Nella classe da 16 a 40 UDE, alla quale corrisponde, in linea di massima, la classe di superficie da 10 a 20 ettari di SAU25 prediletta dalle donne, si ha la differenza più significativa, con una percentuale del 32,1%. Per le unità ricadenti in questa classe, un ettaro di SAU nelle aziende femminili produce, quindi, un reddito superiore di un terzo a quello ottenuto nelle aziende maschili. I risultati delle donne imprenditrici si concretizzano, pertanto, in un reddito lordo standard medio per ettaro di SAU superiore a quello dei maschi per tutte le classi di dimensione economica, ad eccezione di quelle grandi con almeno 100 UDE di reddito lordo standard.

Le donne, pertanto, riescono a sfruttare meglio la superficie a loro disposizione orientandosi verso produzioni intensive o di qualità, più redditizie di quelle adottate dai maschi.

Questo fenomeno emerge con maggior evidenza se si considera il reddito medio prodotto per giornata di lavoro impiegato26 in azienda. In questo caso i migliori risultati ottenuti dalle donne, rispetto a quelle dei maschi, diventano ancora più eclatanti.

Il reddito per giornata di lavoro, ottenuto dalle donne imprenditrici, è costantemente superiore a quello dei colleghi maschi, per tutte le classi di dimensione economica delle aziende, ad eccezione di quelle aventi almeno 100 UDE di reddito. I redditi delle donne superano quelli dei maschi con percentuali che vanno da un minimo del 4%, per le aziende di piccola dimensione economica, ad un massimo del 22% per quelle comprese tra 8 e 12 UDE.

Risultato altamente significativo, questo, in quanto dimostra che le donne, a parità di reddito prodotto, riescono ad ottenere gli stessi risultati economici dei maschi utilizzando meno fattori della produzione in termini di superficie agricola utilizzata e giornate di lavoro impiegate in azienda.

Le donne esprimono, pertanto, una notevole managerialità ottenendo per le loro aziende delle rese, in termini di RLS, superiori a quelle conseguite dai maschi. Riescono più dei maschi a far rendere, nella propria azienda, una giornata di lavoro, indipendentemente dal sesso di chi l’abbia prestata, sia manodopera maschile che femminile. E’ un risultato notevole che fa considerare la presenza delle donne in agricoltura secondo una luce diversa da quella alla quale siamo abituati ad esaminare questo fenomeno.


6 - Conclusioni
Nel periodo dal 1970 al 1990, il flusso di manodopera maschile dall’agricoltura verso attività remunerative in altri settori economici, ha agevolato l’affermazione, in forma generalizzata, delle donne al comando di aziende agricole. E’ stata una avanzata continua e diffusa per tutte le dimensioni aziendali, dalle piccole, in forma più marginale, alle più grandi, in forma più intensa, con una preferenza per le aziende da 10 a 20 ettari. Dimensione aziendale, quest’ultima, più congeniale alle donne: consente a loro di gestire l’azienda e curare la famiglia ed ai propri mariti di effettuare un’attività extraziendale, il cui reddito si aggiunge a quello prodotto in azienda.

Dopo il 1990 la spinta delle donne nel processo di femminilizzazione subisce un rallentamento, facendo registrare addirittura un valore negativo, dovuto al tipo di strategia adottato dalle donne: abbandono delle piccole aziende per proporsi alla conduzione di aziende in grado di garantire una significativa presenza sul mercato.

Assurta al comando dell’azienda, la donna salda la conduzione aziendale con quella familiare in una gestione unitaria, ottenendo risultati economicamente più vantaggiosi rispetto agli uomini, in termini di reddito lordo standard per ettaro di SAU e per giornata di lavoro. Risultati, peraltro, non legati ad una particolare dimensione aziendale né territorialmente circoscritti. Calcolando i suddetti rapporti per tutte le Regioni, salvo qualche eccezione, si ottengono valori sempre più favorevoli per le aziende femminili. La redditività delle aziende condotte da donne è una costante, indipendentemente dalla dimensione aziendale e dal territorio ove esse sono localizzate. Espressione, quindi, di una managerialità diffusa che le porta a ottenere per le loro aziende, in genere, risultati economicamente validi.

Le donne trovano, tuttavia, difficoltà a rafforzare in modo significativo la loro presenza nella gestione delle aziende al di sopra dei 20 ettari.

Dal 1970 al 1997, le aziende da 10 a 20 ettari condotte da donne si sono raddoppiate. Anche le grandi aziende, a più spiccata gestione professionale, hanno visto, nello stesso periodo, aumentare la presenza femminile ma in misura molto più limitata. Nella distribuzione delle aziende per classi di superficie agricola utilizzata, dalla dimensione di 20 ettari in poi si verifica un salto. Le aziende da 20 a 30 ettari sono meno di un quarto di quelle della classe precedente da 10 a 20 ettari. Ed è proprio nell’oltrepassare questa soglia dei 20 ettari che le donne trovano ostacoli. Pur esprimendo una pronunciata managerialità ed ottenendo risultati migliori di quelli degli uomini in una classificazione delle aziende per dimensione economica,27 non riescono a sfondare con decisione il muro che le divide dalle grandi aziende.

Il problema ha connotazioni che investono anche la famiglia della donna conduttrice.

La donna imprenditrice rinuncia a spiccare il volo a causa dei vincoli che la legano alla famiglia oppure è la mancanza di una piena consapevolezza delle proprie capacità manageriali a frenare l’affermazione di un ruolo da protagonista, in un mondo tradizionalmente dominato dagli uomini? In termini più sintetici: è un problema familiare o un problema di emancipazione che non le consente di buttarsi nel mercato alla pari degli uomini ? Chi non ha piena consapevolezza delle proprie capacità natatorie ha paura di entrare in acqua e timore ad avventurarsi nel mare alto, ma una volta che ha acquistato sicurezza dei propri mezzi ...!

Il problema familiare certo incide. Non a caso dalla dimensione di 20 ettari in poi, i conduttori maschi, non effettuando che in misura minima attività extraziendali, sono presenti a tempo pieno in famiglia e, quindi, in grado di rivendicare quel ruolo di comando nella gestione aziendale che, per tradizione, hanno sempre avuto.

Ma ciò non può che essere una giustificazione parziale, e questo seminario è stato organizzato proprio per cercare delle risposte ad un fenomeno che è assurto da qualche tempo alla ribalta della discussione e degli interventi di carattere politico. Quali interventi possono essere operati sul piano legislativo per accelerare un processo che può costituire una interessante opportunità di lavoro per tutti?

Pirandello nel suo “Sei personaggi in cerca di autore” fa dire al personaggio Padre: un fatto è come un sacco: vuoto non si regge. Perché si regga bisogna prima farci entrare dentro la ragione e i sentimenti che lo hanno determinato.

La presenza delle donne in agricoltura è un fatto. E per far reggere il sacco le donne hanno messo dentro i risultati ottenuti nelle loro aziende, la loro professionalità e managerialità, la loro capacità di ricercare soluzioni ottimali nella gestione aziendale, la loro presenza nel mercato, la loro attenzione per la famiglia. Tutti elementi che caratterizzano l’azione delle donne conduttrici. I risultati ottenuti dimostrano che la donna ha tutti i numeri per diventare protagonista dell’agricoltura italiana ed interpretare il proprio ruolo in chiave moderna, in piena aderenza al nuovo contesto che si è andato a configurare per l’agricoltura europea.

Se questo è il fatto, allora è lecito chiedersi “Quale futuro per le aziende agricole delle donne?”.



Tavole relative alla relazione:



1 EUROPEAN WOMEN FARMERS’ DAY - Compendium - Grimbergen (Bruxelles) - 1996

2 Gualtiero M.F. Schirinzi - La presenza delle donne in agricoltura, Roma 1998

3 Istat – Seminario su: L’indagine sulla struttura delle aziende agricole – Aula Magna dell’ISTAT – Roma, Dicembre 1998

4 Istat – Regione Siciliana- Seminario su: L’agricoltura della Sicilia alle soglie del duemila, Palermo giugno 1999

5 Istat – Ufficio del Ministro per le pari Opportunità - Seminario su: I numeri delle pari opportunità. Che cosa sta cambiando. Aula Magna dell’Istat, Roma febbraio 1999.

6 CNEL – Commissione Politiche Settoriali - Rapporto sull’agromonetario – Aprile 1997.

7 Eurostat – FADO – Resoconto dei punti discussi nel Simposio “ Verso una nuova generazione di statistiche agricole” – Bruxelles, 27 ottobre 1997.

8 Gualtiero M. F. Schirinzi – Il sistema informativo dell’Istat nel settore dell’agricoltura – in: Genio Rurale – Estimo e territorio, Anno LXII – giugno 1999, n. 6.

9 Istat – Indagine sulla struttura e le produzioni delle aziende agricole , Roma 1998.

10 Istat – Le statistiche agrarie verso il 2000 – Serie Argomenti, n. 16, Roma 1999.

11 Reddito lordo standard (RLS) equivalente al valore della produzione totale meno alcuni costi specifici per ottenerla.

12 Gualtiero M.F.Schirinzi – La struttura delle aziende agricole italiane – Fiera di Verona, 1999

13 Inea – Sisr – Le migrazioni rurali in Italia, Feltrinelli, Milano, 1960.

14 Per conduttore si intende il responsabile giuridico ed economico dell’azienda, che può essere una persona fisica, una Società o un Ente pubblico.

15 Per Superficie Agricola Utilizzata (S.A.U.) si intende l’insieme di terreni investiti a seminativi, orti familiari, prati permanenti e pascoli, coltivazioni legnose agrarie e castagneti da frutto. Essa corrisponde alla superficie totale dell’azienda, detratti: a) boschi e pioppete; b) superfici agrarie comprese entro il perimetro dell’azienda in stato di abbandono; c) le aree occupate da fabbricati, cortili, parchi e giardini ornamentali, ecc.

16 Nicole Battaglini - Le imprese al femminile - in: Agricoltura e strati sociali - Franco Angeli -Milano 1993.

17 Gualtiero M. F. Schirinzi – La presenza delle donne in agricoltura – Seminario su: “L’imprenditoria femminile agricola per lo sviluppo rurale e lo sviluppo rurale per l’imprenditoria femminile” – Residenza di Ripetta – Roma, ottobre 1998.

18 Paola Ortensi: Intervento nel Convegno Donne in campo – Residenza di Ripetta –Roma 1998.

19 Col censimento dell’agricoltura vengono rilevate tutte le aziende agricole, di qualsiasi dimensione e da chiunque condotte.

20 Corrado Barberis - Vincenzo Siesto: Agricoltura e strati sociali - Franco Angeli, Milano 1993.

21 Il campo di osservazione CEE comprende tutte le aziende con almeno 1 ettaro di SAU. Quelle con meno di 1 ettaro di SAU vengono rilevate se superano una determinata soglia di produzione commercializzata.

22 Si tenga conto che il 72,1% delle conduttrici fa parte di una famiglia con almeno 2 componenti e che le donne single per il 64,8% hanno un’età superiore ai 60 anni.

23 Decisione della Commissione n. 78/463/CEE del 7 aprile 1978, modificata con Decisione 85/377. I dati tipologici forniscono elementi sul peso economico dell’azienda calcolato sulla base di parametri standard derivanti dall’orientamento tecnico - economico e dalla dimensione economica dell’azienda.

24 Come parametro per il calcolo della dimensione economica delle aziende si è assunto il reddito lordo standard (RLS), espresso in UDE, unità economica utilizzata per determinare il valore delle attività produttive svolte nell’ambito di ciascuna azienda. Ogni UDE corrisponde a 1200 ECU=2.308.608 lire. La dimensione economica di ciascuna azienda corrisponde all’ammontare del RLS complessivo aziendale ottenuto moltiplicando il RLS unitario di ciascuna coltivazione o categoria di bestiame per il corrispondente ammontare della superficie o del numero di capi di bestiame.

25 Per la classe di UDE da 16 a 40, la dimensione media delle aziende femminili è di 15,2 ettari di SAU e quella delle aziende maschili è di 19,8 ettari.

26 I risultati sono validi anche se i valori vengono calcolati per ora di lavoro, dato che le giornate di lavoro sono espresse in forma standard di 8 ore ciascuna.

27 Fa eccezione, come si è già detto in precedenza, la classe relativa alle aziende con almeno 100 UDE di reddito lordo standard.



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