Autore: Leone Ginzburg Luogo e data e di redazione: Prima edizione a stampa: «L’Italia libera», n. 13, edizione romana, 11 novembre 1943




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14. La Conferenza Di Mosca

Autore: Leone Ginzburg

Luogo e data e di redazione:



Prima edizione a stampa: «L’Italia libera», n. 13, edizione romana, 11 novembre 1943

Fonte: Idem



Nell’articolo qui riprodotto integralmente, intitolato “La Conferenza di Mosca”, Leone Ginzburg riassumeva, aggiungendovi alcune significative considerazioni, il comunicato ufficiale e le quattro dichiarazioni della conferenza omonima, svoltasi il 30 ottobre 1943, alla quale parteciparono Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica. In quella importante assise, i tre campioni delle Nazioni Unite posero le basi per un nuovo sistema di sicurezza mondiale. In pratica, accanto all’obiettivo della capitolazione della Germania e della democratizzazione dell’Italia, si avviava notoriamente la costruzione di un nuovo ordine internazionale, che avrebbe portato alla nascita dell’Onu1. L’autore si trovava a Roma, dove era giunto dal confino abruzzese il 28 luglio ’43, subito dopo la caduta del regime, e dove venne arrestato dalla polizia, il 19 novembre dello stesso anno, per essere trasferito a Regina Coeli. La sua morte sarebbe avvenuta il 5 febbraio 1944, in seguito alle torture subite. La stesura del breve articolo, stampato all’interno de “L’Italia libera” nella tipografia clandestina romana di via Basento, precedette dunque di pochi giorni l’arresto dell’eroico intellettuale torinese di origine russa. Da ricordare, in ogni caso, che il 27-28 agosto Ginzburg si era trovato a Milano per partecipare alla riunione di fondazione del Movimento federalista europeo.

Nel testo Ginzsburg osservava che nelle dichiarazioni della Conferenza di Mosca i governi delle tre potenze avevano dimostrato di avere una concordanza di vedute su come condurre e concludere la guerra in Europa, adottando strategie non solo militari, ma anche politiche, come la creazione di una Commissione consultiva europea, con sede a Londra, il cui compito sarebbe stato quello di decidere di volta in volta, agendo in comune, i provvedimenti nei riguardi della Germania e dei suoi paesi satelliti (a cominciare dalle condizioni di armistizio). Di conseguenza i nazisti e i loro alleati non avrebbero potuto sperare in possibili divisioni interne alle Nazioni Unite. Dalla Conferenza era emersa insomma, a suo avviso, la forte necessità di una coesione a carattere permanente fra le potenze antinaziste.

Ma quello che premeva sottolineare a Ginzsburg era che, nella seconda dichiarazione, in cui i tre erano passati alla proposta di un sistema «di organizzazione di sicurezza e della pace che sostituisca e migliori le fragili garanzie offerte fino alla seconda guerra mondiale dalla Società delle Nazioni», i mezzi e i fini per rendere concreto tale obiettivo erano divenuti meno precisi. L’autore rilevava infatti che un primo distinguo si era già manifestato tra i grandi a proposito di “nemici comuni” e “rispettivi nemici”, in quanto l’Unione Sovietica aveva inteso sottolineare la sua neutralità nei confronti del Giappone2. Ma soprattutto gli era parso insoddisfacente il passaggio sul mantenimento «della sovranità di tutti gli stati amanti della pace a cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, potranno ugualmente accedere».

In altre parole, nelle dichiarazioni dei tre grandi era evidente una grande volontà di pace e di democrazia, ma il principio della sovranità nazionale non veniva adeguatamente scalfito. La cosa poteva risultare in parte scusabile, perdurando lo stato di guerra, sosteneva Ginzsburg. Tuttavia, subito dopo la pace, le scelte internazionali avrebbero dovuto orientarsi necessariamente in senso sopranazionale. Scriveva infatti: «tutti gli Stati, grandi e piccoli, dovranno al più presto e spontaneamente rinunciare a una parte di quei diritti per dare una forza reale, cioè materialmente tangibile, all’istituzione internazionale che salvaguarderà la pace e il tranquillo e civile progresso di tutti i popoli».

Ancora una volta, dunque, negli antifascisti italiani di ispirazione federalista emergeva l’individuazione del principio della sovranità assoluta dello stato nazionale come la vera causa dei conflitti che ciclicamente affliggevano il genere umano. Pertanto le dichiarazioni di Mosca, che andavano a sommarsi a quelle di numerosi capi di governo ed esponenti politici europei sulla necessità di dare maggior forza ad istituzioni internazionali finalizzate alla sicurezza e alla coesistenza, apparivano inadeguate ai fini dell’instaurazione di un vero stato di pace mondiale, una volta finita la guerra. Interessante notare peraltro la speranza di Ginzburg che l’esercito e il popolo austriaco, ma anche quello tedesco, potessero dissociarsi in tempi brevi dal regime nazista. In realtà la guerra si sarebbe prolungata per quasi un anno e mezzo.

Nota sulla fonte: successivamente all’edizione del n. 13, edizione romana dell’11 novembre 1943, da noi consultata in originale presso la Biblioteca Nazionale di Roma, l’articolo è stato nuovamente pubblicato in Leone Ginzburg, Scritti, a cura di Domenico Zùcaro e con introduzione di Norberto Bobbio, Einaudi, Torino, 1964, nonché nella nuova edizione di questi ultimi, corredata dalla prefazione di Luisa Mangoni, edita nel 2000 a Torino sempre dalla Einaudi.

Il 30 ottobre si è conclusa, dopo dodici laboriose sedute, la conferenza di Mosca. La successiva pubblicazione del comunicato ufficiale e delle quattro dichiarazioni che impegnano solennemente la futura politica dei governi firmatari ha subito dato a tutti i popoli la sensazione d’esser giunti ad una svolta decisiva di questa seconda guerra mondiale. Sono venuti in chiaro, per quanto era possibile, gli sforzi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica intesi ad abbreviare le ostilità con ogni mezzo politico e militare, e la preoccupazione di porre fin da adesso le fondamenta d’un nuovo sistema di sicurezza internazionale, imperniato sulla reciproca collaborazione anche nel dopoguerra di queste tre potenze e della Cina. Per la prima volta, i rappresentanti delle più importanti fra le Nazioni Unite hanno parlato come uomini di Stato sicuri della vittoria i quali ne esaminino con serietà le prime conseguenze.


Contro la Germania nazista. Il primo obiettivo che le tre potenze intendono raggiungere per affrettare il ristabilimento della pace nel mondo è la capitolazione della Germania, con la conseguente scomparsa di ogni vestigio del regime nazista. E’ inutile cercare di penetrare il segreto delle iniziative militari che sono state concordate a questo fine; già scorgiamo tuttavia un intensificarsi delle operazioni sul fronte italiano, mentre Stalin, che spinge a fondo l’offensiva dell’esercito sovietico, nel messaggio del 6 novembre prospetta come imminente il secondo fronte, cioè lo sbarco anglo-americano sul litorale della Manica o del Mare del Nord. Nel contempo si moltiplicano i segni di disgregazione della disciplina militare germanica, che mette nella loro vera luce le due dichiarazioni rivolte più propriamente ai tedeschi.

A parte il suo valore simbolico – in quanto l’Austria fu il primo stato sovrano manomesso da Hitler – la restaurazione dell’indipendenza austriaca, che le Nazioni Unite con la terza dichiarazione di Mosca pongono adesso tra i loro scopi di guerra, è soprattutto un incoraggiamento agli oppositori del nazismo, che in Austria abbondano, perché accentuino la disintegrazione della potenza tedesca: si promette infatti agli austriaci un trattamento tanto più generoso, quanto maggiore sarà stato il loro contributo alla liberazione del paese, anche se nello stesso tempo si avverte che essi non potranno mai sfuggire del tutto alla responsabilità di aver partecipato alla guerra a fianco della Germania. In questo momento ciò che importa alle tre potenze è di vedere gli austriaci sabotare lo sforzo militare tedesco o magari ribellarsi apertamente al nazismo. Ciò spiega perché rimangano assai imprecisi la funzione e il carattere assegnati alla futura Austria. Sottolineando che le condizioni politiche ed economiche dell’Austria sono analoghe quelle dei vari paesi limitrofi, la dichiarazione alleata vuol forse riproporre l’idea della Confederazione danubiana, più volte progettata, ma sempre invano, da certi ambienti politici occidentali nel ventennio fra le due guerre come un mezzo per evitare l’Anschluss. Bisognerà comunque che la scelta di una soluzione definitiva tenga conto tanto dell’impossibilità morale di una restaurazione absburgica, che creerebbe un pericoloso focolaio di reazione, quanto di molti altri elementi che sarebbe prematuro voler valutare fin d’ora.

Un influsso considerevole sullo stato d’animo di comandanti e di gregari delle forze armate tedesche è destinata ad avere la precisa minaccia di severissime sanzioni, comminate sui luoghi del misfatto, contro tutti quegli ufficiali e soldati tedeschi e quei membri del Partito Nazista che nei diversi paesi occupati si sono resi colpevoli di atrocità e di esecuzioni di massa. Il salutare timore di quelle sanzioni corroborerà con speciale efficacia gli eventuali scrupoli morali di coloro che una inumana disciplina vorrebbe trasformare in carnefici per scacciare l’angoscia della sconfitta imminente, “Coloro che fino ad ora non si sono macchiati le mani di sangue innocente si ritengano avvertiti, - ammonisce la quarta dichiarazione delle tre potenze, - non vadano ad ingrossare le file dei colpevoli, e si ricordino che in tal caso le tre potenze alleate sapranno raggiungerli e scovarli agli estremi confini della terra per consegnarli ai loro accusatori, in modo che giustizia sia fatta”. Solo alla sorte dei capi politici nazisti che spinsero i loro gregari a commettere tali delitti, e che per le loro responsabilità di indole generale non potrebbero essere deferiti alla giustizia di un singolo popolo liberato, provvederanno di concerto i governi alleati.

Accanto ed al di sopra di queste direttive comuni rispetto alla situazione militare e al fronte interno tedesco, le tre potenze hanno poi deciso di coordinare ancor meglio la loro politica verso la Commissione consultiva europea, che avrà sede a Londra, e suggerirà ai tre governi i provvedimenti che di volta in volte appariranno necessari, elaborando innanzi tutto le condizioni d’armistizio: è così tramontata definitivamente l’estrema illusione dei tedeschi di dividere in qualche modo le tre potenze, sia che essi pensassero a una pace negoziata separatamente con la Russia, sia che ritenessero di ottenere un trattamento più mite arrendendosi alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti.


Per un’Italia democratica. Ma all’infuori dei problemi strettamente legati alla prosecuzione e alla fine della guerra, cominciano ad imporsi alle Nazioni Unite – come abbiamo già osservato – i problemi della ricostruzione politica europea e mondiale; al quale è dedicata la seconda dichiarazione di Mosca.

Il primo punto di essa esige che “il governo italiano sia reso più democratico con l’immissione di rappresentanti di quei settori del popolo italiano che si sono sempre opposti al fascismo”. Sarebbe ozioso discutere se ciò implichi il riconoscimento che il governo monarchico di Badoglio attualmente è insostituibile. Non saranno certo le tre potenze che ci dovranno risolvere i problemi della ricostruzione politica e sociale della nazione italiana; ma le perentorie loro richieste di un regime democratico e dichiaratamente antifascista, da instaurarsi non più alla fine della guerra, come si era detto prima, bensì non appena la situazione militare lo permetterà (cioè assai presto), presuppongono un ordinamento, anche se provvisorio, che sia fondato sul consenso popolare. Orbene, le esplicite affermazioni del Comitato di Liberazione Nazionale, vale a dire dei partiti politici italiani, le quali escludono che in tale ordinamento trovino posto il regime monarchico-badogliano e auspicano la costituzione di un governo eccezionale, munito di tutti i poteri dello Stato, dànno una risposta a tale quesito. In altre parole, se la Nazione deciderà di sbarazzarsi della monarchia e di Badoglio, cioè dei principali responsabili e complici della tirannia fascista, non saranno certo le Nazioni Unite a impedirlo: i dubbi che potevano sorgere in proposito vengono eliminati dall’esplicita affermazione dei ministri degli esteri della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che suona quasi come una garanzia al terzo lato, secondo cui l’azione politica dei loro governi in territori italiano è sempre stata basata “sul principio fondamentale che il fascismo e tutta la sua influenza malefica e le sue emanazioni siano interamente distrutte e che si dia al popolo italiano ogni possibilità di creare istituzioni governative e d’altro genere fondate sui principi democratici”.

Del resto, un giudizio di condanna del governo monarchico di Badoglio è contenuto in ognuna delle richieste delle tre potenze: è questo governo infatti che ha finora negato a quanti erano sotto la sua giurisdizione la possibilità di creare legalmente degli aggruppamenti politici antifascisti, che non ha soppressi se non in minima parte le istituzioni e organizzazioni create dal regime fascista, che non ha rimosso dai loro posti gli elementi fascisti o filofascisti, che s’è circondato di criminali di guerra come Ambrosio e Roatta. E non va dimenticato che a questo stesso governo è legata la posizione di “sospetto” in cui è ora posto il nostro paese, di fronte a uno speciale Comitato consultivo per gli affari italiani, uscito esso pure dalle deliberazioni di Mosca, e composto di rappresentanti della Gran Bretagna, della Russia, degli Stati Uniti e del Comitato francese di Liberazione, ai quali si uniranno anche delegati iugoslavi e greci. Invece un regime che sia autentica emanazione delle correnti antifasciste potrà lealmente e realisticamente discutere tutte le clausole, non solo territoriali, della pace che metterà fine all’avventura fascista, uscendo senz’altro da quella posizione di sospetto, che non saprebbe mai accettare. Il prossimo avvenire dirà se gli italiani rimarranno preda degli antichi inganni o vorranno finalmente valersi della propria sincera convinzione nella via da seguire.
Le basi di un nuovo ordine internazionale. Diminuisce, come è ovvio, la precisione dei dati quando dal circoscritto problema italiano si passa ad un sistema di organizzazione di sicurezza e della pace che sostituisca e migliori le fragili offerte fino alla seconda guerra mondiale dalla Società delle Nazioni. La prima dichiarazione di Mosca promette di inaugurare “entro il più breve tempo possibile” la collaborazione della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica e della Cina, la quale intesa dovrà sopravvivere alla capitolazione dei rispettivi nemici (non dei nemici “comuni”, perché l’Unione Sovietica non dimentica mai di salvaguardare il suo diritto alla neutralità nei riguardi del Giappone). Si tratta cioè di un’istituzione internazionale fondata sul principio della sovranità di tutti gli Stati amanti della pace, a cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, potranno ugualmente accedere.

La vasta comunità delle Nazioni Unite, che già adesso cooperano con le quattro potenze principali, sarà come il nucleo originario di quest’organismo. La concreta azione comune a cui le quattro potenze s’impegnano, con il concorso delle altre Nazioni Unite, ai fini della sicurezza mondiale e del disarmo, la reciproca promessa di non intervenire entro il territorio di altri Stati se non per ragioni connesse col mantenimento della pace e dopo essersi consultate tra loro, sono tante garanzie di proficuo lavoro per l’organismo che si vuol creare. Ma bisognerà compiere un altro passo avanti. Se adesso, per naturale reazione alla prepotenza hitleriana, si pone l’accento sul diritto di sovranità che ogni Stato possiede, quando si sia ristabilita la pace, tutti gli Stati, grandi e piccoli, dovranno al più presto e spontaneamente rinunciare a una parte di quei diritti, per dare una forza reale, cioè materialmente tangibile, all’istituzione internazionale che salvaguarderà la pace e il tranquillo e civile progresso di tutti i popoli.


Comunque sia di questi ed altri problemi, le prospettive, dopo la conferenza di Mosca, sono confortanti. Ne sono una significativa riprova la prontezza con cui Stalin ha riecheggiato, adottandoli in pieno, i risultati della conferenza nel suo messaggio del 6 novembre, e il significativo voto del Senato americano, che con una schiacciante maggioranza ha approvato una mozione favorevole all’intervento degli Stati Uniti nell’organizzazione della sicurezza internazionale usando gli stessi termini della prima dichiarazione di Mosca. L’esperienza dell’altro dopoguerra non è ultima ragione di questi risultati.


1 Sulla Conferenza di Mosca si riporta di seguito un interessante pagina di Alessandro Frigerio pubblicata sul sito internet www.storiain.net: I due grandi s'incontrarono cinquantotto anni fa per disegnare i futuri confini di quella metà del Continente già occupata dall'Armata Rossa. L'accordo fu raggiunto, in un clima di estrema cordialità, sulle base di precise percentuali di influenza e senza interpellare i Paesi coinvolti.

"Le percentuali che io ho proposto vogliono essere solo indicazioni del metodo grazie al quale noi possiamo renderci conto mentalmente della vicinanza delle nostre posizioni e quindi decidere circa i passi necessari per arrivare a un accordo completo. Come ho avuto occasione di dire, se venissero sottoposte all'esame dei funzionari del ministero degli esteri e dei diplomatici di tutto il mondo, esse sarebbero considerate indici di superficialità e persino di cinismo. Non possono pertanto costituire la base di nessun documento pubblico, soprattutto in questo momento. Possono però servire utilmente di guida per la condotta dei nostri affari. Se riusciamo a sistemare bene questi affari, potremo forse impedire parecchie guerre civili e molto spargimento di sangue e molti contrasti nei piccoli Paesi interessati. Nostro criterio generale dovrebbe essere quello di permettere che ogni Paese abbia la forma di governo che il popolo desidera. [...] Siamo felicissimi che vi siate dichiarato personalmente contrario a tentativi di mutare con la forza o con la propaganda comunista i sistemi tradizionali esistenti nei vari Paesi balcanici".


E' il testo di un promemoria che Winston Churchill scrisse a Stalin l'11 ottobre 1944. Da due giorni, il primo ministro di Sua Maestà si trovava a Mosca per mettere a punto quello che sarebbe passato alla storia come "il patto delle percentuali". Un accordo che secondo molti storici, e come del resto lascia trasparire da queste righe lo stesso Churchill, è stato il frutto di uno spregiudicato cinismo, ottenuto applicando i metodi di una diplomazia d'ancien regime e risolto nel giro di pochi minuti con una spartizione in sfere di influenza dell'Europa centrorientale e dei Balcani. Insomma, secondo molti osservatori, i due statisti, scarabocchiando su un foglietto le rispettive percentuali di "influenza" in Ungheria, Bulgaria, Romania, Iugoslavia e Grecia posero la prima pietra della divisione bipolare del mondo e della successiva guerra fredda. Un "documento sconveniente" ("naughty document"), così lo definì il primo ministro britannico.

Nell'autunno del 1944 l'esito della guerra era ormai deciso. Il crollo del Reich era solo una questione di tempo. Sul fronte militare, però le operazioni stavano attraversando una fase di estrema fluidità. Mentre in Italia e in Francia gli alleati procedevano a piccoli passi, sul fronte orientale l'esercito sovietico pareva inarrestabile. Dopo la gigantesca offensiva dell'estate, che sembrava doverlo portare di slancio direttamente a Berlino, la manovra si era spostata verso l'area balcanica. Bucarest e Sofia furono conquistate rapidamente, Varsavia e Belgrado stavano per cadere, Budapest sarebbe stata messa sotto assedio di lì a poco.

L'Armata Rossa, come ha notato lo storico americano D. S. Clemens, stava bruciando sul tempo gli alleati, realizzando il sogno a lungo accarezzato da Churchill: quello di un rapido movimento attraverso i Balcani per distruggere i nazisti nei territori satelliti. "La decisione sovietica corrispondeva a precedenti decisioni alleate - tutte motivate politicamente - rivolte a combattere i tedeschi nei più lontani avamposti nazisti nell'Africa settentrionale, in Sicilia e nell'Italia meridionale. Ora, nel 1944, l'Occidente assisteva impotente all'inevitabile: le truppe sovietiche assicuravano il successo delle forze locali politicamente gradite, proprio come avevano fatto gli alleati nelle loro sfere di combattimento".

Churchill si rese conto che i russi stavano dilagando in Europa come una marea e che ciò avrebbe avuto serie ripercussioni sulla politica balcanica e mediterranea del Regno Unito. Un suo collaboratore ricorda che in quelle settimane Winston non parlava mai di Hitler, ma solo dei pericoli del comunismo in Europa; e che vedeva "l'Armata Rossa estendersi come un cancro da un paese all'altro. E' diventata un'ossessione, e sembra che egli non pensi ad altro".
Del resto era sotto gli occhi di tutti come la parte più consistente dello sforzo militare sul continente fosse in carico all'Armata Rossa. Il consigliere di Roosevelt presso il dipartimento di guerra, Henry Stimson, ne aveva sottolineato i molti rischi a metà del 1943: lasciando ai russi il grosso delle operazioni militari in Europa "penso che sarà un affare pericoloso per noi alla fine della guerra. Stalin non avrà certo un'alta opinione della gente che ha agito così e non saremo in grado di spartire con lui molta parte del mondo postbellico".

Ma anche al culmine dello sforzo alleato, gli anglo-americani impegnavano solo un terzo del totale delle forze tedesche. Gli altri due terzi erano fronteggiate dai russi. Fin dall'inizio della guerra Stalin aveva detto che la parte più consistente dello sforzo bellico ricadeva sulle spalle dell'Urss.
Nonostante Stalin si guardasse bene dal fare cenno ai notevoli aiuti in mezzi e generi di prima necessità forniti dagli Stati Uniti, la sua affermazione era sostanzialmente corretta. Anche Churchill aveva dovuto ammetterlo. Di fronte alla Camera dei Comuni, spiegò che era stata l'Armata Rossa la prima a colpire al cuore la macchina bellica tedesca e a impegnare sul suo fronte la parte di gran lunga più cospicua delle forze nemiche.

Gli alleati erano quindi terribilmente in ritardo rispetto ai russi. Una soluzione avrebbe potuto essere l'apertura, almeno un paio d'anni prima dello sbarco sulle coste francesi, di un fronte più vicino al cuore dell'Europa. Stalin lo aveva chiesto fin dai primi mesi del 1942. Lo stesso Churchill già allora aveva caldeggiato un'azione militare nell'area balcanica, riproponendo così una delle sue più radicate convinzioni strategiche: già durante la prima guerra mondiale, infatti, come primo lord dell'ammiragliato era stato fautore di una poderosa manovra di alleggerimento (poi fallita) nei Dardanelli. Allora, come nell'autunno del 1944, in gioco non c'erano solo le supreme sorti del conflitto ma anche l'esigenza di preservare gli interessi britannici nel settore orientale del bacino del Mediterraneo.

Per Churchill l'apertura di un imponente fronte sudorientale doveva essere una alternativa allo sbarco in Normandia. Nella sua ottica, al tempo stesso politica e militare, la presenza di forze alleate che dal fronte balcanico marciassero verso il cuore dell'Europa avrebbe limitato considerevolmente l'influenza sovietica nell'area. In altre parole, come ha osservato lo storico inglese William Deakin, nei piani del primo ministro di Sua Maestà si poteva cogliere l'idea di ricostruire il vecchio cordone sanitario degli anni Venti o intravedere quella che dopo pochi anni sarebbe divenuta la cosiddetta Cortina di Ferro.

Consegnati questi progetti alla storia delle buone intenzioni, la realtà con cui le forze alleate dovevano fare i conti nella seconda metà del 1944 era assai più complessa. Diamo ancora la parola a Churchill: "Con l'avanzare dell'autunno, tutto nell'Europa orientale diventava più difficile. Avvertivo la necessità di un altro incontro personale con Stalin, che non avevo più visto dopo Teheran e al quale, nonostante la tragedia di Varsavia, mi sentivo maggiormente legato dopo i successi dell'operazione Overlord. Gli eserciti russi stavano allora esercitando una pressione sempre maggiore sul teatro balcanico, e la Romania e la Bulgaria erano già sotto il loro controllo. Poiché la vittoria della Grande Alleanza era diventata solo una questione di tempo, era naturale che le ambizioni russe fossero cresciute. Il comunismo alzava il capo, riparato dallo strepito delle armi del fronte di battaglia russo. La Russia era la liberatrice e il comunismo il Vangelo che essa recava".

Se era del tutto naturale che le ambizioni russe fossero cresciute è altrettanto pacifico che dal punto di vista della realpolitik fosse assolutamente normale che Stalin cercasse di imporre una "pax sovietica", ponendo gli alleati in una posizione sfavorevole all'atto delle trattative di pace. Quella che si stava combattendo era un nuovo tipo di guerra. Stalin stesso lo confesserà a Tito nei primi mesi del 1945: "Questa guerra non è come nel passato; chi occupa un territorio impone anche il proprio sistema sociale. Ognuno impone il proprio sistema fin dove può giungere il suo esercito. Non può essere che così".
E fu proprio per questo motivo che Churchill decise di sollecitare un faccia a faccia con Stalin prima che fosse troppo tardi: "Ero persuaso che avremmo potuto giungere ad accordi positivi con la Russia solo finché fossimo stati legati da vincoli di cameratismo d'armi per l'esistenza di un comune nemico. Hitler e l'hitlerismo erano ormai condannati; ma che ci sarebbe stato dopo Hitler?".

Il 9 ottobre il primo ministro britannico e il suo ministro degli esteri, Anthony Eden, atterrarono a Mosca. Trovarono bel tempo e un'atmosfera politica decisamente cordiale. Il presidente americano Roosevelt, invitato a prendere parte alla conferenza, dovette disertare a causa degli impegni per la campagna elettorale presidenziale. Al suo posto fu inviato l'ambasciatore Harriman, che però limitò la sua presenza al ruolo di semplice osservatore. Ma il tenore della discussione era già stato anticipato al presidente americano qualche tempo prima dallo stesso Churchill.
"Recentemente - gli aveva scritto - si sono avuti segni preoccupanti di una possibile divergenza politica tra noi e i russi in merito ai Balcani e alla Grecia in particolare. Abbiamo perciò suggerito all'ambasciatore sovietico a Londra che sarebbe opportuno stabilire un accordo secondo il quale il governo sovietico possa avere un ruolo guida negli affari romeni e noi in Grecia. [...] Naturalmente, non intendiamo suddividere i Balcani in sfere di influenza [...] ma speriamo che l'accordo proposto si riveli un utile espediente per prevenire ogni divergenza politica tra noi e loro nei Balcani".

Alla missiva Roosevelt aveva risposto con una certa freddezza, sostanzialmente contestando il progetto perché di fatto contribuiva a creare delle precise sfere di influenza. Ma di fronte all'irruenza del primo ministro c'era poco da fare. Roosevelt, che non aveva intenzione di assumere posizioni ufficiali in merito, preferì quindi tergiversare. La guerra sarebbe durata ancora diversi mesi e la sua speranza era quella di poter risolvere la questione del futuro assetto mondiale in una apposita conferenza di pace. Non a caso, pur declinando l'invito, si premurò di preavvisare il leader sovietico che dal punto di vista degli Stati Uniti era importante poter mantenere completa libertà d'azione anche dopo la fine della conferenza.

La sera stessa del loro arrivo Churchill e Eden furono inviati a cena al Cremlino da Stalin e Molotov. Fu verso la fine della serata, trascorsa, a quanto lasciano intendere i documenti della delegazione inglese, in un'atmosfera gastronomica pantagruelica, che Churchill andò subito al cuore del problema. Stalin si dichiarò pronto a discutere su tutto. Disse di capire l'esigenza britannica di riottenere il controllo sulle rotte mediterranee e di voler voce in capitolo in Grecia. Dal canto loro gli inglesi dovevano capire le esigenze russe in Romania e Bulgaria.
Preso un mezzo foglio di carta Churchill vi scarabocchiò sopra i termini dell'accordo indicando le percentuali di influenza angloamericana e russa nei diversi paesi dell'Europa centrale e sudorientale: Ungheria 50 e 50, Romania 10 e 90, Bulgaria 25 e 75, Grecia 90 e 10, Iugoslavia 50 e 50. Stalin lesse l'appunto senza fare commenti e con una matita blu appose un segno di spunta, che stava per "visto" ma anche per una sostanziale accettazione del metodo delle aliquote.
"La faccenda - raccontò Churchill - fu così completamente sistemata in men che non si dica. [...]. Seguì un lungo silenzio. Il foglio segnato a matita era lì al centro della tavola. Finalmente io dissi: "Non saremo considerati cinici per il fatto che abbiamo deciso questioni così gravide di conseguenze per milioni di uomini in maniera così improvvisata? Bruciamo il foglio". "No, conservatelo voi" disse Stalin. E così feci".

Churchill non era nuovo a questa diplomazia "grafica", fatta a colpi di schemi esemplificativi e scarabocchi. Nel corso del loro primo incontro a Mosca, nel 1942, aveva schizzato a Stalin la figura di un coccodrillo con una grossa pancia per spiegare l'importanza strategica di attaccare le voraci forze dell'Asse da sud. Ora però l'argomento guerra era pressoché superato. Certo, durante i lavori della conferenza si trovò anche il modo di affrontare un tema spinoso come la richiesta alleata di un attacco russo contro il Giappone (ne parlò Eden con Stalin pochi giorni dopo: Churchill era a letto con la febbre).
Stalin disse che era più che disposto a "spezzare la colonna vertebrale del Giappone", beninteso dopo la sconfitta della Germania e a patto che gli angloamericani gli facessero giungere approvvigionamenti e armi. Ma la questione più pressante per la quale i due massimi esponenti del governo inglese si erano avventurati tra le braccia del dittatore georgiano era il futuro immediato di un'ampia fetta d'Europa. Non bisogna quindi credere a Churchill quando con tono burbanzoso racconta che tutto si risolse in quattro e quattr'otto. Non era nello stile, più che suo, del sospettosissimo Stalin. Il dittatore sovietico aveva infatti pochissima stima degli inglesi, e di Churchill in modo particolare: "La cosa che a loro piace di più è ingannare gli alleati - aveva spiegato a una ristretta cerchia di collaboratori. [...] Churchill è il tipo di persona che, se non lo sorvegli, ti ruba una monetina di tasca".

La trattativa sulle percentuali fu molto più lunga. Durò qualche giorno. L'obbiettivo da parte inglese era semplice (nonostante negli anni successivi si sia speculato molto, e spesso con toni moraleggianti, sul presunto cinismo dell'accordo): chiarire a Mosca gli obiettivi, limitati, del Foreign Office nella regione e al contempo rassicurare il diffidente alleato, in modo da evitare una sovietizzazione di tutta l'Europa centrorientale e balcanica. La diplomazia inglese era convinta del pericolo rappresentato dall'ideologia comunista, ma riteneva che sul piano politico il Cremlino ragionasse soprattutto in termini di sicurezza per le proprie frontiere. Se Stalin aveva fatto fuori Trotzkij voleva dire che l'idea di una rivoluzione mondiale era stata definitivamente accantonata.
E' con questo spirito che, dopo aver messo in tasca il "documento sconveniente", Churchill ascoltò la replica di Stalin: la Bulgaria era affacciata sul Mar Nero, una sorta di mare interno russo, quindi la percentuale doveva essere maggiore rispetto al 75% scarabocchiato sul foglietto.

Churchill abbozzò, anche perché, come spiegherà anni dopo: "non avevo mai ritenuto che le nostre passate relazioni con la Romania e la Bulgaria richiedessero da parte nostra sacrifici particolari". Agli inglesi stava più a cuore la sorte della Polonia e della Grecia: "Per la Polonia eravamo entrati in guerra; per la Grecia avevamo sostenuto sforzi penosi. I Governi di entrambi i paesi si erano rifugiati a Londra e noi ci ritenevamo responsabili per la loro restaurazione, se questo era veramente il desiderio dei loro popoli".

Chiarito questo aspetto, i dettagli della trattativa furono affidati a Eden e al suo omologo Molotov. A rileggere oggi quelle percentuali viene da chiedersi come in realtà si potesse riassumere in poche cifre l'influenza politica, sociale ed economica di un paese su un altro o a quale vincolo ci si dovesse attenere per il rispetto delle quote che si stavano andando a stabilire. Fatto sta che i due ministri degli esteri si accinsero di buon grado a discutere di frazioni e aliquote. Analoghe percentuali furono discusse da Churchill e Stalin in separata sede con i due rappresentanti del governo polacco in esilio, quello a Londra (filoccidentale) e quello di Lublino (filosovietico). I primi avrebbero voluto una presenza nel nuovo governo di 80 contro 20, Churchill e Stalin erano disposti a concedere al massimo un 50 a 50. Alla fine la trattativa per la Polonia, appena reduce dal soffocamento della rivolta antinazista di Varsavia, si arenò sull'accettazione dei nuovi confini, la cosiddetta linea Curzon.

Dopo un paio di giorni spesi in mercanteggiamenti nelle sale del Cremlino (Molotov voleva qualcosa in più in Ungheria e in Iugoslavia, Eden era disposto a concedere qualcosa in Bulgaria e Romania, ma non in Iugoslavia) l'accordo per i cinque paesi fu concluso. Gli alleati ottenevano un'influenza del 90% in Grecia, del 50% in Iugoslavia, del 20% in Ungheria e in Bulgaria e del 10% in Romania. Harriman, l'osservatore americano, disse allora, e ribadì sconsolato anni dopo nelle sue memorie, di non aver mai capito cosa diavolo si volesse ottenere con quelle percentuali. Una divisione di territori? Una spartizione in sfere di interesse? Un controllo sulla formazione dei nuovi governi nei paesi in esame?

Forse, come ha osservato lo storico Bruno Arcidiacono in un dettagliato saggio sulla vicenda, si voleva fare riferimento al ruolo delle Commissioni alleate di controllo nei cinque paesi. Ma, più ancora, creare "uno strumento atto a distogliere i russi dal normalizzare (cioè dal 'comunistizzare') i territori che controllavano militarmente, sfruttandovi appunto la presenza delle loro truppe nel corso del periodo armistiziale. E lo strumento stava proprio nel rivelare al Cremlino in termini facilmente comprensibili quali fossero i disegni britannici in ognuno di quei paesi. Non si trattava insomma per l'Inghilterra di abbandonare al loro destino Bulgaria, Ungheria e Romania, di svenderle ai sovietici in cambio della tranquillità in Grecia, ma di far sì che i sovietici, durante quei giorni critici, non favorissero i comunisti locali né in Grecia né altrove. [...] insomma, il patto delle percentuali mirava non a spartire i Balcani ma a evitarne una spartizione irreversibile, secondo frontiere politico-ideologiche".
Del resto, Churchill stesso lo spiegò con la consueta lucidità in una lettera a Londra vergata poco dopo la conclusione della trattativa: "Il metodo delle percentuali non mira affatto a stabilire il numero dei rappresentanti che siederanno nelle commissioni per i vari Paesi balcanici, ma piuttosto a esprimere l'interesse e l'animo con cui i Governi di Gran Bretagna e dell'Unione Sovietica si accostano ai problemi di tali Paesi; esso mira a permettere che i due Governi possano scambiarsi reciprocamente le loro intenzioni in modo facilmente comprensibile. Non vuole essere niente di più che un orientamento e naturalmente non impegna in alcun modo gli Stati Uniti, né cerca di creare un sistema rigido di sfere di interessi. Esso può tuttavia aiutare gli Stati Uniti a intendere l'atteggiamento dei loro due principali alleati rispetto a queste regioni quando siano considerate nel loro insieme".

Churchill ripartì alla volta di Londra il 18 ottobre visibilmente soddisfatto. I dieci giorni a Mosca, scrisse, erano stati punteggiati da lunghissime feste fino alle prime ore del mattino e "da numerosi e cordialissimi brindisi". Nella lettera di commiato a Stalin, invero piuttosto formale, la seconda metà del testo è completamente dedicata a lodare l'ospitalità russa, "giustamente famosa", e che "ha superato sé stessa in occasione della nostra visita. [...] Tanto a Mosca quanto in Crimea, dove abbiamo trascorso alcune ore deliziose, è stato fatto tutto il possibile perché io e i componenti della missione ci trovassimo a nostro agio".

Se non ci è difficile immaginare un gaudente Churchill apprezzare i piaceri della tavola offerti dal regime sovietico, desta invece qualche perplessità un'altra lettera, indirizzata a Roosevelt pochi giorni dopo. Vi si spiega l'esito dei lavori, ritenuto ampiamente positivo, fatta eccezione per la questione polacca ancora aperta. Ma poi la missiva continua così: "Zio Joe [era il nomignolo dato a Stalin; n.d.a.] desidera che Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria costituiscano una serie di Stati indipendenti, antinazisti e filorussi; i primi due potrebbero anche fondersi. Contrariamente alle opinioni da lui espresse in precedenza, sarebbe lieto di vedere Vienna diventare capitale di una federazione di Stati tedeschi meridionali, comprendente Austria, Württemberg e Baden". In quell'accenno agli stati "indipendenti, antinazisti e filorussi" c'è forse la consapevolezza che al di là di ogni trionfalismo la conferenza in effetti aveva reso meno del previsto: la Grecia e nulla più.
Con la fine delle conflitto la temperatura tra i due alleati salirà vertiginosamente, vanificando la brillante trattativa delle percentuali. E il naughty document, il documento sconveniente sull'Europa centrorientale e i balcani non avrà più valore di quello che Hitler diede a Chamberlain a Monaco nel 1938.



2Il 27 dicembre 1940 fu firmato il famoso Patto a tre fra Giappone, Italia e Germania. La Russia non fu tra i firmatari, ma iniziarono fra la Russia e la Germania lunghe trattative concluse con l’invio da parte della Germania all’URSS di una bozza di trattato e di protocolli segreti aggiuntivi specificando gli scopi della collaborazione fra Germania, Russia, Italia e Giappone. Per quest’ultimo, tuttavia sarebbe stato inevitabile entrare in guerra a fianco di Germania e Italia e in tale prospettiva il ministro degli esteri giapponesi Matsuoka si illuse di poter assicurare la neutralità dell’URSS firmando un trattato con il ministro sovietico Molotov.


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