L'evoluzione della concezione umana del Tempo




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L'evoluzione della concezione umana del Tempo

(Attraverso Seneca, Bergson e Einstein)







La filosofia antica

Anassimandro: frammenti di filosofia sul tempo

Zenone: paradossi sul tempo

Aristotele: il tempo è "il numero del movimento secondo prima e poi"

La parentesi filosofico-letteraria latina

Orazio: Il "Carpe diem"



Seneca: "de brevitate vitae". La durata della vita. La vita del saggio nella ricerca del secessus e dell'otium letterario. La condanna degli "occupati"

La filosofia cristiana

La Bibbia: il tempo di Dio



S. Agostino: L'unico tempo del presente, il tempo dell'anima

La fisica classica

Newton: il tempo e lo spazio assoluti



La filosofia moderna

Kant: L'intuizione pura del tempo



Bergson: Tempo spazializzato e tempo della coscienza. Durata e Estensione. Intelligenza e intuizione, le facoltà per comprendere il tempo.

La fisica moderna

Einstein: La relatività ristretta. Dilatazione dei tempi. Contrazione delle lunghezze. Velocità relativa. Simultaneità nei sistemi di riferimento.

Fonti: "Latina3" Garbarino, Pasquariello; "De brevitate vitae" Seneca; "DialogosF" Cioffi, Gallo, Luppi, Vigorelli, Zanette; "Filosofia e dintorni" Chiauzza; "Saggio sui dati immediati della coscienza" Bergson; "Invito alla fisica3" Tipler;

Jacopo Grassi VD, Giugno 2011


Cos'è il tempo?

Il tempo è un concetto intuitivo, possiamo classificare gli eventi che accadono in base ad un ordine temporale e stabilire successioni di essi sin da bambini; sin da piccoli riusciamo a stabilire la simultaneità e la durata relativa di due o più eventi e attraverso la noia e la felicità elaboriamo il concetto di tempo sprecato e usato bene, ma darne una definizione risulta in realtà un compito arduo.

Per questo, come diceva Agostino da Ippona sulla domanda cos'è il tempo: "Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so"

Proprio per questo il tempo è uno degli elementi che per primo viene analizzato in molte "rivoluzioni filosofiche".



Seneca: La vita è lunga, basta non sprecarla

Lucio Anneo Seneca è considerato l'unico vero filosofo della Roma antica, famoso per essere il precettore di Nerone operò in politica anche durante l'impero di Caligola e Claudio; il rapporto di questo filosofo con gli imperatori è segnato da molti scontri che lo portarono ad un suicidio forzato ordinato da Nerone stesso.

Soprattutto dopo il secessus dalla vita politica Seneca si dedica alla filosofia; il tema del tempo è trattato dal punto di vista pratico, più che teorico, come si addice alla cultura propria dei Romani, e a questo scopo sono deputati il De Brevitate Vita e alcune delle Epistulae ad Lucilium.

Il filosofo romano per esporre la propria dottrina, sfrutta un impianto diatribico, si rivolge a Paolino nel brevitate vita e a Lucilio nelle epistole presentandosi come un insegnante che parli al proprio discepolo, e come un insegnante sfrutta degli artifici per mantenere viva l'attenzione dell'allievo e imprimere gli insegnamenti nella sua memoria.

A tale scopo Seneca riporta nello scritto tutti gli strumenti espressivi dell'oratoria, creando discorsi appassionati e non indulgendo in un gergo troppo aulico; inoltre il filosofo correda le proprie teorie di numerosi esempi pratici e riassume i concetti chiave in sententiae concise e facili da ricordare grazie a figure retoriche come parallelismi, chiasmi, anafore; questo si riflette su una composizione dei testi fatta di brevi proposizioni paratattiche e collegate talvolta per asidneto.

Le espitole a Lucilio sono caratterizzate anche da un tono colloquiale, con frequenti riferimenti alla vita quotidiana del filsofo e di Lucilio stesso, che rispondeva a queste epistole, si nota inoltre una crescente complessità dei temi trattati e del gergo filosofico, come un accompagnamento dell'apprendimento di Lucilio.



Per analizzare lo stile e le tematiche di Seneca ho scelto un brano tra i capitoli iniziali del "de brevitate vitae":

Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens vulgus ingemuit; clarorum quoque virorum hic affectus querellas evocavit. Inde illa maximi medicorum exclamatio est: "vitam brevem esse, longam artem". Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conveniens sapienti viro lis: "aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare". Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus brevem vitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet.

La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta per l’avarizia della natura, perché veniamo al mondo per un periodo troppo breve di tempo, perché questi intervalli di tempo a noi concessi scorrono tanto velocemente, tanto rapidamente, al tal punto che, se si fa eccezione per pochissimi, la vita abbandona gli altri proprio mentre si stanno preparando a vivere. Né di questo male comune a tutti, come ritengono, non si lamentano solo la massa e il volgo sciocco; questo stato d’animo suscitò le lamentazioni anche di uomini illustri. Da qui quella famosa esclamazione del più grande fra i medici: "La vita è breve, l’arte (della medicina) è lunga"; da qui la controversia, niente affatto conveniente ad un uomo saggio, di Aristotele, che disputa con la natura: "Essa ha concesso agli animali tanto tempo, che vivono cinque o dieci generazioni l’uno, mentre all’uomo, che è nato per tante e tanto grandi imprese, è fissata una fine ben più vicina". Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. Ci è stata data un vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è gia passata essa che non capivano che stesse passando. È così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma l’abbiamo resa (tale), e non siamo poveri di essa ma prodighi. Come ricchezze notevoli e regali, quando sono giunte ad un cattivo padrone, in un attimo si dissipano, ma, sebbene modeste, se sono state consegnate ad un buon amministratore, crescono con l’uso, così la nostra vita dura molto di più per chi la dispone bene.
Il pensiero Senechiano sul tempo è di facile comprensione, secondo il filosofo romano il tempo concessoci dalla vita è bastevole se non viene sprecato, come fanno gli "occupati", questi infatti non usano il tempo concessogli in maniera degna, così perdono il possesso del proprio tempo, il passato che è memoria gli diviene ostile perchè ricorda loro lo spreco della vita, il presente è dominaot dagli impegni sociali, politici, economici e il futuro risulta il luogo in cui rimandare ciò che va fatto oggi.

Infatti Seneca in un epistola scrive: "vindica te tibi, et tempus" riappropiati di te stesso e del tempo.

Le attività invece che secondo il filosofo rendono la vita degna di essere vissuta sono poche, sono quelle scisse dalla vita politica e sociale, sono quelle tipiche dello stoico, sono cioè lo studio, la meditazione e il raggiungimento dell'"autarkeia", tramite soprattutto l'"otium" letterario, al quale Seneca stesso si è dedicato troppo tardi, egli si è accorto dei propri errori e ora tenta di non farli commettere a Lucilio e ai suoi lettori.

Infine, come emerge dalle Epistole a Lucilio, il filosofo si sente pronto alla morte, che è vista come un passo necessario e non spiacevole per chi ha vissuto bene e del quale non bisogna aver paura.



Filosofia del tempo e Bergson: Tempo della scienza e tempo della coscienza

Pur essendo importante capire come fruire del tempo dal punto di vista pratico, il dilemma filosofico vero e proprio si ha sulla definizione stessa del tempo, è esso accidente o sostanza? È esso soggettivo o oggettivo? Finito o infinito? Passato, presente o futuro?

I quesiti sul tempo risalgono al primo frammento di filosofia pervenutoci, un testo di Anassimandro.

Nell'antica Grecia il concetto di tempo è mutato varie volte, il primo che ne fece un'analisi approfondita fu Parmenide, che, poichè l'essere è e non è possibile che non sia, allora non può esistere il divenire e quindi nemmeno il tempo, che è solo una nostra illusione.

Successivamente Platone prova a riscattare, almeno in parte, l'idea di tempo, benchè il mondo delle idee, erfettamente ordinato, non abbia un ordine temporale, la creazion del nostro mondo da pare del demiurgo ha portato con sè il tempo a dare ordine al mondo tangibile.

Aristotele si pone in un ottica che definiremmo più scientifica, identifica il tempo attraverso il movimento secondo il prima e poi, instaurando così un legame fortissimo tra tempo e movimento, che sarà difficile spezzare nelle filosofie future; Aristotele si rifà ovviamente al movimento degli astri e concepisce un tempo assoluto, però riconosce in seguito che per classificare il prima e il poi abbiamo bisogno di qualcos'altro, di un anima.

Agostino da Ippona dedica un'intero capitolo delle confessioni al problema del tempo, giungendo alla conclusione che il passato non è più e il futuro non è ancora, essi sono il ricordo e l'indizio, il solo tempo che viviamo è il presente, ma un presente che non ha estensione, che è un attimo e quindi in realtà non identificabile; la conclusione di S.Agostino è che il tempo in realtà è dettato dall'anima.

Un passo avanti nella sfida per la comprensione del tempo viene fatto da Kant; il filosofo critico tedesco concepì il tempo come un intuizione pura, un'idea che è innata negli esseri umani, in tutti e in maniera uguale e che permette, assieme all'altra intuiione pura, lo spazio, di analizzare il resto dello scibile.

Una rivoluzione della concezione di tempo però viene attuata da Henri Bergson, un filosofo francese, premio nobel, che lavorò negli ultimi decenni del 1800 e nei primi del 1900, che, prendendo le mosse ma alla fine opponendosi alla corrente positivista che lo precedeva, elabora un' idea di tempo divisa in due parti, il tempo della scienza e il tempo della coscienza, rappresentate dal filosofo rispettivamente come una collana di perle e un gomitolo di lana.

Il tempo della scienza, la collana di perle, spiega Bergson, è utile per descrivere gli eventi fisici essendo discontinuo, reversibile e quantitativo, caratterizzato da quella che il filosofo definisce "durata"; questo tempo ha origine dall'intelletto, la forma di ragionamento che ha il suo apice nell'uomo e che permette la creazione di oggetti e strumenti.

Tuttavia tale tempo è definito spazializzato, fin da Aristotele e anche prima esiste una concezione di tempo spazializzato, ovvero l'erronea convinzione che questo sia tempo, mentre in realtà è un modo particolare di usare lo spazio; come le lancette dell'orologio che rappresentano il tempo tramite una posizione spaziale.

Il vero tempo, secondo Bergson, è il tempo della coscienza, il gomitolo di lana, questo tempo è qualitativo, continuo, e soprattutto irreversibile; il tempo della coscienza è caratterizzato dall'"estensione", non tutti gli attimi sono uguali, per questo serve un'analisi qualitativa, alcuni durano di più, altri meno, a seconda delle caratteristiche della nostra coscienza, che è influenzata da ogni sensazione e sentimento.

Il tempo della coscienza è come una valanga, non può essere frazionato, dipende da se stesso ma è sempre diverso e risulta impossibile richiamarne una parte, se non con metodi particolari, attraverso quella che il filosofo Francese definisce "intuizione".

L'intuizione è, per Bergson, una fusione dell'intelletto e dell'istinto, carattere dominante negli animali e che si esprime al meglio negli insetti organizzati; egli la definisce come una "simpatia che ci trasporta all'interno di un oggetto per coincidere con quello che esso ha di unico" cioè, per il filosofo francese è quella capacità che ci permette, senza nessuna ascesi mistica, di analizzare al meglio le caratteristiche di un oggetto evidenziandone le singolarità; quindi tramite l'intuizione è possibile rivivere quegli eventi che albergano nella nostra memoria in maniera completa; tramite l'intelletto è infatti possibile solo il ricordo, ovvero la rielaborazione della memoria completa in funzione della situazione contingente.

Bergson influenzerà fortemente il pensiero del ventesimo secolo e ne è un esempio "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust che si basa su questa concezione del tempo e della memoria di Bergson.
Einstein: La relatività ristretta

Nello stesso periodo in cui Begson esponeva le sue teorie un altro premio nobel si impegnava nel dare una svolta alla fisica per come la conoscevano nel 1800.

Nel 1905 veniva sviluppata la teoria della relatività ristretta e nel 1916 quella della relatività generale.

Negli ultimi anni del 1800 gli scienziati credevano di possedere tutte le chiavi del mondo fisico, grazie ai lavori di Maxwell e Newton, ma Albert Einstein e con lui Planck, Rutherford, Schrodinger rivoluzionarono la fisica, cambiando le basi stesse di questa scienza.

Se Bergson aveva proposto l'esistenza di un tempo non lineare, soggettivo, ma aveva accettato l'uso del tempo spazializzato per le scienze, Einstein cercò di abbattere quest'ultimo principio.

Dagli studi compiuti sull'elettromagnetismo lo scienziato svizzero postulò l'indipendenza della velocità della luce dalla sorgente e dall'osservatore, ovvero l'universalità della misura della velocità della luce, postulato confermato dagli esperimenti di Michelson e Morley; questo, assieme al postulato newtoniano di impossibilità di identificazione del moto assoluto portò Einstein alla formulazione della relatività del tempo misurato.

Per trovare l'equazione che mette in relazione il tempo misurato tra due sistemi di riferimento in moto possiamo provare con un semplice esempio. Se si considerano due sistemi di riferimento, S e S' in moto l'uno rispetto all'altro di velocità costante v, un evento, poniamo un lampo di luce, in S vede la luce dell'evento rimbalzare su uno specchio in S e tornare indietro lungo una retta, per cui avremo 2d=c*t. Con t=tempo di tragitto evento-evento e d=distanza specchio-evento.













Nel sistema di riferimento S' la luce avrà colpito lo specchio in un punto r=v*t'/2 e tornerà all'origine nel punto r'=v*t'; quindi la traiettoria compiuta dalla luce risulta una linea spezzata e metà dello spazio percorso, tramite pitagora l2=d2+(v*t'/2)2 e l=c*t'/2 da cui ottengo: (c*t'/2)2=d2+(v*t'/2)2.
















Ricavo t'2=4d2/(c2-v2) sostituend d=c*t/2 ottengo t'=t/(1-v2/c2), 1-v2/c2 è chiamato γ.

Questo avviene perchè abbiamo presupposto che la luce viaggi alla stessa velocità per entrambi gli osservatori, quindi il tempo nel sistema S' che si muove rispetto a S risulta accelerato, rispetto a quello di S che ritarda, per così dire,ma il tempo misurato in S, nel quale la luce o l'evento, torna o avviene nello stesso puto è il minore che si possa misurare ed è detto tempo proprio.

Dalla formula matematica si possono ricavare subito importanti conclusioni, se v si avvicina a c la frazione tende a 0 rendendo il tutto privo di significato, quindi è impossibile raggiungere c, tantomeno superarlo, inoltre per valori di v che a noi sembrano alti, come la velocità del suono nell'aria di 3*102m/s sono, rapportati a c=3*108m/s rendono l'equazione t'=t, per questo la fisica classica ci fornisce una buonissima approssimazione su quasi tutti gli eventi che esaminiamo sulla Terra.

La dilatazione del tempo non è l'unica conseguenza dei postulati einsteniani, ma vi è anche la contrazione delle lunghezze.

Anche in questo caso esiste una lunghezza propria, ottenuta quando il corpo esaminato è in quiete rispetto al sistema di riferimento,

Posto un regolo fermo in un piano di riferimento S con L=x1+x2, proviamo a misurarne la lunghezza L' su un sistema di riferimento S' in moto con velocità v rispetto a S.

























Essendo gli osservatori d'accordo sulla velocità relativa v su S si vedrà che il tempo impiegato da S' a passare da x1 a x2 è t, mentre secondo S', come spiegato in precedenza questo tempo è t', se quindi per S L=v*t per S' L'=v*t'; allora avremo L'=v*t/γ quindi L'=L/γ.

Sorgono però anche dei problemi riguardo alla relatività, poichè non è possibile, secondo i postulati einsteniani, stabilire il moto assoluto, è possibile per un corpo viaggiare a 2/3c rispetto ad un altro e questo a sua volta a 2/3c nella stessa direzione rispetto ad un altro ancora; la somma delle velocità darebbe 4/3c, impossibile, visto che c è irraggiungibile; infatti anche le equazioni delle velocità relative hanno subito cambiamenti da quelle classiche:

la velocità u di un corpo che si muove di velocità v' rispetto ad un piano che si muove di velocità v è u=(v'+v)/(1+v*v'/c2); questo impedisce di registrare velocità pari o superiori a c e per valori piccoli di v la nuova equazione è uguale a quella classica.

Un concetto importante per comprendere a fondo quanto detto finora è quello di non simultaneità.

In pratica due eventi simultanei in un sistema di riferimento non lo sono in nessun altro che sia in movimento rispetto a questo.

Per darne una dimostrazione logica possiamo usare un esempio che fece Einstein stesso, preso un treno fermo in S' e una stazione, ferma in S, che sono in moto tra loro, si può dire che un evento accade contemporaneamente in A' e B', estremità del treno, se un osservatore in C', punto medio del treno, vede gli eventi accadere nello stesso istante(per altri punti bisognerebbe tenere conto del tempo che impiega la luce ad arrivare).

Se quando il treno passa dalla stazione due fulmini colpiscono treno e marciapiede nello stesso istante nei punti A' e B' del treno e A e B della stazione per l'osservatore in S, ciò non accade in S'.

















Infatti secondo l'osservatore in S la luce dei 2 fulmini si propaga alla stessa velocità verso C', ma questi si muove verso B e incontrerà prima tale luce.

Questo è quello che accade a C', ma se C' vede un evento prima di un'altro allora significa che i 2 eventi non sono simultanei, non per lui almeno, l'osservatore in C' vedrà accadere prima l'evento in B, poi quello in A, infatti per lui il tratto A'B' è più lungo di quello AB, come abbiamo dimostrato prima, quindi A' passerà per A e sarà fulminato solo dopo B'.

L'orologio che misura l'evento inseguitore(B) anticipa di una quantità data dalla formula t=L*v/c2.



Jacopo Grassi VD U.DINI

Pisa, giugno 2011


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