Il Sogno Verde del 1910 Veridico e Vero perchè contiene Verità




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Il Sogno Verde del 1910
Veridico e Vero perchè contiene Verità

In questo sogno tutto apparisce sublime; il senso apparente non e’ indegno di quello che si nasconde; la verità vi brilla da sè stessa con tanto splendore che non e’ difficile scoprirla attraverso il velo di cui si e’ preteso servirsi per mascherarcelo. 

Io ero immerso in un sonno profondissimo quando mi sembrò di vedere una statua alta quindici piedi circa, rappresentante un Vecchio Venerabile, bello e perfettamente proporzionato in tutte le parti del suo corpo. Aveva dei lunghi capelli d’argento tutti ondeggiati; gli occhi erano di fine turchine, in mezzo ad essi erano incastrati carbonchi così splendidi che non se ne poteva sostenere lo sprazzo. Aveva le labbra d’oro, i denti di perle orientali e tutto il corpo di rubino scintillante. Toccava col piede sinistro un globo terrestre che pareva lo sostenesse: avendo il braccio dritto elevato e teso sembrava sorreggere sull’estremità delle dita un globo celeste di sopra la sua testa e con la mano sinistra teneva una chiave di grosso diamante grezzo. 

Quest’uomo avvicinandosi mi disse: “Io sono il Genio dei saggi, non temere di seguirmi”. Poi, prendendomi pei capelli con la mano in cui teneva la chiave, mi sollevò e mi fece attraversare le tre regioni dell’Aria, quella del Fuoco e i Cieli di tutti i pianeti. Mi trasportò ancora più in là, poi avvoltosi in un turbine disparve e mi trovai in un isola galleggiante su di un mare di sangue. Meravigliato di trovarmi in paese così lontano, camminai sulla riva e, considerando questo mare con una grande attenzione, vidi che il sangue di che si componeva era vivo e caldo. Notai anche che un vento dolcissimo, che l’agitava senza posa, ne intratteneva il calore e vi eccitava un bollore che dava a tutta l’isola un tremito quasi impercettibile.

Preso d’ammirazione per cose così straordinarie, cominciai a riflettere su le tante meraviglie, quando scorsi molte persone al mio lato. M’immaginai dapprima che volessero maltrattarmi e mi rifugiai in una macchia di gelsomini per nascondermi, ma il loro olezzo mi addormentò, fui scoperto e preso. 

Il più grande della brigata, che mi sembrava comandasse gli altri, mi domandò fieramente chi m’avesse fatto così temerario da venire da paese inferiore in questo altissimo impero. Io gli raccontai in qual modo v’era stato trasportato e subito questo uomo, cangiando improvvisamente di tono e di modi, mi disse: “Sii il benvenuto tu che fosti condotto qui dal nostro altissimo e potentissimo Genio”. Poi mi salutò e tutti gli altri in seguito mi salutarono secondo il loro costume, che e’ di coricarsi sul dorso, poi mettersi a ventre per terra e ritornare in piedi. Risposi al saluto secondo le mie abitudini. Egli mi promise di presentarmi all’Hagacestor che e’ il loro imperatore. Si scusò di non aver vettura per portarmi in città da cui eravamo lontani una buona lega. Durante il cammino non mi parlava che della potenza e della grandezza del loro imperatore, che possedeva sette regni e questo aveva scelto in mezzo agli altri per farne sua dimora abituale. 

Notò ch’io camminavo con difficoltà sui gigli, le rose, i gelsomini, i mughetti, le tuberose e una quantità prodigiosa di fiori delle specie più rare e più belle, e che crescevano sulla via; e mi domandò sorridendo se io temessi di far male a quelle piante. Risposi di saper bene che in quelle non vi era anima sensitiva; ma, essendo rarissime nel mio paese, io ripugnavo a calpestarle. 

Non scoprivo per tutta la campagna che fiori e frutta domandai dove seminassero il grano. Mi rispose ch’essi non lo seminavano e che lo trovavano in grande copia nelle terre sterili e che l’imperatore ne faceva gittare la più gran parte nei nostri paesi in basso per farci piacere e le bestie mangiavano quello che ne restava. Per loro uso facevano il pane coi fiori più belli che impastavano con la rugiada e lo cocevano al sole. E, poichè io vedevo dappertutto una così prodigiosa quantità di frutti bellissimi, ebbi la curiosità di prendere alcune per mangiarle.

Costui volle vietarmelo assicurandomi che solo le bestie ne mangiavano, ma io le trovai di un gusto ammirevoli. Allora mi regalò delle pesche, dei melloni e dei fichi come non se ne sono mai visti in Provenza, in Italia e in Grecia di gusto così squisito. Mi giurò che queste frutta si producevano senza coltivazione alcuna ed assicurandomi ch’essi non mangiavano nessun’altra cosa col loro pane. 

Domandai come potessero conservare fiori e frutta durante l’inverno. Mi disse che non conoscevano gli inverni, che i loro anni non avevano che tre stagioni solamente, cioè la primavera e l’estate, e che da queste due si formava una terza, l’autunno, che rinchiudeva nel corpo dei frutti lo spirito della primavera e l’anima dell’estate e che in quest’ultima stagione si raccoglievano i grappoli d’uva e la melagrana, che erano i più buoni frutti del paese. 

E appena io gli dissi che noi ci cibavamo di carne di bue, di montone, di selvaggina, di pesce e d’altri animali si mostrò stupefatto, e volle dirmi che noi dobbiamo avere un intelletto abbastanza grossolano, ingozzando alimenti così materiali. Io l’ascoltavo con grande attenzione e non m’annoiavo per niente ad imparare cose così belle e curiose, ma invitato a considerare l’aspetto della città, da cui non eravamo lontani che un duecento passi, non ebbi tosto levati gli occhi per guardare che non vidi più niente diventando cieco, della qual cosa il mio compagno e il seguito presero a ridere. 


Il dispetto di vedere che costoro si divertivano alle mie spalle mi faceva più soffrire della mia disgrazia. Se ne avvidero che i loro modi non mi facevano contento e colui che aveva sempre preso cura di me, mi consolò esortandomi ad avere un po’ di pazienza e assicurandomi che in un attimo avrei recuperato la vista; poi corse a prendere un’erba, con cui mi stropicciò gli occhi, ed io vidi subito la luce e lo splendore di questa superba città della quale tutte le case erano di cristallo purissimo che il sole rischiarava continuamente perchè in quest’isola non v’era mai notte. Non mi si volle permettere di entrare in nessuna di queste case, ma di vedervi quello che succedeva di dentro attraverso le mura trasparenti. Esaminai la prima casa identica a tutte le altre, formata di un sol piano, composto di tre appartamenti ognuno di più camere e camerine. 

Nel primo appartamento appariva una sala ornata di un parato di Damasco, tutto ornato di un gallone d’oro bordato di un sottile crespo anche d’oro. Il fondo di questa stoffa era cangiante di rosso e di verde con rilievo d’argento finissimo e tutto ricoperto di un velo bianco. In seguito erano alcune camerette tempestate da gioielli di colori differenti, poi si scopriva una camera tutta addobbata di un bel velluto nero bordato da molte strisce di raso nerissimo e lucentissimo, il tutto spiccava per un ricamo di perle nere ancora più brillante e splendente. 

Nel secondo appartamento si vedeva una camera tappezzata di seta bianca cosparsa di perle orientali rarissime. In seguito v’erano molte camerette parate da più colori, in raso azzurro, in damasco violetto, in seta citrina e incarnata. 

Nel terzo appartamento era una camera parata d’una stoffa smagliantissima di porpora a fondo di oro più bella e più ricca di fronte alle altre stoffe già vedute. 


Io mi domandai dove erano il signore e la signora di quella casa.: mi si rispose che si erano nascosti in fondo di questa camera, e che essi dovevano ancora passare in un’altra più lontana, separata da queste da alcune comunicazioni e che gli ornamenti erano di colori tutti differenti, gli uni color isabella, gli altri seta verde, altri di broccato d’oro. 

Non potevo vedere il quarto appartamento perchè doveva essere indipendente, ma mi si disse che consisteva in una camera la cui tappezzeria era un tessuto di raggi di sole i più puri e i più concentrati in questa stoffa di porpora che allora avevo visto. 


Dopo tutte queste curiosità mi insegnò come facevano i matrimoni fra gli abitanti di quest’isola. 
L’Hagacestor, conoscendo perfettamente l’indole e i temperamenti di tutti i suoli sudditi dal maggiore all’ultimo, riunisce i parenti più prossimi e mette una giovanetta innocente e pura con un buon vecchio sano e vigoroso: poi monda e purifica la Giovane, lava e netta il Vegliardo che presenta la mano alla Giovane, e La Giovane prende la mano del Vecchio. Poi li si conduce in uno di questi alloggi, di cui si suggella la porta con gli stessi materiali di cui la casa e’ stata fatta, e bisogna che restino così chiusi insieme nove mesi tutti interi durante questo tempo fanno tutte le belle tessiture che m’han fatto vedere. 

Alla fine di questo termine essi escono tutti e due uniti in un medesimo corpo e, non avendo più che un’anima, non sono più che Uno di cui la potenza e’ molto grande sulla terra. L’imperatore se ne serve allora per convertire tutti i cattivi che sono nei sette regni. 

M’avevano promesso di farmi entrare nel palazzo imperiale e di farmene vedere gli appartamenti, e un salone tra gli altri in cui sono quattro statue antiche quanto il mondo, delle quali quella che sta nel mezzo e’ il potente Seganissegede che m’aveva trasportato in quell’isola. Le tre altre che formano un triangolo intorno a questo, sono tre donne, cioè Ellugate, Linemalore e Tripsarecopsem. M’avevano anche promesso di farmi vedere il tempio ove e’ l’immagine della loro divinità chiamata Elesel Vassergusine. Ma i galli si erano messi a cantare, i pastori conducevano i loro greggi ai campi e gli operai preparavano i loro carri e fecero un così gran rumore che mi svegliarono, e il mio sogno si dissipò interamente. 

Tutto questo che avevo visto era niente di fronte a ciò che dovevo vedere, non pertanto io mi consolo quando rifletto a questo Celeste Impero, in cui l’Onnipotente appare assiso sul suo trono di gloria accompagnato da Angeli, Arcangeli, Cherubini, Serafini, Troni e Dominazioni: è là che noi vedremo ciò che l’occhio non ha mai visto ed udremo ciò che l’orecchio non ha mai sentito, poichè e’ questo il luogo in cui dobbiamo godere una felicità eterna che Dio stesso ha promesso a tutti quelli che se ne renderanno degni, essendo tutti stati creati per partecipare a questa gloria. 


Facciamo dunque tutti i nostri sforzi per meritarla. 

Lodato sia Iddio

Commento al Sogno Verde

Nel Sogno Verde i personaggi, le statue e le immagini sono con fine intendimento indicati con sei nomi che non appartengono ad alcuna lingua vissuta o viva.

Sembrano parole inventate a capriccio, mentre in realtà non sono che anagrammi di brevi frasi francesi riferibili al Grande Arcano. Due di esse, velanti dei simbolismi come avviene nei nomi biblici, furono riordinate da A. Poisson (Theories et Symboles des Alchimistes, Paris, 1891). Abbiamo dunque:

Hagacestor che può essere tanto un titolo onorifico, quanto Or est chaga, in cui il chaga, forse d’origine, caldea, va lasciato alla intelligenza dei più avanzati.

Seganesside cioè Genie des sages secondo il Poisson.

Ellugate cioè forse Luté egal.

Linelamore cioè probabilmente La loi en mer, sotto intendendo cherchez.

Tripsarecopsem cioè secondo il Poisson: Esprit, corps, ame vale a dire la Trilogia di cui secondo San Paolo è composto l’uomo evoluto.

Elesel Vassergusine cioè Eu serve assurgi le sel, come razionalmente si può supporre.

Ma su questi anagrammi riordinati, sui quali debbo richiamare l’attenzione degli studiosi avanzati, posso per ora soltanto aggiungere che il simbolismo, equivoco sempre, di tutti i maestri alchimisti si riferisce non solamente ai segni corrispondenti al Sogno, ma anche a quelli corrispondenti alla chimica dell’epoca in cui i maestri stessi hanno scritto, ben inteso, più per sé e per gli adepti che per gli altri.

Così il mare di sangue del Sogno sembra fuori dubbio debba corrispondere alla Strage degli Innocenti ordinata da Re Erode e rappresentata argutamente nella prima figura di Nicola Flamel. Il matrimonio non è altro che la rappresentazione parlata del Sole e della Luna che si riscontra in tutte figure del Parnety, e che mira alla formazione dell’Androgino alchimico, cioè del vecchio e della giovane, dell’uomo e della femmina che escono in un sol corpo. Il Periodo dei nove mesi, che corrisponde alla gestazione della donna, non è forse una interpretazione della seconda pagina di Flamel, cioè del serpente che avvolge il tau sacro ?

Con questi dati deve essere facile a chi lo può il dare una interpretazione alle case di cristallo del Sogno per determinare se esse sieno alveari, ovvero corrispondano al fiore o rosa della terza figura di Flamel, oppure agli occhi simboleggianti la visione arcana.

Ma qui siamo sul limitare del Santuario, dove s’impara a guarire ogni male fisico e morale, ed io reverente mi debbo arrestare. Ecco pertanto l’annunciata traduzione dell’importantissimo documento.
Avrei torto, caro Lettore, dopo l’interessamento che hai dimostrato pel Sogno Verde, se di esso io non ti dessi conoscenza intera. Non sono di quella tal genia che nasconde la Luce nei roveti, e che per egoismo, temendo si pervenga a scoprire un incomparabile tesoro, si dilettano a conversare da soli nei loro gabinetti coi libri di venerabili filosofi che custodiscono gelosamente il tesoro medesimo. Né appartengo a quella numerosa classe di persone che non vorrebbe fare un secondo passo per conquistar la Luce, come se in un batter d’occhio si potessero penetrare i misteri della filosofia, la quale poi non è altro che in sostanza un dono che Dio fa a chi più gli piace. Spiritus ubi vult, spirat.

Sebbene non senza difficoltà abbia scoperto questo manoscritto del Sogno, tuttavia non mi lagnerò delle pene sofferte, se saprò che tu lo ricevi di buon grado come io te lo porgo. Mi stimerò pure felice se avrò così trovata l’occasione di far piacere a persone curiose ma di merito elevato, e di dimostrare che non sono nato soltanto per me e per i miei parenti, ma anche pel pubblico e per la mia patria alla quale sono interamente devoto.

Siccome la Medicina (Ermetica) è la mia Scienza, sebbene io non sia, che il più umile dei suoi discepoli, medicusque sim modicus, così credo di non perder tempo quando mi applico a leggere i testi di filosofia ermetica. Invero, sonosi trovati dei rimedi che sarebbero rimasti sconosciuti se non si fosse eseguita esattamente l’Anatomia dei Misti, ed io stesso ho già avuta la fortuna di riuscire a comporne qualcuno nuovo. Questo sia detto a gloria di Dio ed a sollievo degli infermi.

Mi pare inutile la ricerca dell’origine del Sogno Verde: basti a noi il ritrovare in esso la pratica della Pietra Vegetale. Così non credo necessario tesserne l’elogio; basterà solo ricordare che il Trevisan ne parla nel punto culminante del suo Trattato di Alchimia per delucidare ciò che intende spiegare a noi. Questo filosofo è una eccellente garanzia, perché, sul comune consenso di persone sagge che si applicano all’occulta filosofia, gli si possa credere sulla parola. Si pretende, forse a ragione, che egli stesso sia l’autore del manoscritto, e che l’originale venne redatto in tedesco; altri però vogliono sia stato scritto in italiano, ma per me, checché se ne dica, non l’ho trovato che nella mia lingua francese. Ed è il Sogno Verde congiunto al Testo d’Alchimia perché ne forma l’ultima parte. I due lavori poi sono così chiari, per chi li sa comprendere, che su di essi non è necessario il dare alcuna spiegazione.

Tuttavia essendo scopo principale dell’autore di esporre il suo Sogno per mezzo di enigmi, specialmente nella parte che riguarda la prima operazione, così oso argomentare che il mio lettore non sarà meravigliato se di sfuggita dico ancor io ciò che penso della stessa prima parte della Grande Opera, sulla scorta delle Luci con cui piacque a Dio di illuminarmi. Spero anzi che se io andrò errato in qualche punto, si avrà la cortesia di avvertirmene, affinché possa correggermi, e se nel mio dire vi sarà qualche lacuna il vero saggio avrà per me gli stessi sentimenti che io nutro per coloro che da questo trattatello sono spinti sul retto e vero cammino.

Attesto adunque che tutto il frutto da me raccolto nella lettura dei lavori manoscritti e stampati dei veri filosofi consiste nell`avere imparato che il Dio Onnipotente Iehovah, primo principio di tutte le cose, avendo deciso di creare il mondo, ab initio di tutta l’eternità, come effetto del suo proprio amore in unione alla sua volontà, tirò dall’infinito tesoro della sua essenza e del suo divino esemplare, un Caos, prima origine di tutte le creazioni, ossia come dice la Sacra Scrittura una Terra inanis et vacua, la quale non era ancora ridotta in forma essenziale ed in cui erano racchiuse tutte le cose del mondo, allo stesso modo che in un piccolo seme di nocciolo è racchiusa tutta la sostanza e tutta la forma di un grosso albero con le sue radici e foglie, il suo fusto, i suoi rami, fiori e frutti; nella qual Terra, dico, erano nascoste, per estrinsecarsi poi, tutte le cose sensibili che dallo stato potenziale dovevano passare a quello di attività, per vegetare, fiorire e fruttificare a seconda del tempo assegnato a questi fenomeni.

Il Creatore col mezzo della sua divina provvidenza mandò a riposare sulle acque uno spirito semplice ed indivisibile, per riscaldare e rendere tutte le cose feconde. Egli cominciò a vivificarle, a farle muovere, e via via diede ad esse la perfezione. Ben presto apparve la Luce che è il più puro di tutti gli esseri creati, che è, per esprimersi filosoficamente, uno spirito vivificato e vivificante, il quale servì al Signore per estrarre tutte le produzioni dalla Terra, la quale obbediente partorì per l’effetto dell’ardore di cui Egli l’aveva riscaldata. Fu allora che questa Luce congiunta a quella del Sole lanciò le sue influenze dal Mondo Sopraceleste al Celeste, e dal Celeste al Firmamentale. In seguito il Sole continuò a portare i suoi raggi sopra tutte le parti del Mondo, facendo il suo corso ordinario e girando nella sua sfera; in tal modo s’insinuò colla sua attività penetrativa nelle parti più nascoste e secrete, pervenendo sino al centro della Terra, attiratovi dalla calamita di ciascun Misto e vi si corporizzò.

La Terra poi ritenendo questo calore, che era passato attraverso tutto il suo spessore, lo coagulò nel suo centro in forma di un fuoco acquoso, ossia di un’acqua ardente, o meglio di un Sole sottile, il quale volendo ritornare al suo centro di origine, com’era legge di Natura, fu ritenuto dalle matrici mentre montava in alto. E perché queste matrici avevano nella loro specie una virtù particolare per ciascuna, nell’una si determinò una cosa e nella successiva un’altra, generando in seguito e sempre i loro simili e null`altro che i loro simili. Così di matrice in matrice, arrestandosi in una adatta a diventar pietra, divenne pietra, e fermandosi in una che dovesse poi divenire oro, si cambiò in oro; così delle altre tutte incessantemente dal centro della Terra alla superficie periferica sino alla consumazione dei secoli. Se adunque questa Essenza Spirituale è sottile, passa alla superficie della Terra e fa germogliare i semi secondo il loro genere; ma se al contrario resta al centro della Terra, vi incontra una natura grassa alla quale si unisce per formare il corpo della natura minerale che ad essa è appropriata. É questo il corpo che apparisce sotto forma di un certo umore vaporoso e balsamico, nel quale si nasconde secretamente la vita e la conservazione degli individui. In una parola è una sostanza prodotta dalla Natura e che si genera nelle vene minerali, nelle quali bisogna darsi la briga di cercarla.

Avendo adunque conosciuta questa vera materia ho capito che essa doveva essere purificata da sé stessa; cioè che da questa sola materia dovevasi col mezzo di Vulcano tirare il doppio Mercurio di Trevisan, estraendo lo Zolfo dallo Zolfo ed il Mercurio dal Mercurio. Come pure che avendo estratti questi due principi, il fisso ed il volatile, l’acqua ed il fuoco dal Sole, bisognava ridurre il triangolo nel cerchio, e senza cercare altro farne la quadratura. Quindi una materia, un fornello, una digestione.

Tutto proviene da uno; tutto ritorna ad uno. Tale è la sfera del Cielo Saturniano che contiene nel suo cerchio il vero segno dell’unità nella Deità, e la Deità nella Trinità delli Padre, Figlio e Spirito Santo. É così appunto che il divino ternario, congiunto al quaternario, da’ la perfezione al numero settenario. In una parola col mezzo di una armonia misteriosa bisogna proporzionare il punto alle parallele ed il triangolo al quadrato. Cioè separando il puro dallo impuro si deve avere una idea perfetta e ben chiara dell’amore appassionato fra il maschio e la femmina alchimica, che si abbracciano in così stretto amplesso da non poter più essere separati. Si deve adunque, secondo il giusto peso della Natura, farne il matrimonio collo scopo di ottenere una nuova generazione, ponendoli in una prigione nel momento della loro nascita, ed adattando con proprietà i corpi alla capacità del letto loro assegnato, in modo che si possa trattenerli in un calore digestivo conforme a quello che si troverà nel letto medesimo.

Dopo d’aver suggellata la casa col suggello di Ermete, si deve attendere il termine di nove circolazioni; cosicché lo spirito e la materia avendo, ciascuno a loro volta, trionfato, non siano più che una cosa sola e ci facciano pervenire al Mercurio dei filosofi, che rappresenta il fine della prima operazione e da’ il modo di iniziare la seconda; ben inteso dopo che Saturno avrà fatto apparire quella gloriosa Luce, in cui corpo, anima e spirito risusciteranno pieni di gloria in una prima risurrezione, di cui i filosofi hanno così poco parlato nei loro dotti libri, per discorrere soltanto della seconda, della quale io mi riserbo dare maggiori chiarimenti in altra occasione.

Questa è la vera filosofia ch’io professo. Senza di essa non avrei mai imparato a leggere nel gran Libro della Natura, non avrei mai saputo come i sette pianeti influiscono sui corpi inferiori, come i sette metalli attirino reciprocamente i raggi di luce. Senza questa filosofia non avrei mai potuto meditare sullo stato e sul moto degli Astri e sull’accordo degli Elementi con le nature elementari. In una parola è dessa che fa comprendere la nascita, la vita e la morte che fa trovare nel corso di questa circolazione i difetti e le perfezioni delle cose, che da’ la nozione esatta della Creazione del Mondo, svela la causa delle tenebre dell’Egitto, della Luce del Sinai, e della Gloria con la quale devono essere rivestiti i Corpi che risusciteranno nel dì del Giudizio Universale.



Siccome non è che col mezzo della Croce che devono essere provati i veri fedeli, così è a voi fratelli della Vera Rosa Croce che possedete tutti i tesori del Mondo, è a voi che ho ricorso per istruirmi. Io mi sottometto pienamente ai vostri pii e saggi consigli che non potranno essere che buoni, perché so di quanta virtù voi siete dotati più degli altri uomini, so che voi siete i depositari della Vera Scienza, e riconosco che a voi soli debbo tutto ciò che so. Così, potendo io dir di sapere forse qualche cosa, intendo e voglio (a seconda della istituzione da Dio stabilita nella Natura) che il mio sapere torni donde partì, e che le cose da me imparate tornino donde mi sono venute. Tutto è vostro, tutto mi venne da voi, tutto adunque ritorni a voi. Ricevete, o Signori, questo atto di sottomissione che oggi vi faccio; se esso può arrivare sino a voi non dubito che lo riguarderete con occhio benigno, mentre da parte mia, in qualsivoglia parte del Mondo voi siate, vi testimonierò per riconoscenza la venerazione che conservo per le vostre illustri persone.

In questa preziosa prefazione contenuta nel testo di F.A.D.M. “Mausoleo di Parigi durante l’anno 1694 nel di’ settembrino della Esaltazione della Croce” che io ho tradotto e che ogni novizio dovrebbe mandare a memoria, vi sono dei concetti e delle espressioni che a prima vista assumono un carattere di stranezza; ma sappia lo studioso che questi concetti e queste espressioni velano la più sfolgorante delle verità ed i principi della più sublime fra tutte le scienze - che devono rivelarsi a chi se ne renderà degno.


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