Definitivo del 9 marzo 2003




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4.2. L’esperienza di civil law


Negli ordinamenti di civil law non vige un principio di legge né una regola specifica in forza dei quali i genitori sono da ritenersi immuni da responsabilità per gli atti illeciti compiuti nei confronti dei figli.

Tuttavia, lo speciale rapporto familiare che lega genitori e figli ha influito e influisce, nei diversi ordinamenti, sul modo di leggere e applicare le regole in tema di responsabilità civile rispetto a questi atti illeciti.

Così, in Germania non esistono regole particolari che disciplinino gli atti illeciti commessi dai genitori nei confronti dei figli e, dunque, sono astrattamente applicabili le regole generali in tema di illecito. Tuttavia il § 1664 del codice civile tedesco prevede un particolare standard di riferimento nell’accertamento della responsabilità del genitore che compie l’atto illecito, riferendosi alla diligenza normalmente esercitata dal genitore nell’esercizio delle proprie funzioni genitoriali (Patti 1998, 22), ponendo dunque una limitazione a tal responsabilità.


4.2.1 La situazione italiana. Gli atti posti in essere nell’esercizio dello ius corrigendi


Anche nei rapporti tra genitori e figli in Italia per lungo tempo si è riscontrata una sostanziale immunità dei genitori per gli atti illeciti commessi nei confronti dei figli.

Anche in questo caso l’immunità non dipendeva da un chiaro ed espresso principio di diritto, tant’è che non si è mai rinvenuta in questi termini nelle sentenze dei giudici italiani, ma da un fortissimo costume sociale che voleva la famiglia come un “gruppo chiuso” che non lascia trapelare all’esterno le crisi fra i propri componenti, preferendo risolverle in base a regole proprie (Patti 1984, 104).

Non sono tuttavia mancati interpreti che hanno cercato di individuare un fondamento giuridico di tale immunità.

Nell’ambito del nostro ordinamento, stante la base normativa precedente la riforma del diritto di famiglia (art. 318, 319 e 359 c.c.), si è distinto in proposito tra atti illeciti posti in essere dal genitore nei confronti del figlio nell’esercizio del c.d. ius corrigendi dagli atti illeciti commessi in occasioni diverse.

Per gli atti posti in essere nell’esercizio del potere di correzione del figlio si invocava l’immunità del genitore proprio perché questi eseguiva i propri doveri genitoriali di educazione del figlio; questo anche quando la correzione avveniva per il tramite di atti che se posti in essere nei confronti di un estraneo sarebbero stati con sicurezza considerati illeciti. Alla “cattiva condotta” del figlio, ove ritenuto necessario, poteva seguire una violenta reazione del genitore (padre); tale reazione, in quanto diretta al perseguimento del fine indicato dalla legge si riteneva costituire un esercizio legittimo della potestà e come tale non poteva determinare alcuna responsabilità e l’immunità non era che la logica conseguenza della concezione della patria potestà accolta nel codice e dei poteri ad essa connessi (Patti 1984, 102).
Il diritto di correggere spetta […] ai genitori in confronto dei figli, se la legge parla di diritto «di frenare la cattiva condotta» del figlio [art. 319 c.c.]. Deve perciò ritenersi che il potere, nei limiti di un esercizio legittimo, adeguato alle circostanze e al pregiudizio che il genitore vuole evitare al figlio, determini l’immunità per le conseguenze dannose dell’esercizio stesso

(Rescigno 1961, 439).


In seguito alla riforma del diritto di famiglia, la base normativa sopra richiamata è stata profondamente modificata, in quanto è stato abrogato l’art. 319 c.c. e sono quindi venuti meno i riferimenti testuali a cui si poteva fare ricorso per spiegare il fondamento della regola dell’immunità per gli atti dannosi commessi nell’esercizio dello ius corrigendi.
E a ben vedere il mutamento è ancora più profondo di quanto potrebbe risultare dall’abrogazione o dalla modifica di alcune norme di legge, poiché le innovazioni riguardano la stessa visione autoritaria dei rapporti familiari. Se ancora può parlarsi di ius corrigendi dei genitori, certamente questo presenta caratteristiche diverse e ad esso sono connessi poteri coercitivi molto sfumati. In realtà, l’interprete deve studiare il fenomeno muovendo dal superamento della visione autoritaria dei rapporti familiari: il compito educativo viene attribuito al genitore unicamente nell’interesse del figlio. Un atto che determini un danno al figlio non può allora essere normalmente inteso come esplicazione della potestà.

Non varrebbe osservare che il nostro ordinamento punisce l’abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.) e prevede la decadenza dalla potestà (art. 330 c.c.), perché queste costituiscono sanzioni particolari che non escludono il risarcimento del danno. Inoltre, anche quando non ricorrono gli estremi per la configurabilità di tali ipotesi, non si vede perché il figlio debba essere posto in una posizione di disuguaglianza rispetto ad ogni altro consociato

(Patti 1984, 103).
Quanto agli altri atti illeciti posti in essere nei confronti dei figli, ossia quelli non commessi nell’esercizio dello ius corrigendi, l’invocato fondamento dell’immunità era invece un altro, basato su una concezione rigorosamente patrimonialistica dei rapporti familiari in cui il genitore (padre) era sia obbligato al mantenimento dei figli, sia “creditore” di prestazioni di lavoro e di collaborazione da parte dei figli.
Quanto alla responsabilità per gli atti dannosi, non commessi nell’esercizio del ius corrigendi, la conclusione nel senso dell’immunità, più che nell’esigenza di tutelare la pace familiare, potrebbe fondarsi sul dovere di mantenimento che grava […] sui genitori rispetto ai figli. In pratica, normalmente, il risarcimento del danno si realizzerà nell’ambito del dovere di mantenimento (che si estenderà, per esempio, alle cure, all’assistenza, alla degenza clinica); un’altra sanzione a carico del patrimonio […] del padre, sarà la perdita – per un periodo più o meno lungo – dell’apporto di lavoro e, in senso più lato, della collaborazione che […] il figlio, prima di subire il danno, recavano alla comunità familiare. Ad incoraggiare questa conclusione vale anche la norma del codice civile (art. 1916, comma 2°), che esclude l’azione surrogatoria dell’assicuratore quanto a procurare il danno sia stata una persona che viva nella comunità familiare dell’assicurato

(Rescigno 1961, 439).


Si tratta, nonostante l’autorevolezza dell’interprete che si esprimeva in tal senso, di argomentazioni intrinsecamente deboli, che ben sono state successivamente criticate ricollocando il danno subito dal figlio in una corretta ottica risarcitoria, in cui al riconoscimento della responsabilità del genitore deve fare seguito l’obbligo di questi di ripristinare la situazione in cui si trovava il figlio prima di subire il danno e, dunque, di provvedere al risarcimento.
Questa spiegazione non ci sembra del tutto appagante: le eventuali spese sostenute dai genitori, e tantomeno il mancato guadagno, non possono infatti essere considerate un equivalente del risarcimento. L’idea del risarcimento presuppone, come è noto, non soltanto un depauperamento del patrimonio del danneggiante ma soprattutto un arricchimento del patrimonio del danneggiato pari alla perdita subita. I due fenomeni stanno tra loro in un rapporto di necessaria correlazione.

Occorre inoltre ricordare che nella valutazione del pregiudizio risultante da una lesione personale, specialmente con riferimento ad un minore, sono altre le voci maggiormente rilevanti ai fini della quantificazione del danno. In ogni caso le spese costituiscono soltanto una parte del danno risarcibile in base alle regole generali. Ancora, non può escludersi il rifiuto del genitore di garantire l’assistenza necessaria, la possibilità di lesioni che non comportano spese, oppure l’intervento di enti di assistenza. In tutte le ipotesi suddette il risarcimento del danno non potrebbe realizzarsi «nell’ambito del dovere di mantenimento».

Con riferimento alla sospensione dell’attività lavorativa può invece, in primo luogo, osservarsi che essa rappresenta una «sanzione» soltanto eventuale, legata cioè all’effettivo svolgimento dell’attività stessa. In base alla disciplina abrogata era discussa la possibilità di configurare un diritto del genitore alla prestazione di attività lavorativa da parte del figlio minore, né sicuramente ciò risulta ammissibile secondo la legge vigente. La legge di riforma del diritto di famiglia […] ha introdotto l’obbligo del figlio di contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia, finchè convive con essa (art. 315 c.c.). La norma deve essere tuttavia intesa nel senso che l’obbligo di contribuire è subordinato all’esistenza delle sostanze o di un reddito. Il figlio, cioè, non è obbligato a determinare con il proprio lavoro i presupposti per il sorgere di un reddito. Ma, soprattutto, la visione della perdita dei servizi come sanzione per l’illecito del genitore risponde ad una concezione del lavoro tra familiari ormai superata legislativamente. Diverse disposizioni della legge di riforma sembrano aver capovolto la presunzione giurisprudenziale secondo cui il lavoro tra familiari viene svolto di regola a titolo gratuito. L’impossibilità del figlio di svolgere attività lavorativa non costituisce allora una sanzione ed una perdita a carico del genitore ma viceversa un ulteriore elemento del danno

(Patti 1984, 106).


Quanto poi alla preoccupazione di fare in modo che il rapporto genitori-figli, specie rispetto alla sua funzione educativa, non sia compromesso da una controversia giudiziaria è stato osservato che simile preoccupazione assume rilievo soltanto con riferimento alle ipotesi di danno causato con colpa e non con dolo. Infatti, gli atti di violenza da parte dei genitori non possono beneficiare di nessuna forma di immunità, sia pure indiretta, poiché non lasciano certamente sopravvivere l’armonia domestica che non si vorrebbe turbare ammettendo l’azione in giudizio per il risarcimento dei danni.
Diverse considerazioni si impongono […] per i danni causati colposamente, soprattutto nello svolgimento di attività domestiche o comunque durante l’esplicazione della normale vita di relazione dei familiari. In questi casi, infatti, può attribuirsi effettivo rilievo all’esigenza di tutelare l’intimità domestica e l’armonia della famiglia.

Occorre tuttavia ricordare ancora che l’intervento del giudice nelle controversie familiari, previsto in diverse norme della legge di riforma del diritto di famiglia, non deve essere visto come un fattore di crisi, ma anzi come uno strumento rivolto al superamento dei contrasti, per un migliore proseguimento del rapporto. D’altra parte, con riferimento alle preoccupazioni per l’armonia domestica è possibile osservare che i danni conseguenti all’illecito colposo ben difficilmente daranno luogo ad una controversia giudiziaria nelle famiglie in cui l’armonia esiste effettivamente. A fini diversi può peraltro rilevare che un trasferimento di beni a favore di un familiare avvenga a titolo di risarcimento del danno e non in base ad una causa differente. La causa risarcitoria esclude, ad esempio, che una somma di denaro versata al figlio in conseguenza del danno provocato dall’illecito del genitore sia soggetta a collazione dopo la morte di quest’ultimo, come invece avviene in caso di donazione

(Patti 1984, 107-108).
Così, la giurisprudenza oggi ammette senza mezzi termini che il genitore possa essere tenuto a risarcire il figlio a fronte dei danni causatigli dalla propria illecita condotta.

4.2.2 (segue) Danno esistenziale e danno biologico


Nell’ambito del processo giurisprudenziale che ha condotto all’affermazione del danno esistenziale quale nuova categoria di danno alla persona, la Suprema Corte ha condannato al risarcimento ex art. 2043 il genitore che aveva dimenticato per anni di fornire qualsivoglia assistenza – morale e materiale – al figlio.
La circostanza che il padre naturale di un minore si sia reso responsabile del delitto di cui all’art. 570 c.p., per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio riconosciuto, provvedendo solo con ritardo all’adempimento delle proprie obbligazioni di contenuto patrimoniale nei confronti dell’altro genitore con cui il minore stesso conviveva, integra violazione dei diritti del minore che deve essere, di conseguenza, risarcita in favore di quest’ultimo non come danno morale, ma quale lesione in sé dei diritti fondamentali del minore.

[N]on v’è dubbio che il comportamento sanzionato dall’art. 570 c.p. – sia pur costituito nella sua materialità dalla mancata corresponsione dei mezzi di sussistenza – rilevi, sul piano civile, in termini di violazione non di un mero diritto di contenuto patrimoniale ma di sottesi e più pregnanti diritti fondamentali della persona, in quanto figlio e in quanto minore.

Ed è poi del pari innegabile che la lesione di diritti siffatti, collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti, vada incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricaduti patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza).

[… L’]art. 2043 c.c., correlato agli artt. 2 e ss. Cost., va così «necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana».

Per cui, quindi – essendo le norme costituzionali di garanzia dei diritti fondamentali della persona pienamente e direttamente, operanti «anche nei rapporti tra privati» (c.d. drittwirkung) – «non è ipotizzabile limite alla risarcibilità», della correlativa lesione, «per sé considerata» (184/1986 cit.), ai sensi dell’art. 2043: che, per tal profilo la Corte veneziana ha perciò correttamente applicato, riconoscendo all’attore il ristoro del danno (non già «morale» da illecito penale, ma) da lesione in sé di suoi diritti fondamentali, in conseguenza della riferita condotta del suo genitore

(Cass. 7.6.2000, n. 7713, Danno e resp., 2000, 836).


Infine, anche in Italia non è mancata giurisprudenza che ha condannato i genitori per wrongful birth causata al proprio figlio.

Nel 1950, il Tribunale di Piacenza ha accolto la domanda di risarcimento del danno proposta dal figlio avverso i genitori, i quali – mediante il concepimento – gli avevano trasmesso l’infezione luetica (Trib. Piacenza 31.7.1950, Fi, 1952, IV, 15).

La pronuncia non venne certo accolta favorevolmente dalla dottrina all’epoca prevalente, la quale argomentò in vario modo contro la risarcibilità di tale fattispecie dannosa (la vita – anche di un malato – ha un valore in sé, per cui i genitori non avrebbero potuto sopprimere il concepito: Carnelutti 1951, 987; non era possibile configurare un danno ingiusto o semplicemente un danno: Candian 1980, 119; Cofano 1952, 12).

Queste critiche sono oggi superate dal riconoscimento della risarcibilità in via autonoma del danno biologico come lesione al diritto alla salute, tutelabile verso chiunque, e quindi anche del figlio nei confronti dei genitori.


Ma oltre alla trasmissione di malattie infettive, in vari altri modi i genitori possono recare danni ai figli nascituri, come l’esperienza ha dimostrato.

In via esemplificativa, si possono citare l’omesso ricorso al monitoraggio ecografico del feto, il rifiuto di terapie preventive o terapeutiche, l’ingestione da parte della madre di sostanze nocive al feto, come alcool, droghe, fumo, etc, il rifiuto di trasfusioni necessarie, il ricorso a pratiche abortive improprie nei primi mesi di gravidanza.

In tutti questi casi è perfettamente giustificata la azione di danno da parte del figlio verso i genitori, in base alle premesse giuridiche innanzi accennate.

Peraltro, l’azione di danno di questo verso i genitori non è ammissibile senza limiti.

Una pretesa risarcitoria per il danno esistenziale o biologico, ed eventualmente anche patrimoniale potrebbe solo ammettersi: (a) sul presupposto della colpa; (b) nel limite della gravità delle conseguenze. Il primo versante attiene all’imputabilità della causa, che potrebbe essere idonea a suffragare l’azione solo quando la condotta omissiva, negligente o incauta, fosse tale da far prevedere gli effetti derivatine.

Il secondo problema attiene alla estensione del risarcimento: non ogni cahier de doléance dovrebbe considerarsi ammissibile, ma solo il pregiudizio che superi una normalità di rischio esistenziale e rivesta un elevato grado di danno patrimoniale e biologico

(Sebastio 2001, 126).

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