Definitivo del 9 marzo 2003




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4. Il principio di immunità per gli atti illeciti compiuti dai genitori nei confronti dei figli

4.1. L’esperienza di common law


Il principio dell’immunità per gli atti illeciti dei genitori commessi nei confronti dei figli vede una divaricazione all’interno dei sistemi di common law, poiché si è sviluppato autonomamente negli Stati Uniti d’America e non ha mai trovato storicamente fondamento nella common law inglese.
Le ragioni addotte per spiegare il diniego dell’immunità nel sistema inglese si basano soprattutto sulla natura della relazione tra genitori e figli, che trae origine da vincoli di sangue e non di consenso. Manca quindi l’atto di volontà che giustifica la perdita di autonomia dei coniugi e da cui derivava la interspousal immunity. Tra genitori e figli, inoltre, non si ravvisa in common law la unity, cioè la identità che caratterizza il rapporto coniugale e costituiva il fondamento dell’immunità.

Il figlio, benché minorenne gode pertanto in common law di una propria identità giuridica, può essere titolare di diritti ed agire in giudizio. La patria potestà non incide su tale situazione, né impedisce l’azione del figlio nei confronti del genitore per il risarcimento dei danni

(Patti 1984, 97).


4.1.1 L’illecito commesso dai genitori nei confronti dei figli negli Stati Uniti d’America


Nelle giurisdizioni statali statunitensi non sussiste dubbio che un minore, sia esso emancipato o meno, possa agire nei confronti dei propri genitori per un illecito compiuto nei confronti della propria proprietà (McCurdy 1930, 1057, Prosser & Keeton 1984, 904, McCurdy 1960, 527, Clark 1988, 375); così come non v’è dubbio che un minore emancipato possa agire nei confronti dei genitori per illeciti nei confronti della propria persona (Clark 1988, 375).

La questione si è posta invece per gli illeciti subiti dalla persona del figlio minore non emancipato.

In questa ipotesi, sebbene la common Law inglese non ponga ostacoli all’azione del figlio nei confronti del genitore (Ash v. Ash, Comb. 357, 90 Eng.Rep 526 (1696)), negli Stati Uniti d’America la regola generale in forza della quale un figlio non può intentare azione nei confronti del proprio genitore per l’illecito che questi ha commesso nei suoi confronti non è stata del tutto superata.
La storia di questa regola ha avuto inizio nel 1891 con l’ipse dixit nel caso Hewlett v. George [68 Miss. 703, 9 So. 885 (1891)], non basato su alcun precedente giurisprudenziale e non supportato su alcun ragionamento, fatta eccezione per il vago riferimento alla sua necessità per la tranquillità della famiglia e all’incredibile affermazione che il diritto penale prevede un rimedio adeguato. La corte in questo caso ha ritenuto che una figlia minore non poteva ottenere il risarcimento del danno da parte della propria madre per la illecita condotta di quest’ultima consistente nella reclusione della figlia in un manicomio. L’immunità per l’illecito commesso dal genitore nei confronti dei figli raggiunse rapidamente il suo sviluppo nel caso Roller v. Roller [37 Wash. 242, 79 P. 788 (1905)], una pietra miliare della giurisprudenza americana, in cui, dopo aver rinvenuto che la policy posta a fondamento dell’immunità era la conservazione dell’armonia familiare, la corte ha ritenuto che la figlia non poteva ottenere alcun risarcimento del danno da parte del padre che l’aveva stuprata

(Clark 1988, 375, trad.).


Un significativo numero di giurisdizioni statali statunitensi continuano ad aderire alla teoria dell’immunità (non solo del genitore, ma anche di chi del genitore esplica le funzioni, c.d. persona in loco parentis) sotto qualche forma, sulla base di argomentazioni che appaiono simili a quelle che hanno a lungo sostenuto la interspousal immunity.
Viene detto che permettere tali azioni in giudizio danneggerebbe l’armonia della famiglia e creerebbe discordia. Al contrario, v’è poi l’argomento che vi sarebbe troppa armonia tra genitore e figlio, per cui il risultato sarebbe la collusione per frodare l’assicuratore del genitore. Ancora altre corti hanno deciso per l’immunità in base alla considerazione che se l’azione del figlio ha successo ciò comporterebbe una non equa distribuzione delle risorse della famiglia

(Clark 1988, 375, trad.).


Questi argomenti sono stati tutti duramente criticati da numerosi interpreti e rigettati nella maggioranza delle decisioni giurisprudenziali più recenti in molti stati, con la conseguenza che anche negli stati statunitensi dove la regola dell’immunità dei genitori nei confronti dei figli non è stata abolita da un punto di vista generale, sono previste alcune eccezioni alla sua applicabilità, soprattutto allorché gli illeciti siano commessi intenzionalmente ovvero la situazione sia tale che l’azione in risarcimento non appare suscettibile di “disturbare” l’armonia familiare (Krause 230, Patti 1984, 97).
In alcuni stati il figlio può citare in giudizio il proprio genitore per intentional torts o per torts di wanton and reckless. In alcuni stati egli può citare in giudizio gli eredi del genitore defunto, sulla base della teoria che una simile azione in giudizio non potrebbe avere effetti negativi sull’armonia familiare. Per la stessa ragione in alcuni casi è stato deciso che il figlio può agire in giudizio contro il proprio genitore qualora vi sia stato un divorzio e l’illecito è commesso dal genitore che non ha la custodia del figlio

(Clark 1988, 376, trad.).


Un numero significato di giudici statunitensi ha poi ammesso l’azione del figlio nei confronti del genitore nei casi di incidenti automobilistici, sulla base della considerazione che il genitore è probabilmente assicurato e dunque anche qui non vi sarebbe alcun turbamento dell’armonia familiare.
L’ultimo gruppo di casi raramente considera la possibilità (che può essere spesso abbastanza significativa) che la richiesta di risarcimento per l’illecito può superare il limite della polizza assicurativa, nel qual caso l’azione in giudizio avrebbe tutti i supposti indesiderabili effetti sulla famiglia. Naturalmente quelle decisioni che respingono l’immunità poiché la fonte dell’illecito risiede in un incidente automobilistico respingono anche ogni argomento circa la sussistenza di rischi di collusione o frode ai danni della compagni assicuratrice allorché il figlio citi in giudizio il proprio genitore

(Clark 1988, 376, trad.).


Il ruolo svolto dalla presenza dell’assicurazione nel superamento dei public policy arguments anche nell’ammissibilità della responsabilità civile dei genitori per illeciti commessi nei confronti dei figli è stato sottolineato da più di un interprete.
Forse non a torto un giudice americano ha osservato che il problema delle azioni in giudizio dei figli nei confronti dei genitori ha acquistato pratica rilevanza soltanto dopo l’avvento dell’assicurazione.

I casi di incidente automobilistico in cui il figlio del conducente o del proprietario dell’automobile rimane danneggiato in qualità di passeggero sono molto frequenti. Respingendo l’antica soluzione secondo cui in tali ipotesi doveva negarsi la responsabilità dell’assicuratore per il pericolo di frodi, si osserva che non sussistono valide ragioni per lasciare il danneggiato privo di tutela, favorendo senza alcun motivo la società d’assicurazione

(Patti 1984, 100).
Nell’insieme comunque la situazione si presenta diversificata poiché, mentre un significativo numero di giurisdizioni statali ritengono che i public policy arguments addotti a sostegno dell’immunità siano del tutto ingiustificati e hanno dunque abolito a livello giurisprudenziale tale immunità, alcune corti statunitensi di dette giurisdizioni sono state attente nell’affermare che – sebbene non esista une regola generale di immunità – in alcune ipotesi è indesiderabile che i figli possano agire in tort nei confronti dei genitori. Per questa ragione è pressoché impossibile classificare gli stati sulla base del criterio dell’abolizione dell’immunità dei genitori nei confronti dei figli e al più si può affermare che la maggioranza degli stati statunitensi ha esteso in vario modo le ipotesi in cui un figlio può agire in giudizio nei confronti del proprio genitore per illecito (Clark 1988, 376).

Il fondamento posto alla base del persistere di una limitata versione della regola dell’immunità oggi non è più la volontà di preservare l’armonia familiare o di prevenire frodi alle compagnie assicuratrici, ma il rispetto che i giudici statunitensi sentono di dovere nei confronti della family privacy.


Essi sono restii a sostituire il proprio giudizio a quello dei genitori rispetto alla cura, vigilanza, insegnamento e protezione dei figli. Così, in quei casi in cui qualche ente pubblico cerca di ottenere l’autorizzazione per trattamenti medici o chirurgici del figlio stante l’obiezione del genitore, l’assunto è in linea generale che riguardo a ciò che il benessere del figlio richiede, il genitore è un giudice migliore delle corti o di qualche altro ente dello stato

(Clark 1988, 377, trad.).


È evidente che la maggiore difficoltà incontrata dalle corti che intendono rispettare la family privacy senza negare giustizia al figlio consiste nell’individuare un workable principle che consenta di distinguere operativamente i casi in cui il figlio può agire nei confronti del genitore dai casi in cui questo non deve essere consentito. Al riguardo, lo stato della California ha sviluppato lo standard del genitore ordinarily reasonable and prudent, che tuttavia non è andato esente da critiche.
In Gibson v. Gibson [3 Cal.3d 914, 92 Cal.Rptr. 2888, 479 P.2d 638 (1971)] è stato deciso che il giudice del fatto deve stabilire cosa un ordinariamente ragionevole e prudente genitore avrebbe fatto nelle medesime circostanze. Questo standard non è un vero e proprio standard e dà un criterio guida rispetto a tali casi avente carattere minimale sia per i giudici sia per i privati. Inoltre ha l’ulteriore difetto che praticamente nessuna condotta genitoriale può essere considerata come irragionevole allorché si considerino le circostanze particolari del caso concreto. La sola condotta genitoriale suscettibile di ricadere nell’immunità è quella non negligente e dunque non illecita. Se questo è il risultato che si vuole raggiungere, sarebbe più diretto abolire interamente l’immunità

(Clark 1988, 377, trad.).


Le corti di altri stati, piuttosto che far riferimento alla family privacy, distinguono fra gli illeciti occorsi nell’esercizio della potestà genitoriale, rispetto ai quali la regola dell’immunità persiste, dagli illeciti occorsi nell’ambito di altre attività, per i quali non si nega la possibilità del figlio di agire nei confronti del genitore per il risarcimento del danno. Ma anche questo criterio è stato criticato.
La distinzione tra illeciti riconducibili al potere discrezionale o alla potestà genitoriale e altri illeciti ha un valore limitato nella comprensione delle decisioni giurisprudenziali. Qualora il figlio è ferito in seguito a un incidente automobilistico a causa della guida negligente del genitore, le corti solitamente ritengono che ciò non sia riconducibile al potere discrezionale o alla potestà genitoriale e dunque che il genitore può essere ritenuto responsabile, sebbene il genitore in tali circostanze stia certamente esercitando la sua autorità sul figlio, e in tal senso sta altresì svolgendo un’attività discrezionale. Ancora più difficili sono le ipotesi in cui il figlio è ferito o a causa della negligente manutenzione della casa o dei luoghi nei dintorni della casa o a causa della negligente mancanza del genitore nel vigilarlo o nell’istruirlo. In entrambe le categorie di casi vi sono decisioni giurisprudenziali che hanno ritenuto il genitore non responsabile in base alla considerazione che questi stava esercitando il suo potere discrezionale ovvero la sua potestà genitoriale. La contraddittorietà delle decisioni in queste ipotesi suggerisce che il riferimento al potere discrezionale o alla potestà genitoriale non è molto utile. La ragione sembra consistere nella circostanza che è sempre possibile dire che l’illecito è avvenuto nell’ambito dell’esercizio da parte dei genitori del loro potere discrezionale o della loro potestà e alcuni dei casi in cui il genitore non è stato ritenuto responsabile sembrano essere tuttora un’ingiustificata restrizione dei diritti del figlio

(Clark 1988, 377, trad.).


La proposta formulata da un autorevole interprete per “gestire” la questione dell’ammissibilità dell’immunità dei genitori per illeciti compiuti nei confronti dei figli è stata allora quella di approfondire e prendere in considerazione la ratio di una simile immunità, andando a verificare caso per caso se riconoscere il risarcimento costituirebbe una tale invasione nella privacy familiare da interferire con la capacità del genitore di prendersi cura, istruire e proteggere il proprio bambino, e viceversa se, negando il risarcimento, si lascerebbe il figlio privo delle somme necessarie per la ripristino della situazione precedente al danno; in altre parole l’attenzione deve essere anzitutto sugli interessi del figlio e solo secondariamente sulla possibile invasione nella privacy familiare (Clark 1988, 377).

In ultima analisi, si può concludere che l’ordinamento statunitense appare cercare la difficile strada del bilanciamento tra la scelta del non-intervento giudiziale in un ambito, quello del rapporto genitore-figli, che si vuol lasciare alla libertà dei modelli educativi dei singoli, e la necessità di non privare di una idonea tutela “minima” il bambino rispetto a ipotesi particolari, rispetto alle quali l’ordinamento medesimo – sanzionando determinati comportamenti con la qualificazione di illiceità – non lascia alcuna libertà ai genitori.


In definitiva, la giurisprudenza americana sembra attraversare una fase di riflessione, caratterizzata soprattutto dal tentativo di indicare criteri precisi per delimitare le ipotesi di responsabilità. Al rifiuto dell’immunità per i fatti – normalmente configuranti un reato – che maggiormente ripugnano alla coscienza sociale, corrisponde infatti un atteggiamento prudente nelle ipotesi di danni provocati colposamente durante lo svolgimento delle comuni relazioni domestiche. Ritorna allora viva la preoccupazione che l’intervento del giudice possa aggravare le conseguenze di un incidente altrimenti destinato a non turbare in modo irreparabile le relazioni tra i familiari. E tale preoccupazione evidentemente non sussiste quando, data la presenza di un contratto d’assicurazione, l’azione risulta destinata, in ultima analisi, ad apportare un arricchimento al gruppo familiare.

(Patti 1984, 101).


Si prenda il caso dello stato del West Virginia in cui è affermata in via generale la regola della parental immunity sulla base della sua finalità di preservare la pace e la tranquillità della società e delle famiglie impedendo battaglie legali inter-familiari (Cole v. Fairchild, 198 W.Va. 736, 482 S.E.2d 913, 926 (1996)) e sottolinenando altresì che
l’obiettivo reale dietro questa teoria è semplicemente di evitare indebite interferenze giudiziarie rispetto al potere discrezionale dei genitori

(Cole v. Fairchild, 1996, trad.).


Tuttavia, tale regola è soggetta a diverse eccezioni: (a) nel caso in cui il danno al figlio avviene in seguito a un incidente stradale e il genitore che guidava è assicurato (Lee v. Comer, 159 W.Va. 585, 224 S.E.2d 721, (1976)), poiché in tal caso la richiesta di risarcimento del figlio verso il genitore non comporta un turbamento dell’armonia familiare (essendo la compagnia assicuratrice a pagare); (b) nel caso in cui il danno o la morte del figlio sia stata causata intenzionalmente (Courtney v. Courtney, 186 W.Va. 597, 413 S.E.2d 418 (1991)), ma con esclusione della responsabilità nel caso di pene corporali a fini disciplinari.

In maniera speculare alla West Virginia, nel Michigan è affermata la regola generale dell’insussistenza della parental immunity, ma esistono due eccezioni in cui la regola della parental immunity vige ancora: allorché l’atto negligente avviene nell’ambito dell’esercizio dell’autorità genitoriale o nell’ambito dell’esercizio del potere discrezionale dei genitori rispetto al soddisfacimento dei bisogni del figlio in relazione all’alimentazione, all’abbigliamento, all’abitazione e alle cure mediche (Plumley v. Klein, 388 Mich 1, 1999 NW2d 169 (1972)).

Al riguardo, appare infine opportuno rammentare che il Restatement of the Law in materia di Torts (seconda edizione) nega espressamente l’immunità del genitore nei confronti del figlio per la responsabilità derivante da illecito civile sulla base della sola esistenza della relazione di genitorialità.
§ 895G. Genitore e bambino

(1) Un genitore o il bambino non è immune da responsabilità per illecito civile in base alla sola sussistenza di tale relazione

(Restatement of the Law, Torts, 2nd, 1979, trad.).
Da ultimo, merita di essere segnalata, una particolare ipotesi in cui alcune corti continuano ad applicare la parental immunity. Questo avviene allorché la regola in questione viene usata per “paralizzare” l’esimente invocata da un terzo chiamato a rispondere del danno subito dal figlio. Così, la parental immunity è stata riconosciuta in alcuni casi, accomunati proprio dalla particolarità di risolversi in un beneficio del figlio danneggiato.

In un primo caso, la parental immunity è stata utilizzata per rigettare a livello processuale la chiamata in responsabilità di un genitore da parte dell’impresa produttrice di biciclette per bambini, la quale a sua volta era stata citata in giudizio per ottenere il risarcimento del danno subito dal bambino che giocava con la bicicletta. L’impresa sosteneva che il bambino avesse subito il danno non per un difetto della bicicletta da essa prodotta, quanto piuttosto perché il genitore non aveva esercitato la dovuta sorveglianza mentre il bambino giocava e che, dunque, dell’illecito verso il figlio dovessero rispondere i genitori. I giudici hanno ritenuto che, poiché non si verteva in nessuna delle ipotesi che possono escludere la regola generale della parental immunity (incidente automobilistico causato da genitore assicurato, danno intenzionale da parte del genitore, ecc.), la parental immunity dovesse trovare applicazione e che pertanto la domanda dell’impresa produttrice dovesse essere respinta (Sias v. Wal-Mart Stores, 137 F.Supp. 2d 699 (2001)).

In un secondo caso, la parental immunity è stata utilizzata per respingere il tentativo fatto dal terzo convenuto (colui che aveva causato l’incidente automobilistico) di limitare la propria responsabilità invocando la circostanza che la madre – negligentemente – non aveva fatto indossare le cinture di sicurezza ai propri figli; in questo caso, il giudice ha ritenuto che – stante la regola generale della parental immunity vigente nella propria giurisdizione – non vi erano valide eccezioni (che pure in specifici casi sono ammissibili) per non applicare tale regola nel caso di specie e che, dunque, la madre non poteva considerasi responsabile per le lesioni subite dai propri figli (di cui uno era morto) (Tine v. Kent, unreported, 2000 Conn. Super. Lexis 2772).


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