Definitivo del 9 marzo 2003




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3.3 L’esperienza italiana


Come gli altri ordinamenti di civil law sopra esaminati, anche nell’ordinamento giuridico italiano per lungo tempo ha trovato applicazione il principio dell’immunità tra coniugi. Così, ancora negli anni ottanta del secolo appena terminato, gli autori dovevano prendere atto dell’esistenza sostanziale di simile principio, stante l’assenza pressoché totale di pronunce giurisprudenziali in argomento (Patti 1984, 67, Alpa, Bessone 1982, 267). Sebbene presenti, infatti, estremamente rare sono state le sentenze dei nostri giudici che hanno riconosciuto la responsabilità di un coniuge nei confronti dell’altro ex art. 2043 c.c..

Peraltro, nell’ordinamento giuridico italiano la problematica appare incentrarsi tutta, piuttosto che sulla sussistenza di un generale principio di immunità fra i coniugi applicabile in tutte le ipotesi di atto illecito fra coniugi – che, evidentemente, non sussiste nelle regole astrattamente applicabili – sulla più specifica questione se la violazione dei doveri coniugali sia sanzionata nel nostro ordinamento solamente sulla base di quanto previsto nel diritto di famiglia (separazione, addebito) o anche con un obbligo risarcitorio a carico del coniuge inadempiente (in argomento, v. § __).

Così, le poche sentenze che ammettono o negano l’astratta applicabilità dell’art. 2043 c.c. nei rapporti fra coniugi, si riferiscono sempre ai danni causati all’altro coniuge dalla violazione di un dovere derivante dal matrimonio. E se in questi casi può sorgere contrasto in seno agli interpreti e alla giurisprudenza circa la contestuale applicabilità dei due gruppi di norme (quelle del diritto di famiglia e quelle della responsabilità civile), sembra più che ragionevole ritenere che nessun dubbio oggi sussista circa l’applicabilità in linea di principio dell’art. 2043 c.c. a tutti gli altri atti illeciti (ossia non consistenti nella violazione di un dovere coniugale) che un coniuge può compiere nei confronti dell’altro, senza poter invocare nessuna immunità.


3.3.1 Risarcimento del danno fra coniugi e regime di comunione


In esito a una pronuncia di risarcimento del danno che veda un coniuge obbligato a risarcire il danno causato all’altro coniuge, qualora fra i due viga il regime patrimoniale della comunione, occorre stabilire se l’oggetto del risarcimento cada in comunione e a quali beni possa attingere il coniuge condannato per ottemperare alla sentenza di condanna.

Il primo problema è risolto dall’art. 179 c.c., lettera e), il quale prevede che non costituiscono oggetto della comunione fra coniugi i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno, i quali dunque vengono ad essere beni personali dei coniugi.

Per quanto concerne il secondo problema è fuori di dubbio che l’obbligo risarcitorio sia un obbligo personale del coniuge riconosciuto danneggiante e che, di conseguenza, egli ne risponda anzitutto con il proprio patrimonio personale. In caso di insufficienza dei beni personali poi, il coniuge danneggiato potrà aggredire i beni della comunione fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato.
A nostro avviso non sussistono ostacoli per l’accoglimento della soluzione positiva, poiché i beni che formano oggetto della comunione fanno comunque parte, pro quota, del patrimonio di ciascuno dei coniugi, e non sfuggono pertanto alla regola della responsabilità verso i creditori personali (art. 2740 c.c.). Tra i creditori personali di uno dei coniugi può ben esservi l’altro coniuge, che si troverà nella stessa posizione degli altri creditori particolari del coniuge; fermo restando, invece, che in caso di conflitto con i creditori della comunione questi ultimi sono favoriti (cfr. art. 189 c.c.). Non ci sembra invece che il credito del coniuge – a parte ovviamente le ipotesi di frode – debba essere posposto anche rispetto ai creditori particolari dell’altro coniuge, non sussistendo le ragioni di affidamento e quindi di tutela che, nell’altra ipotesi, fanno preferire i creditori della comunione

(Patti 1984, 70)




3.4. Rapporti fra le azioni derivanti dalla disciplina della crisi coniugale e le azioni di risarcimento danni derivanti da violazione dei diritti coniugali negli ordinamenti di civil law


Una delle principali questioni con riferimento all’applicabilità delle regole e dei rimedi propri della responsabilità civile nei rapporti fra coniugi sta nel verificare se la violazione di uno degli obblighi nascenti dal matrimonio possa comportare in via generale il diritto del coniuge che subisce la violazione del dovere coniugale al risarcimento dei danni subiti sulla base del diritto comune della responsabilità civile o se, al contrario, i diritti e i doveri degli sposi debbano trovare le loro uniche sanzioni nell’ambito dei diritto di famiglia.

Un convincimento presente in parte della giurisprudenza e della dottrina italiane vorrebbe infatti che, poiché il legislatore avrebbe specificato nell’ambito del diritto di famiglia quali sono le conseguenze della violazione dei doveri coniugali, sulla base del principio secondo cui inclusio unius, exclusio alterius a tali conseguenze non si possano aggiungere anche quelle proprie della repsonsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c.




3.4.1 L’esperienza francese


Anche in Francia si è posto il problema della risarcibilità dei danni derivanti dalla violazione dei reciproci diritti e doveri nascenti dal matrimonio.
Rispetto alla faute conjugale […] il diritto di famiglia [francese] può apparire come un sistema chiuso ed esaustivo, all’interno del quale tutto ciò che concerne il corretto svolgimento del rapporto di coniugio deve trovare la sua disciplina e le sue sanzioni: una apparenza sorretta dalla tradizionale impostazione francese degli istituti della separazione e del divorzio in un’ottica sanzionatoria, non ancora del tutto superata

(Morozzo della Rocca 1988, 610)


Ora, sulla base della disposizione contenuta nell’art. 266, comma 1, del codice civile, in Francia il coniuge al quale non sia imputabile alcuna colpa per il divorzio (c.d. divorce aux torts exclusifs dell’altro coniuge) può ottenere il risarcimento del pregiudizio materiale e morale subito in seguito alla dissoluzione del matrimonio (Malaurie 1992, 228). Al di là dei pregiudizi materiali – il cui risarcimento viene solitamente fatto rientrare nella prestation compensatoire (Guiton 1980a, 238) – il pregiudizio morale è diretto a riparare soprattutto la sofferenza subita dallo sposo non in colpa cagionato dalla rottura del legame matrimoniale e le eventuali conseguenze negative derivanti dallo status di divorziato (cfr. le sentenze citate da Malaurie 1992, 228). Secondo la ricostruzione classica degli interpreti francesi (Guiton 1980a, 239), l’art. 266 c.c. rappresenta una specifica applicazione dei principi generali in tema di responsabilità da illecito civile contenuti nell’art. 1382 c.c. (la norma generale francese in tema di responsabilità).
Sul piano formale è stato osservato che l’idea del divorzio-sanzione (o della separazione-sanzione) pone in termini di specialità il problema della reazione dell’ordinamento agli illeciti propriamente coniugali; e suggerirebbe, quindi, l’ipotesi di una sorta di assorbimento di ogni altra sanzione in quella espressamente prevista

(Morozzo della Rocca 1988, 611)


Tuttavia, la giurisprudenza francese appare aver sempre ammesso che l’esistenza della specifica disposizione contenuta nell’art. 266 c.c. non costituisce un ostacolo all’applicazione dell’art. 1382 c.c. anche qualora si giunga al divorce aux torts exclusifs; così, l’art. 266 c.c. si applica rispetto ai danni causati propriamente dal divorzio, mentre l’art. 1382 c.c. ai danni derivanti non direttamente dal divorzio, ma per ottenere il risarcimento dei pregiudizi derivanti da fatti o atti precedenti il divorzio cagionati dalla violazione dei diritti coniugali (Guiton 1980a, 246, Mazeron / Rubellin 1996, 288, ove ampie citazioni giurisprudenziali e di dottrina, Labrusse 1967, 447, Guiton 1980b, 248).
[L]a storia dell’attuale art. 266 code civ., nel testo modificato dalla loi 11 luglio 1975 n. 75-617, pone in evidenza che la previsione della risarcibilità del danno derivante dalla rottura del vincolo corrisponde ad una volontà del legislatore francese non già di porre un limite alla operatività della lex communis in materia di responsabilità aquiliana; ma piuttosto di coprire con le norme speciali un’area, rispetto alla quale l’operatività dell’art. 1382 code civ. poteva apparire dubbia.

Già tra le due guerre uno storico arrêt della Chambre civile aveva per la prima volta stabilito che indipendentemente dalla attribuzione della pension alimentaire, di cui all’art. 301 code civ. nel testo all’epoca vigente, il coniuge, a profitto del quale il divorzio era pronunziato, potesse ottenere il ristoro dei danni secondo le norme comuni, se dai fatti che avevano dato causa al divorzio risultava un pregiudizio materiale o morale distinto da quello determinante la rottura del vincolo e non riparato dalla prestazione alimentare [Ch. civ. 21.6.1927, Dalloz rep., 1928, I, 5]. La decisione faceva riferimento ai fatti, che avevano motivato il divorzio, e risolveva perciò il problema della loro autonoma sanzionabilità con l’azione di danno nel relativo giudizio

(Morozzo della Rocca 1988, 611).
La decisione appena richiamata lasciava aperto il problema se i danni risarcibili al di fuori degli obblighi alimentari, fossero solamente quelli cagionati direttamente dal fatto illecito del coniuge contro il quale il divorzio era pronunciato o anche quelli derivanti dalla dissoluzione stessa del matrimonio.
A questo problema ha inteso dare soluzione la loi 2 aprile 1941, poi convalidata dalla ordonnance 12 aprile 1945, prevedendo che, indipendentemente da ogni riparazione dovuta dal coniuge, contro il quale il divorzio era pronunziato, i giudici potessero assegnare al coniuge, che otteneva il divorzio, i dommages-interets per il pregiudizio materiale e morale a lui cagionato dallo scioglimento del matrimonio […].

La previsione è stata sostanzialmente tenuta ferma dalla loi 11 luglio 1975 n. 75-617 limitatamente, s’intende, alla ipotesi di divorzio aux torts esclusifs di uno dei coniugi. Anche nell’attuale art. 266 code civ., perciò, non vengono in considerazione i pregiudizi materiali e morali cagionati da singoli illeciti che, integrando la figura delle gravi o delle ripetute violazioni di doveri e di obbligazioni coniugali, hanno pur fondato la domanda di divorzio (e che trovano comunque la loro sanzione nelle norme comuni); ma solamente, come oggetto di disciplina speciale, quei pregiudizi che conseguono alla dissoluzione del matrimonio in sé considerata

(Morozzo della Rocca 1988, 611).
In ogni caso, diversamente dall’art. 266 c.c., l’art. 1382 c.c. può essere invocato in tutti i tipi di divorzio (anche non aux torts exclusifs), fatta eccezione per quelli avvenuti per mutuo consenso (divorce par requête conjointe); l’art. 1382 c.c. può essere invocato sia per i danni derivanti dal divorzio in sé (indipendentemente dalla qualità di “sposo in colpa” o “sposo innocente” rispetto al divorzio, che secondo gli interpreti e le corti francesi non rende applicabile l’art. 266 c.c. ai casi in cui non vi sia un solo “sposo in colpa”; Guiton 1980b, 248), sia per i danni non legati al divorzio, ma semplicemente cagionati dalla violazione di doveri coniugali. Spesso infatti l’azione in risarcimento fondata sull’art. 1382 c.c. non è legata all’istanza di divorzio: infatti, essa può precederla o essere a questa posteriore, può essere esercitata anche in caso di rigetto della domanda di divorzio e sopravvive all’estinzione dell’azione di divorzio per decesso del richiedente il divorzio, potendo essere esercitata dagli eredi (Cass. civ. 29 marzo 1938).
Può dunque ben dirsi che nella esperienza francese la posizione favorevole all’ammissibilità dell’azione di danno per gli illeciti coniugali non solamente non è stata contrastata dall’idea del divorzio-sanzione; ma ha persino tratto forza dalle soluzioni date dalla giurisprudenza prima e dal legislatore poi al problema del danno specialmente cagionato dalla rottura del vincolo. Il completo assetto della materia sembra sorretto da una diffusa consapevolezza che singoli illeciti coniugali, cessazione della convivenza e scioglimento del matrimonio sono tutti fatti idonei a produrre pregiudizi materiali e morali ben distinti, non sempre individuabili nella loro stessa sussistenza, ma non per questo destinati in via di principio a restare privi della sanzione civile del risarcimento. La diversità delle loro fonti causali e la loro (relativa) autonomia spiegano perché solamente per i pregiudizi derivanti dalla rottura del vincolo il legislatore abbia ritenuto di introdurre una sorta di competenza funzionale esclusiva del giudice della causa di divorzio […]; la specialità della previsione appare, in ogni caso, suggerita dalla volontà di ampliare e non di restringere la tutela dei diritti del coniuge

(Morozzo della Rocca 1988, 613)


La colpa che fonda l’obbligo di risarcimento in favore dell’altro coniuge non deve dunque essere necessariamente ciò che ha rappresentato la causa del divorzio. Sono spesso presi in considerazione le violenze fisiche o morali alle quali un coniuge ha sottoposto l’altro, l’adulterio, l’abbandono, la diffamazione, il fatto di aver sottratto beni comuni (Mazeron H, Rubellin P., 1996, 288).

La prova del danno subito grava sul richiedente il risarcimento. Il danno può essere materiale (mancata contribuzione ai bisogni materiali della famiglia) o morale (abbandono del coniuge, messa la mondo di un figlio con un altro partner, conduzione di una “doppia vita”).

Il risarcimento può essere costituito anche da una rendita, rinunciabile e suscettibile di transazione. In caso di nuovo matrimonio del coniuge che si è visto riconosciuto a titolo di risarcimento una rendita, questa non cessa e in caso di morte del beneficiario della rendita passa ai suoi eredi (Mazeron H, Rubellin P., 1996, 289).


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