Definitivo del 9 marzo 2003




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2. Il principio di immunità nella responsabilità civile tra coniugi nei sistemi di common law

2.1 La condizione giuridica della donna e la teoria della unity of spouses


Nei sistemi di common law il principio dell’irresponsabilità del coniuge per i fatti compiuti nell’ambito della comunità familiare trae origine principalmente dai limiti imposti fino agli ultimi decenni del secolo scorso alla sfera patrimoniale e giuridica della donna sposata (Patti 1984, 52).

In seguito al matrimonio, la donna manteneva la formale (ma mera) titolarità dei diritti di proprietà sui propri beni, poiché al marito era attribuito il diritto d’uso e di godimento di ogni bene di proprietà della moglie, anche di quelli acquisiti da questa prima del matrimonio. Il marito otteneva, inoltre, il possesso dei beni immobili della coniuge, nonché il diritto di utilizzarne i relativi profitti e rendite (Mc Curdy 1930, 1030).

La donna sposata perdeva inoltre la capacità d’agire.
Nel caso di illecito commesso nei confronti di una donna sposata l’azione per il risarcimento dei danni poteva essere intentata dal marito, che faceva valere il diritto della moglie. Se però l’illecito colpiva interessi che la legge tutelava direttamente in capo al marito (ad esempio, in caso di lesioni che impedivano alla moglie di prestare gli usuali servizi domestici), quest’ultimo era legittimato ad esercitare un’autonoma azione in giudizio.

Alla donna sposata era riconosciuta la capacità di commettere atti illeciti. Ma, pur sussistendo la sua responsabilità dal punto di vista sostanziale, la moglie doveva essere convenuta in giudizio congiuntamente al marito, ed i beni di entrambi soggiacevano al giudicato. Soltanto in caso di decesso del marito, antecedente alla sentenza, il giudizio proseguiva nei confronti della vedova

(Patti 1984, 52).
Questo stato di cose, ove si fosse consentita l’azione per illecito fra coniugi, avrebbe comportato situazioni paradossali sia sotto il profilo sostanziale (il principio della piena confusione del patrimonio degli sposi, infatti, avrebbe comportato che il coniuge sarebbe stato risarcito attraverso beni del proprio patrimonio e, dunque, sarebbe stato come se il danneggiato risarcisse sé stesso) sia sotto il profilo processuale, dovendo il marito rappresentare in giudizio entrambi i coniugi (Patti 1984, 53).

La ragione teorica dell’irrilevanza sotto il profilo della responsabilità civile di azioni dannose che pur potevano configurare un reato o, dopo l’introduzione del divorzio, una causa sufficiente per lo scioglimento del vincolo matrimoniale, è consistita in origine nel c.d. “principio della unity of spouses”, ossia della fusione dell’identità legale di marito e moglie, per cui la “esistenza legale” della donna era “sospesa” durante il matrimonio o, almeno, era incorporata in quella del marito. Aderendo alla concezione biblica secondo cui con il matrimonio gli sposi si fondono in un’unica unità, si riteneva che marito e moglie dovevano essere considerati dalla legge come una sola persona.


Con il matrimonio, il marito e la moglie sono per la legge una sola persona: il che equivale a dire che l’esistenza reale o l’esistenza legale della donna durante il matrimonio è sospesa, o al massimo è incorporata e consolidata in quella del marito

(Blackstone 1765, 430, trad.)


Dal principio della unity of spouses (negli Stati Uniti d’America anche nota come doctrine of “oneness” of husband and wife) le corti di common law facevano discendere due regole, riscontrabili in numerose decisioni.
In base alla prima, che presenta carattere sostanziale, nessun atto astrattamente qualificabile come illecito commesso da un coniuge a danno dell’altro nel periodo in cui sussiste il vincolo matrimoniale poteva costituire fonte di responsabilità. L’azione in giudizio non poteva quindi essere iniziata neanche dopo il divorzio. In base alla seconda, avente carattere procedurale, un coniuge non poteva agire nei confronti dell’altro durante il rapporto matrimoniale, né mantenere in vita procedimenti iniziati prima dell’instaurarsi del vincolo. L’azione risultava pertanto preclusa anche per illeciti antecedenti al matrimonio

(Patti 1984, 56).




2.2 La interspousal immunity. Il ruolo conservatore delle corti di Common law


La teoria della “identità soggettiva” dei coniugi ha così favorito l’elaborazione del principio della interspousal immunity.

La concezione secondo cui i due coniugi costituiscono per l’ordinamento un’unica persona giuridica, infatti, aveva condotto alla conseguenza che i danni causati da un coniuge nei confronti dell’altro non potevano determinare responsabilità (Patti 1998, 8).

Questo stato delle cose sarebbe potuto mutare negli ordinamenti di Common law allorché, a partire dal XVIII secolo grazie alle regole di Equity e nel secolo successivo grazie ai Married Women’s Property Act, in Inghilterra e negli Stati Uniti alla donna sposata venne garantita una proprietà separata. Infatti, tali leggi stabilirono in via generale che ogni diritto di proprietà di cui la donna sia titolare al momento del matrimonio, o che acquisti successivamente, debba essere considerato come personale e separato, ossia del tutto libero dal controllo del marito.

Ma la regola dell’interspousal immunity era oramai diventata regola a sé, per superare la quale non era ritenuto sufficiente un mutamento dei rapporti patrimoniali tra marito e moglie e l’acquisizione della capacità processuale di questa, bensì una specifica previsione di legge, la cui applicazione era peraltro contrastata dalle corti tenacemente convinte nel negare l’applicazione della responsabilità da illecito civile all’interno della famiglia.

Non potendo più invocare il fittizio principio della unity of spouses in ragione degli atti legislativi sul diritto di proprietà della donna sposata, le corti di Common law hanno cambiato strategia, giustificando l’applicazione dell’intespousal immunity con la necessità di tutelare l’armonia familiare e la tranquillità e pace domestica, le quali sarebbero state turbate da eventuali azioni giudiziarie instaurate tra i coniugi. In altre parole, la tranquillità del focolare domestico – da non turbare con litigi in tribunale – doveva ritenersi prevalente rispetto all’applicazione delle generali norme in tema di responsabilità civile
Permettere azioni per fatto illecito tra marito e moglie potrebbe disturbare la tranquillità domestica e la felicità coniugale

(Brown v. Groster, 262 S.W. 2d 480 (Ky. 1953), trad.)


Tale motivazione appare certamente debole, poiché risulta evidente che la mancata sanzione di un illecito non è sufficiente a mantenere la serenità familiare, la quale viene ad essere – più o meno irrimediabilmente – turbata anzitutto dall’illecito e se mai solo in seconda battuta dal rimedio che l’ordinamento appresta di fronte all’illecito. I limiti di simile giustificazione (che sa tanto di applicazione dell’antico proverbio “i panni sporchi vanno lavati in casa”) appaiono particolarmente evidenti poi nel caso in cui il danno sia provocato intenzionalmente, o nel caso di azione proposta in seguito al divorzio per un fatto compiuto durante il matrimonio o, addirittura, nell’ipotesi di omicidio del coniuge compiuto dall’altro coniuge.
La ragione principale posta alla base delle decisioni di tutte queste corti è, tuttavia, che le azioni di responsabilità da illecito civile fra il marito e la moglie manderebbero in frantumi e distruggerebbero la pace e l’armonia della casa, il che è contro la policy of the law. Questo sulla base dell’arida teoria per cui dopo che il marito ha picchiato la propria moglie, sussisterebbe comunque uno stato di pace e di armonia ancora suscettibile di essere disturbato [dall’azione giudiziaria]; nonché sul convincimento che se la moglie è sufficientemente lesa o adirata nei confronti del marito da citarlo in giudizio, ella sarà placata e disincentivata dal porre in essere rappresaglie negandole l’azione in giudizio – e questo anche se lei lo ha lasciato o ha divorziato, e sebbene le corti rifiutino di rinvenire una frantumazione della tranquillità domestica se lei lo cita in giudizio per una lesione ai propri beni materiali o dà avvio a un’azione penale nei suoi confronti

(Prosser 1971, 863, trad.).




2.3 Il superamento della teoria dell’interspousal immunity


L’evoluzione della società e del pensiero delle Corti hanno tuttavia avuto infine ragione della iniqua regola della interspousal immunity, sebbene con tempi e modalità differenti in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America.

2.3.1 L’esperienza inglese


Come detto, sulla base della concezione invalsa presso la tradizionale giurisprudenza e dottrina inglese - per cui, in seguito al matrimonio, marito e moglie si fondono in un’unica entità spirituale, fisica, patrimoniale e giuridica - in Inghilterra v’è stato un ampio sviluppo della dottrina della interspousal immunity. La regola dell’immunità fra i coniugi era talmente sentita che gli sposi non potevano citarsi reciprocamente in giudizio per danni occorsi durante il matrimonio anche una volta che fosse intervenuto il divorzio (Phillips v. Barnett, 1 QBD 436 [1876]).

Tale situazione è perdurata sino ai Married women’s property acts emanati tra il 1870 e il 1882, in seguito ai quali la situazione patrimoniale della donna sposata è completamente mutata (ma un mutamento nello status patrimoniale della donna era iniziato già con il Matrimonial causes act del 1857; Burke 1977, 1153 ss.).

Questi provvedimenti legislativi hanno avuto un ruolo fondamentale nel superamento del principio della interspousal immunity in Inghilterra, in quanto hanno posto le basi della autonomia patrimoniale della donna rispetto al marito, consentendo così alla giurisprudenza e alla dottrina di avviare il processo diretto a configurare infine la possibilità per un coniuge di agire in giudizio per la condanna al risarcimento da parte dell’altro coniuge. Nonostante le nuove disposizioni legislative, tuttavia, le Corti hanno avuto un atteggiamento molto prudente e solo molto lentamente hanno abbandonato la regola dell’interspousal immunity.

Occorrerà infatti attendere il 1962 affinché l’ammissibilità dell’azione in responsabilità di un coniuge verso l’altro sia pacificamente riconosciuta. Solo a partire da quest’anno il Law Reform (Husband and Wife) Act, s. I (2) e (3), ha infatti espressamente attribuito a ciascun coniuge il diritto di agire per il risarcimento nei confronti dell’altro «come se essi non fossero sposati».

È peraltro prevista una regola particolare: se un’azione in giudizio è iniziata da uno dei coniugi durante lo svolgimento del rapporto matrimoniale, la corte può sospendere il procedimento se ritiene che da esso non potrà derivare alcun beneficio a favore di nessuna delle parti.
In via generale, ciascuna delle parti di un matrimonio ha il diritto di agire nei confronti dell’altra parte mediante un’azione in responsabilità per illecito come se esse non fossero sposate. Tuttavia, l’azione può essere sospesa dal giudice se appare che dall’azione medesima non derivino benefici sostanziali per entrambe le parti o se la questione può essere più convenientemente decisa in base alle norme contenute nel Married Women’s Property Act del 1882

(Halsbury’s Laws of England 1979, 22, 690, trad.).




2.3.2 Il superamento dei public policy arguments negli Stati Uniti d’America


Anche negli Stati Uniti d’America il superamento della dottrina dell’interspousal immunity ha avuto un percorso lungo e faticoso, avviato con l’emanazione dei Married Women’s Property Acts e le complementari istanze di completa uguaglianza fra i sessi, grazie ai quali era stata superata la doctrine della unity of spouses.

Infatti, la dottrina dell’immunità è stata solo progressivamente abbandonata, a partire anzitutto dalle controversie aventi ad oggetto lesioni della proprietà (Prosser & Keeton 1984, 902, McCurdy 1957, 447, Wadlington – O’Brien 2001, 39, Tobias v. Tobias 225 Miss. 392, 83 So.2d 638(1955)).


Tutti i giudici hanno ritenuto che le azioni di responsabilità civile fra gli sposi fossero state autorizzate dai Married Women’s Property Acts nella misura in cui questi hanno ammesso il concetto di proprietà individuale della moglie. Ciò è avvenuto indubbiamente poiché queste leggi conferiscono in maniera molto esplicita alla donna sposata il diritto di possedere, controllare e disporre dei beni. Il diritto di invocare l’intervento dei giudici per ottenere giustizia in seguito al disturbo subito rispetto alla propria proprietà è inseparabile dalla proprietà. È inconcepibile che una donna sposata possa possedere personalmente dei beni e non possa citare in giudizio il proprio marito per l’illecito di conversion o replevin allorché egli si appropri dei suoi beni

(Clark 1988, 370, trad.).


Viceversa, allorché l’illecito consisteva in un danno alla persona di uno degli sposi, per lungo tempo (alcune decisioni in tal senso si sono avute ancora nel corso degli anni ottanta del XX secolo) la maggioranza delle corti statunitensi ha continuato a rifiutare tutela alla persona offesa, sulla base non più del tradizionale argomento dell’unità degli sposi (l’ultimo precedente giudiziale fondato su tale teoria peraltro è datato al non lontanissimo 1970, Pickens Estate v. Pickens, 255 Ind. 119, 263 N.E.2d 151 (1970)), bensì invocando una serie di public policy arguments (il leading case è considerato Thompson v. Thompson, 218 U.S. 611, 31 S.Ct. 111, 54 L.Ed. 1180 (1910); altre decisioni sono citate da Prosser & Keeton 1984, § 122, Harper, James & Gray 1986, § 8.10, McCurdy 1959, 303).
Le corti che aderiscono a tale posizione non fondano più il rigetto dell’azione di responsabilità per illecito sulle tesi tradizionali, ma invece avanzano una serie di public policy arguments: a) Tali azioni disturbano l’armonia della relazione matrimoniale. b) Tali azioni coinvolgono le corti in insignificanti dispute tra sposi. c) Tali azioni incoraggiano frodi e collusioni tra gli sposi nelle ipotesi in cui la condotta lesiva è coperta da assicurazione, come nel caso di utilizzo negligente di autovetture. d) Il diritto penale già dispone rimedi adeguati. e) Tali azioni ricompensano il convenuto per l’illecito da esso stesso commesso, poiché fino al momento in cui le parti vivono insieme entrambe condividono il beneficio derivante da ogni decisione. f) Un ulteriore considerazione che non è spesso menzionata nelle motivazioni, ma che forse è stata valutata positivamente da alcuni giudici, risiede nell’idea che tali azioni sarebbero largamente in contraddizione con la solidarietà in famiglia o sconveniente rispetto allo spirito di cura reciproca di marito e moglie

(Clark 1988, 371, trad.).


Al riguardo, v’è da dire che ciascuno degli argomenti appena riportati ha subito numerose e fondate critiche da parte della dottrina statunitense (Prosser & Keeton 1984, 902, McCurdy 1959, 303), da numerose dissenting opinions (fra tutte Bonkowsky v. Bonkowsky, 69 Ohio St.2d 152, 155, 431 N.E.2d 998, 1000 (1982)) e dalle sentenze che si sono pronunciate contro l’applicazione della teoria dell’immunità (Hack v. Hack, 495 Pa. 300, 433 A.2d 859 (1981)).
La cosa più benevola che può essere detta con riferimento ai primi cinque policy arguments è che essi sono futili. L’argomento dell’armonia matrimoniale, uno dei più frequentemente posti a fondamento delle decisioni, è particolarmente difficile da prendere in considerazione seriamente. O l’armonia matrimoniale è cessata prima dell’avvio dell’azione, come ad esempio qualora gli sposi si siano separati, o la situazione è tale che l’armonia matrimoniale non sarà inficiata dall’azione in giudizio. Il caso tipico si ha allorché la moglie cita in giudizio il marito per le lesioni causate dalla sua guida negligente e il marito è assicurato. Questo tipo di azioni legali non ha effetti sulle relazioni tra le parti. Infatti è impossibile trovare un caso in cui l’aver intentato una simile azione in giudizio ha intaccato l’armonia matrimoniale. L’argomento per cui l’immunità previene frodi e collusioni ai danni delle compagnie assicuratrici può avere una più profonda base psicologica, ma si assume che tutte queste azioni legali siano decise sulla base di prove sotto il controllo delle parti. Certamente le corti e le giurie sono in grado di distinguere tra richieste meritorie e richieste collusive. Le compagnie assicuratrici sono solitamente capaci di proteggere i propri interessi. L’idea che qualora si abbandonasse l’immunità ne risulterebbero una serie di controversie insignificanti è fantasiosa e non c’è bisogno di un commento significativo all’argomento che i rimedi penali o il divorzio sono rimedi adeguati.

Il sesto argomento appare leggermente più fondato ove si consideri alla luce del tradizionale punto di vista della tort law, incentrandosi sulla colpa del convenuto e sulla libertà da colpe dell’attore. Indubbiamente se la moglie ottiene un risarcimento per la negligenza del marito, il risultato del giudizio finisce nel patrimonio familiare. Sotto questo profilo il danneggiante ne beneficerà. Ma questo rischio è inerente alla capacità legale della moglie. Lei può fare ciò che vuole dei suoi beni. La circostanza che lei possa decidere di dare il risultato dell’azione in giudizio al proprio marito non costituisce una ragione per negarle il risarcimento in tutti i casi. Divenendo la tort law più conforme alla realtà della vita contemporanea, questo argomento perde ogni forza

(Clark 1988, 371, trad.).
Fra gli interpreti, v’è chi ha in particolare sottolineato il collegamento tra la fine della interspousal immunity anche con riferimento alle lesioni alla persona e la presenza di polizze assicurative.
[A]nche con riferimento a quest’ultimo tipo di azioni già nei primi decenni del secolo [XX], si riscontrano alcune eccezioni al principio dell’immunità. Ciò, invero, si verifica in un contesto particolare, per l’incidenza di fattori nuovi ed imprevedibili, del tutto estranei alla regola di common law. La responsabilità del coniuge, in questa fase, si ammette infatti nelle ipotesi in cui il danno è causato da un incidente automobilistico, ed il danneggiante è titolare di un contratto d’assicurazione per i danni derivanti da responsabilità civile. A ben vedere, in questi casi, il reale contraddittore del coniuge danneggiato non è l’altro coniuge, a cui il danno è imputabile, ma l’assicuratore.

La presenza di un contratto d’assicurazione ha decisamente favorito la tendenza verso il superamento dell’immunità, rendendo alle corti problematico il riferimento all’esigenza di tutelare l’armonia familiare, che certamente non può ritenersi pregiudicata dall’eventuale risarcimento del danno proveniente da una fonte esterna.

[…] Nelle decisioni più recenti si legge frequentemente che le antiche regole di common law, alla luce delle mutate circostanze, devono lasciare il campo a regole nuove, e che principi di altri tempi non devono divenire strumenti d’ingiustizia in una società profondamente diversa. Appare inaccettabile, ad esempio, il diniego ad un coniuge della legittimazione ad agire nei confronti dell’altro in seguito ad incidenti stradali, in base alla motivazione secondo cui «marito e moglie sono una sola carne»

(Patti 1984, 63).


È un dato di fatto che, poiché oggi la maggior parte degli illeciti sono coperti da assicurazioni, attualmente negli Stati Uniti d’America la questione principale con riferimento alla interspousal immunity sia divenuta quella di stabilire se la sola circostanza che l’autore dell’illecito coperto da assicurazione sia il coniuge della vittima, impedisca alla vittima di ottenere il risarcimento assicurativo.
Alcune corti hanno ritenuto che la presenza dell’assicurazione non solo rende privo di qualsiasi rilevanza lo “stanco” argomento della preservazione dell’armonia familiare, ma, nei fatti, l’armonia familiare migliorerà se la famiglia ottiene il denaro per affrontare le spese conseguenti all’evento lesivo. La presenza dell’assicurazione distrugge altresì l’argomento che il riconoscimento del risarcimento comporterebbe un insensato passaggio del patrimonio familiare dalla tasca sinistra alla tasca destra. Altre corti, tuttavia, sono convinte che la presenza dell’assicurazione può condurre a pratiche collusive e hanno ritenuto che – al fine di proteggere l’industria delle assicurazioni – le azioni in responsabilità civile fra coniugi non devono essere consentite. Alcune corti hanno poi considerato che i premi assicurativi sono basati sulle potenziali responsabilità derivanti dalle esistenti regole in materia di responsabilità civile e che la presenza dell’assicurazione non deve servire da strumento per fondare ex novo ipotesi di responsabilità dove queste non esistono. Una posizione estrema è poi quella della Corte Suprema dell’Oklaoma che nel 1984 ha deciso che la responsabilità da illecito civile sussiste solo in presenza dell’assicurazione

(Krause 1995, 136, trad).


In ogni caso, l’acquisizione dell’infondatezza e inconsistenza dei predetti argomenti di public policy ha condotto la maggior parte delle giurisdizioni statali statunitensi alla integrale abolizione della teoria dell’immunità (la Suprema Corte della Florida, nel caso Waite v. Waite, 618 So.2d 1360 (1993) ha riscontrato che la interspousal immunity è stata del tutto eliminata in 32 giurisdizioni statunitensi) o a limitarla (Clark 1988, 373, annovera in quest’altro più ridotto insieme, i seguenti stati, indicando la relativa fonte normativa o giurisprudenziale: l’Illinois (in cui l’azione fra congiunti è ammessa allorché il danno è stato volontariamente causato), il Kansas e il Texas (in cui l’immunità subisce eccezioni per i wilful and intentional torts), l’Oregon (in cui l’immunità subisce eccezioni per gli intentional torts anche se il danno non è fisico) e il Vermont (in cui l’immunità subisce eccezioni per i danni derivanti da incidenti automobilistici)).

Le corti federali, dal canto loro, hanno ritenuto che l’immunità nega la equal protection alle persone sposate (Moran. v. Beyer, 734 F.2d 1245 (7th Cir. 1984)).

Peraltro, alcuni stati continuano ad applicare la interspousal immunity. Il riferimento è qui al Delaware (Alfree v. Alfree, 410 A.2d 161 (Del. 1979)), alla Florida (Hill. v. Hill, 415 So.2d 20 (Fla. 1982), in cui la interspousal immunity è stata riaffermata per gli intentional torts), alle Hawaii (Peters v. Peters, 63 Hawaii 653, 634 P.2d 586 (1981)). Anche in questi stati tuttavia sono ammesse alcune eccezioni alla regola dell’immunità.
Ci sono casi in cui l’azione in giudizio è ammessa in quanto l’illecito è avvenuto prima che le parti si sposassero o perché le parti erano oramai divorziate al momento dell’avvio dell’azione in giudizio. Se uno degli sposi è morto prima dell’avvio dell’azione in giudizio, tale azione difficilmente può danneggiare l’armonia familiare. Per questa ragione alcune corti hanno ritenuto l’azione ammissibile in questi casi, sebbene altre abbiano persistito ad applicare l’immunità in tali circostanze

(Clark 1988, 373, trad.).


L’abolizione della interspousal immunity, nelle giurisdizioni statali statunitensi in cui è avvenuta, ha dovuto peraltro confrontarsi con la reazione delle compagnie assicuratrici, le quali hanno cercato di recuperare il campo perso mediante l’inserimento nelle polizze assicurative delle c.d. “family exclusion clause” in forza delle quali la copertura assicurativa non si applica nei confronti di illeciti compiuti da familiari dell’assicurato (Ashdown 1974, 239).

Più di una sentenza (Mutual of Enumclaw Ins. Co. V. Wiscomb, 95 Wash.2d 373, 622 P.2d 1234 (1980), Jennings v. Gerdo, 488 A.2d 160) ha tuttavia considerato una simile clausola contraria alla public policy,


la public policy consistendo nell’interesse della società a permettere che le vittime di un atto illecito ottengano il risarcimento dai colpevoli dell’illecito, includendo fra dette vittime anche gli sposi

(Clark 1988, 374, trad.).


Per altro verso, una legge dello stato di New York dispone che la responsabilità dell’assicuratore si estende ai danni subiti dal coniuge dell’assicurato esclusivamente nell’ipotesi in cui nella polizza assicurativa sia prevista una esplicita clausola in tal senso (Clark 1988, 374).

In ogni caso, il Restatement of the Law in materia di Torts (seconda edizione) nega espressamente l’immunità di uno sposo nei confronti dell’altro per la responsabilità derivante da illecito civile.


§ 895F. Marito e moglie

(1) Il marito o la moglie non è immune da responsabilità per illecito civile in base alla sola sussistenza della relazione coniugale

(Restatement of the Law, Torts, 2nd, 1979, trad).


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